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Joan Didion - L'anno del pensiero magico

Un libro da tenere sul comodino e sfogliare quando l'umore è un po' ammaccato


"You can i have it all, my empire of dirt". Mentre leggevo "L'anno del pensiero magico" di Joan Didion ripensavo spesso a questo verso crudele di una fantastica canzone dei Nine Inch Nails nella malinconica versione di Jonny Cash. Dopo un lutto importante una delle reazioni più naturali dei sopravvissuti è quella di mandare al diavolo tutto: il primo che passa può prendersi le tue cose e la tua vita, tanto ormai il tuo impero non è altro che sporco. Joan Didion è un'affermata giornalista, scrittrice e sceneggiatrice, è sposata da quarant'anni con lo stesso uomo, padre di sua figlia: vivono e lavorano insieme privilegio di chi ha trasformato la propria casa nel proprio ufficio. Una vita agiata, emozionante, felice che si consuma tra viaggi, traslochi e tanto duraturo amore.

Fino al dicembre del 2003: la figlia è in ospedale per una polmonite che non migliora, la coppia vive la naturale preoccupazione di ogni genitore davanti ad un figlio colpito da una malattia grave. Un sera stanca torna a casa per la cena, si chiacchiera, si prepara la cena e poi "John stava parlando, poi smise di parlare", la chiamata al pronto intervento sembra dare un barlume di speranza, ma arrivati in ospedale viene solo dichiarata l'ora del decesso. Ore 22.18 del 30 dicembre 2003. Un attimo: "la sera ti metti a tavola e la vita che conoscevi è finita". Così apparentemente senza motivo, senza la possibilità di salvezza quaranta anni di vita insieme hanno fine. Ma nei telefilm non fanno sempre vedere che salvano gli infartati grazie al defibrillatore, l'apparecchio che assomiglia a due piccoli squadrati ferri da stiro?
"L'anno del pensiero magico" non è solo un diario, Joan racconta il suo primo, disastroso anno da vedova, ma non c'è la rigidità di una cronaca scandita dai giorni. Piuttosto è un addio scritto all'uomo amato e alla donna che Joan non sarà mai più, è il ricordo commosso della storia d'amore più grande, ma è anche un tuffo nella vita che non ti aspetta anche se sei paralizzata dal lutto. Al lettore non vengono chieste lacrime, piuttosto rispetto ed attenzione: il libro è pieno di voglia di sopravvivere nonostante il senso di colpa, la rabbia per l'abbandono, l'incapacità di farsene una ragione. Lasciar andare i propri morti è la parte più difficile di un lutto, la guarigione passa attraverso la consapevolezza che non c'era nulla da fare per salvar la persona amata.

Ma a vent'anni ha senso leggere un libro del genere? O non è piuttosto una noia mortale o un'inutile esperienza dolorosa? Visto che la vita è già tanto dura, perché affliggersi con una lettura apparentemente così seria? Innanzitutto è una gran bel libro, scritto molto bene, si sente che la Didion è abituata a scrivere per un pubblico, per farsi capire dagli altri. E questo non è poco. Ma la bellezza del libro non sta nello stile, ma nel modo discreto e rispettoso in cui viene evocato un amore. Un romanzo, una riflessione per tutti: coloro che stanno vivendo un periodo sereno possono cogliere l'occasione per guardarsi attorno grati per tutto quello che hanno. Tutti quelli che stanno vivendo un periodo più tosto nel leggere "L'anno del pensiero magico" hanno la chance di trovare un po' di conforto tascabile. In generale un libro da tenere sul comodino e sfogliare quando l'umore è un po' ammaccato.

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Commenti dal 1 al 1
(1)

cremcaramella mercoledì, 17 gennaio 2007

Non capisco...

"Ma a vent'anni ha senso leggere un libro del genere? O non è piuttosto una noia mortale o un'inutile esperienza dolorosa? Visto che la vita è già tanto dura, perché affliggersi con una lettura apparentemente così seria?"

Capisco anche che una parte di "noi 20enni" possa essere vuota e senza speranza, tutta depressa e convinta che il mondo faccia schifo, ma non trovo giusto generalizzare. Mi chiedo perchè si dia per scontato che per un 20enne leggere questo libro non abbia senso, e che trovi tutto ciò che è triste/difficile/serio/impegnativo una noia mortale e un'inutile esperienza dolorosa, e che soprattutto creda che la vita sia troppo dura da vivere.
Non è un'attacco all'autore dell'articolo, ne uno sfogo adolescenziale, però credo sinceramente che sia ora di andare oltre l'idea che i giovani siano tutti fannulloni che non hanno voglia nè di studiare nè di lavorare.
In ogni caso, non appena avrò occasione cercherò di leggermi questo libro, almeno per sapere se la prospettata "noia mortale" è oggettiva o soggettiva... :)

n° 1
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