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Kit per scoprire il sesso del feto: è polemica

Si rischia l'aumento di aborti sesso-selettivi


La società Dna Worldwide, branca britannica della statunitense Consumer Genetics Inc, ha messo di recente in commercio su Internet un test casalingo per scoprire il sesso del nascituro già dalla sesta settimana di gestazione. Il test consiste nel prelevare una goccia di sangue dall'indice della madre e nel seguire le procedure previste, inviando il campione ad un laboratorio che eseguirà l'esame del DNA: se risulta presente il cromosoma Y, il sesso del nascituro è maschile. Il kit "Pink or blue" costa 189 sterline, circa 280 euro, e la sua accuratezza è garantita al 98%. Una versione più veloce del test fornisce i risultati entro quattro giorni, al costo di 360 €. Esami di questo genere non sono tuttavia una novità: già nel 2005 era arrivato negli USA il " Baby early gender mentor" in grado di rivelare, nel giro di ventiquattro/quarantotto ore, il sesso del nascituro già a partire dalla quinta settimana di gravidanza, con una percentuale di successo pari al 99,9% e la garanzia di un rimborso del 200% nel caso in cui, in un momento successivo, si fosse scoperta l'erroneità del risultato del test. L'azienda responsabile del lancio del prodotto on-line aveva ricevuto circa mille richieste nel giro delle prime tre settimane dalla messa in commercio.

Normalmente, il genere del bebè si conosce intorno alla ventesima settimana, un mese dopo il termine legale di aborto in Gran Bretagna, attraverso un'ecografia; nei casi in cui viga il sospetto di malattie genetiche o nel caso in cui la madre abbia più di trentacinque anni di età, si può eseguire qualche settimana prima l'amniocentesi, in grado di rivelare l'esistenza o meno di malattie nel nascituro e di svelarne contemporaneamente il sesso. La notizia dell'arrivo del test "Pink or blue" è stata fortemente criticata, poiché faciliterebbe il ricorso all'aborto se il feto non dovesse corrispondere al sesso desiderato: questo avviene soprattutto in alcune etnie che prediligono figli maschi piuttosto che figlie femmine. Si aggraverebbe il numero degli aborti in Gran Bretagna, Paese che già conosce uno dei tassi di interruzione di gravidanza più alti d'Europa, pari a circa 185.000 l'anno.

Julia Millington della Prolife Alliance ha affermato l'esistenza di un reale rischio, poiché alcune persone sceglieranno di abortire bambini di un determinato sesso. Il problema già sussiste in quanto, già da tempo, gli ospedali non rivelano più il sesso del nascituro in certe zone del Regno Unito. La Dna Worldwide si è impegnata a non spedire il kit in Cina o India, dove la nascita di una figlia non è sempre apprezzata quanto quella di un maschio, ma questo non basta agli occhi delle associazioni anti-abortiste che vorrebbero il ritiro del prodotto dal mercato.

In Cina, la nascita di una figlia femmina è fonte di amarezza all'interno di una famiglia, in quanto viene considerata al pari di una duplice perdita: la prima legata alla spesa sostenuta per crescerla, educarla, maritarla, la seconda legata al fatto che questa spesa non sarà mai risarcita ai genitori in quanto la figlia ha il dovere, una volta maritata, di lasciare la propria famiglia e prendersi cura dei genitori del marito. Un figlio maschio invece ha la responsabilità di curare i genitori in vecchiaia, di lavorare nelle tenute agricole, di ereditare l'impresa familiare e di assicurare la continuazione del nome di famiglia. Per una madre cinese, avere un figlio maschio è fonte di autostima e credito sociale: è il modo per essere accettata pienamente dalla famiglia del marito e dalla comunità intera. In passato, l'infanticidio femminile era pratica diffusa, ma al giorno d'oggi sembra essere fortunatamente caduta in disuso, soppiantato, però, dall'aborto sesso-selettivo che ha comportato un impressionante dislivello sociale tra maschi e femmine al momento della nascita. E' stato valutato che, entro il 2020, la Cina avrà quaranta milioni di uomini in età da matrimonio in più rispetto alle donne.

Anche in India sussiste il problema dell'aborto sesso-selettivo che, secondo lo studio della rivista medica Lancet, impedirebbe la nascita ogni anno di 500.000 bambine. Anche qui le cause di questa scelta sono di tipo socio-economico: un figlio maschio è preferito perché perpetua il nome della famiglia, mentre una femmina richiede una dote elevata per un buon matrimonio e inoltre, sposandosi, deve abbandonare la propria casa per diventare proprietà di un'altra famiglia. La nascita di una figlia femmina è socialmente accettato solo se nella famiglia è già presente un figlio maschio: in questo caso, la secondogenita viene vista come un lusso. Anche se dal 1994 esiste una legge nel Paese che vieta di determinare il sesso del feto e del relativo aborto, tuttavia i medici affermano che questa pratica è ancora diffusa.

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Commenti dal 1 al 1
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Jay1988 lunedì, 7 maggio 2007

Dunque

secondo me è una cosa che non va ritirata in quanto utilissima. In effetti se ci pensiamo chi abortirebbe se il figlio non è del sesso desiderato?? E cmq se si va a finire sempre al discorso aborto si, aborto no (che cmq se nei tempi giusti si deve poter fare). Ok è vero in Cina e in India c'è una mentalità di merda ma come sta scritto nella new non verranno venduti in quei paesi! Quindi non vedo motivi per protestare

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