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Farmacisti obiettori di coscienza

La proposta del Papa di estendere l'obiezione di coscienza dai medici ai farmacisti fa discutere. Un chiaro atto politico all'indomani dell'introduzione della Ru486, la pillola abortiva che sostituisce l'intervento chirurgico

Non è una novità che il Papa sia contro l’aborto e l’eutanasia.
Ma è del tutto nuova la presa di posizione di Benedetto XVI che invita i farmacisti a battersi per ottenere l’obiezione di coscienza, come i medici. “Diritto riconosciuto”, lo chiama il Santo Padre nell’udienza che ha concesso ai partecipanti del congresso dei farmacisti cattolici, in riferimento alla vendita di farmaci che definisce “con scopi immorali”.
Ma quali sono questi medicinali? Nell’occhio del ciclone sono di sicuro la cosiddetta “pillola del giorno dopo” e la Ru486, che nei prossimi mesi potrebbe essere commercializzata in Italia.

Quest’ultima aveva già suscitato polemiche per la sua natura di “pillola abortiva” e secondo il Vaticano la sua introduzione sarebbe pericolosa perché rende più semplice disfarsi di un bambino.
Certo, la Ru486 permette di abortire entro la quinta settimana senza un intervento chirurgico, ma ugualmente la sua assunzione è legata alla presenza di un medico, in alcuni casi anche al ricovero e, assicura il Ministero della Salute, non sarà mai venduta dietro il banco di una farmacia.
Non è ben chiaro, invece, quali siano i medicinali acquistabili dietro presentazione di ricetta che possano indurre l’eutanasia.
Davanti alla proposta dell’obiezione di coscienza i farmacisti si sono divisi fra chi si dice d’accordo e vuole le stesse garanzie dei medici e chi vede questa scelta come un rifiutarsi di erogare un servizio al cittadino.

Lo schieramento è anche politico: l’Ordine dei farmacisti, con il suo presidente Giacomo Leopardi, è a favore dell’obiezione, mentre l’associazione di categoria Federfarma e il suo presidente Franco Caprino si dicono contro e definiscono la proposta “inattuabile”.
Certo sarebbe un problema se l’unica farmacia del paese si rifiutasse di vendere dei medicinali, oppure di notte, quando il numero degli esercizi aperti è ridotto all’osso.
E in certi casi non si può certo scherzare con il tempo che passa.
La pillola del giorno dopo, per esempio, va somministrata entro le 72 ore successive al rapporto a rischio.
Opposti schieramenti a parte, la presa di posizione del Pontefice è, ovviamente, un atto politico, che ha un preciso significato proprio in questi giorni.

La tanto discussa Ru486 potrebbe essere registrata da parte dell’azienda parigina che la produce, la Exelgyn, il prossimo 7 novembre.
Questo significa che già da febbraio la pillola abortiva potrebbe essere a disposizione di tutti gli ospedali, dal momento che non c’è bisogno di alcuna sperimentazione perché la Ru486 ha già ricevuto l’ok dell’Emea, l’Agenzia europea del farmaco, e ha bisogno solo della cosiddetta richiesta di “mutuo riconoscimento”.
“Non si tratta di un incentivo all’aborto”, ha detto il ministro della Salute, Livia Turco, che ha difeso la Ru486 e ha promesso che chiederà al Consiglio Superiore di Sanità di produrre un atto di indirizzo per far sì che l’uso di questo medicinale sia strettamente legato alla struttura ospedaliera e che siano contenute adeguate norme nella già esistente legge sull’aborto, la famigerata 194.

Quanto alla pillola del giorno dopo, invece, la questione è ancora tutta da chiarire.
Non c’è mai stato un punto d’incontro tra chi definisce questo farmaco come un contraccettivo e chi, come la Chiesa, lo considera abortivo o peggio atto di “terrorismo”, come disse il cardinale Poletto a Torino.
Norlevo e Levonelle, questo il nome delle due pillole del giorno dopo in commercio, sono un concentrato di estrogeni ad alte dosi.
In pratica, una versione più forte delle normali pillole anticoncezionali.
Resta solo l’appello a una più consapevole sessualità, soprattutto da parte delle giovani generazioni, a mettere d’accordo tutti.
Lo ha nuovamente chiesto il Papa, ma tutti hanno accettato di buon grado l’invito, anche se gli insegnamenti da impartire di sicuro sarebbero oggetto di nuove polemiche, fra chi vorrebbe educare all’astensione dal sesso prima del matrimonio e chi vorrebbe spiegare l’uso corretto e cosciente dei contraccettivi.

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Commenti dal 1 al 2
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paolo domenica, 2 maggio 2010

obiezione di coscienza

Stimolato dalle notizie sull’obiezione di coscienza dei medici e più recentemente dei farmacisti ho deciso di scrivere la mia opinione. Parto dalla definizione che ne fornisce l’enciclopedia Wikipedia: “Si definisce obiezione di coscienza il rifiuto di assolvere a un obbligo di legge gli effetti del cui espletamento si ritengano contrari alle proprie convinzioni ideologiche, morali o religiose. Colui che pratica tale opzione si chiama "obiettore di coscienza". Caratteristica saliente dell’obiezione di coscienza è l’assunzione in prima persona delle conseguenze civili e penali che derivano dall’obiezione”. Io che ho un’età tale da ricordare che per sostituire il militare con un anno di servizio civile si poteva “obiettare”. Ricordo anche che l’obiezione portava delle conseguenze, anche gravi. Ricordo l’impossibilità di partecipare ai concorsi per essere assunti in polizia o nei carabinieri o a richiedere il porto d’armi. Insomma era una scelta che ti segnava, che prevedeva delle conseguenze. Ecco perché storco il naso quando sento i medici parlare di obiezione di coscienza. Se un medico obietta sull’erogazione di determinate prestazioni mediche previste per legge, che cosa rischia? Quali sono le conseguenze che è disposto a sopportare per dimostrare la reale convinzione della sua scelta? Nulla! Anzi vale il contrario; se un medico si dichiara obiettore trova più facilmente lavoro o è favorito nella carriera. Risulta dalle cronache che sono stati scoperti medici che erogavano privatamente quelle prestazioni per cui avevano obiettato in ospedali pubblici. È automatico essere indotti a pensare che, per la maggior parte, si tratta di false obiezioni, dichiarate per motivi di convenienza. Tanto cos’hanno da perdere?
Ciliegina sulla torta è la notizia che anche i farmacisti rivendicano, al pari dei medici, il diritto di obiezione alla vendita di determinati farmaci. Per loro vale la stessa riflessione fatta per i medici; che cosa ci rimettono? Come intendono “risarcire” la società civile dal danno che provoca la loro scelta? È dunque stabilito per definizione che in assenza di conseguenze in prima persona derivanti dall’esercizio dell’obiezione il termine “obiezione di coscienza” è improprio, a mio avviso usurpato.
Signori medici e farmacisti, o vi inventate una nuova definizione senza svalutare quella originale, o accettate di pagare delle conseguenze in prima persona. Per me un medico che non eroga tutte le prestazioni mediche previste per legge non dovrebbe fare il medico. Per me un farmacista che non vende tutti i presidi sanitari autorizzati per legge non può fare il farmacista. Se la loro coscienza non gli consente di erogare tutte le prestazioni che prevede la legge avrebbero dovuto mettere in preventivo l’opportunità di fare un altro mestiere.

n° 2
donerdarko giovedì, 1 novembre 2007

suvvia

ma che cazzo di foto del papa è stata messa? sembra come quando al tg4 Fede mostra le foto di prodi con le espressioni più comiche e assurde... suvvia!! :)

n° 1
TheCheshireCat giovedì, 1 novembre 2007

Re: suvvia

> ma che cazzo di foto del papa è stata messa? sembra
> come quando al tg4 Fede mostra le foto di prodi con
> le espressioni più comiche e assurde... suvvia!! :)
>
>

il papa con la cresta :D

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