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Umberto Bossi contro le schede elettorali

Il leader della Lega Nord si dichiara pronto a prendere le armi se non saranno stampate nuove schede elettorali, perché con quelle attuali c'è il rischio di errori

Domenica 13 e lunedì 14 si andrà a votare e in questi ultimi giorni è scoppiata la polemica per le schede elettorali.
Sono in molti i leader politici ad aver messo in risalto come nelle schede elettorali non si capiscano bene le coalizioni e come i simboli siano troppo vicini. E questo può causare molti problemi: infatti se la preferenza espressa dagli elettori tocca due simboli, la scheda può essere annullata.
umberto bossiMentre Giuliano Amato sostiene che, arrivati a questo punto, è impossibile modificare le schede, Umberto Bossi si dichiara pronto a “imbracciare i fucili” se non saranno ristampate.

Il leader della Lega Nord, a conclusione del suo intervento a Verbania, sul Lago Maggiore, ha dichiarato: “Se necessario, per fermare i romani che hanno stampato queste schede elettorali che sono una vera porcata, e non permettono di votare in semplicità e chiarezza, potremmo anche imbracciare i fucili”. Ed ha aggiunto: “I veneti, i piemontesi, i lombardi non permetteranno questo imbroglio. Il ministro dell'Interno ha fatto stampare schede in cui di fatto non si può votare. Con due simboli collegati, in cui chi vota per uno vota per due e quindi crea confusione”, consigliando di fare “tutti molta, molta attenzione e mettete una croce al centro del simbolo giusto. Noi comunque terremmo le cose sotto controllo”.
Alle richieste di chiarire meglio la sua posizione, Bossi ha detto: “La rabbia della gente è tanta per questa schifezza che è un vero attentato alla libertà. Volevo dire che noi alla democrazia ci teniamo e che democraticamente reagiremo a ogni tentativo di impedire la chiarezza e la regolarità in cabina elettorale. Non è infatti pensabile che si possa vedere annullato il voto solo perché facendo una croce si va a sbattere su un altro simbolo”.

voto a rischioUn'affermazione molto forte che non è passata inosservata.
Immediata la reazione di Walter Veltroni: “Voglio sapere da chi si candida a governare questo Paese, se uno che dice queste parole può essere chiamato a fare il ministro delle Riforme. Ma dove viviamo, dove siamo? Imbracciare i fucili? Con queste parole il Paese non reggerà, la destra è solo capace di seminare odio e paura. Giurano sulla Costituzione solo per avere le auto blu e un posto da ministro”.
Ma i leghisti appoggiano la provocazione di Bossi, rincarando la dose. Roberto Maroni ha infatti dichiarato: “Qualcosa da dire sui fucili? E allora porteremo i cannoni”.
E da sinistra a destra aumentano le accuse. Berlusconi sostiene che “ad essere preoccupata per le schede è tutta la sinistra”. Mentre dal Partito Democratico fanno sapere che Berlusconi avrebbe per primo parlato del problema delle schede elettorali perché “ha paura di perdere”.

scheda elettoraleNonostante il problema delle schede, Bossi ha comunque sottolineato di credere “ in una vittoria a mani basse anche se i romani, i comunisti, stanno facendo di tutto per impedire il voto, con queste schede tranello. I comunisti non sono cambiati sono canaglie antidemocratiche”.
Francesco Storace ha così commentato la frase del leader della Lega: “A Bossi qualcuno dovrebbe ricordare che in Parlamento hanno votato la legge che loro stessi hanno definito porcata. A Milano fanno la faccia feroce, a Roma stanno a tavola con i loro padroni”.
E secondo Giuseppe Giulietti: “Berlusconi ora il dovere morale di prendere le distanze e di rompere l'alleanza con Bossi”.
Mentre per Angelo Bonelli della Sinistra Arcobaleno “Berlusconi è alleato di chi incita all'insurrezione armata. Siamo in presenza di parole pericolose e vergognose”.
Ma cosa ne pensano gli elettori? C'è veramente il rischio che molte schede vengano annullate o basta fare attenzione a come si vota?

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Commenti dal 18 al 22
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bossi_fucili_schede_elezioni lunedì, 14 aprile 2008

polemica per le schede elettorali

Sono tante le segnalazioni arrivate all’Osservatorio SOS Voto Sereno, organizzato dalla Sinistra Arcobaleno per raccogliere - tramite il numero verde 800 148 875 ed il sito www.sinistrarcobaleno.it - le irregolarità durante il silenzio elettorale e lo svolgimento delle elezioni.
Le segnalazioni più frequenti riguardano la norma sui cellulari. Da Palermo e da Milano alcuni elettori hanno dichiarato di non aver ricevuto alcun divieto da parte dei Presidenti di Seggio, al punto che sono entrati a votare con il cellulare in borsa o nel taschino.
Sempre a Palermo sono state segnalate, da parte di una cittadina, tentativi di intimidazione da parte di alcune persone presenti in strada, davanti ai seggi, che - con aria minacciosa - costringevano gli elettori a passare al loro fianco per essere “catechizzati”.
Ad Imperia una elettrice ci ha fatto sapere che nel suo seggio c’erano ben due rappresentanti di lista del PDL, senza il Presidente ed il Segretario.
Dalla Lombardia (Brescia e Lecco) è arrivata la denuncia di distribuzione di materiale e affissioni abusive da parte della Lega Nord e del PDL.
Ma i casi più importanti sono stati sulle irregolarità nella consegna delle schede.
A Roma, nel XIII Municipio - al seggio 1748 - sono state consegnate per tutta la mattinata schede elettorali non vidimate dal Presidente e Segretario di Seggio.
A Torino, ben due segnalazioni di consegna di schede elettorali per il Senato ad elettori che non ne avevano diritto, perchè non avevano compiuto ancora 25 anni.
Altra segnalazione di una grave irregolarità è quella relativa ad una intervista ai leader del PDL (Berlusconi, Fini e Bossi) pubblicata ieri dal quotidiano Libero, in pieno silenzio elettorale. Questa segnalazione verrà denunciata all’AGCOM.
Il servizio sta riscontrando tanto successo nel chiarire punti controversi della legge elettorale, ai tanti elettori e rappresentati di lista che chiamano in queste ore il numero Verde.
L’Osservatorio SOS Voto Sereno rimarrà attivo fino a oggi alla chiusura dei seggi.

n° 22
Buoni propositi sabato, 12 aprile 2008

Forza nuova è con te...

Buoni propositi
La campagna elettorale è finalmente terminata, con tutti i suoi inutili appelli al voto utile e una caterva di promesse impossibili che la Casta dei Parassiti vi ha rovesciato addosso per ingannarvi, e come sempre si guarderà bene dal rispettare.

Oggi è un giorno di riflessione, domani verrà il momento di recarsi al seggio, che non è solo un dovere civile, ma l'unico modo di mostrare la rabbia nazionalista e popolare. Chi resterà a casa si arrende senza combattere all'armata di inquisiti, incapaci e comunisti che da troppo tempo tiene in ostaggio il nostro futuro.

I corrotti, i criminali, gli amici di immigrati clandestini e fanatici islamici, i massoni, i banchieri usurai, i poteri forti di Confindustria, i mafiosi, chi ruba lo stipendio statale, chi non ha mai lavorato in vita sua, i sindacati parassiti, una generazione di giovani lobotomizzati dalla merda televisiva, gli Amici e i Tronisti di Maria de Filippi, nani, ballerine e marionette, i vigliacchi e i traditori continuino pure a votare Veltrusconi.

Per chi ama e lotta per l'Italia, la nostra unica Patria, batte invece l'ora delle decisioni irrevocabili: la parola d'ordine è una sola, già trasvola l'Italia e accende i cuori dalle Alpi alla Sicilia, categorica e impegnativa per tutti!






Nelle circoscrizioni dove Forza Nuova non è presente, i veri Camerati non restino a casa, ma votino compatti La Destra di Daniela Santanchè.

Chi sceglie Berlusconi, sta dalla parte di Fini-Boia Nemico d'Italia: non vota ma tradisce!

n° 21
CHINONHAMEMORIANONHAFUTURO sabato, 12 aprile 2008

La memoria storica che manca agli italiani

7 aprile 1939: l'Italia invade l'Albania
Dal protettorato italiano alla conquista dell'Albania
All'alba del 7 aprile 1939 l'esercito dell'Italia fascista sbarcò a Durazzo, Valona, San Giovanni di Medua (Shëngjin) e Saranda, che gli italiani chiamavano Santi Quaranta e poi ribattezzarono Porto Edda (in onore della figlia del "Duce" e moglie del ministro degli esteri Galeazzo Ciano, l'uomo che aveva voluto più di ogni altro la conquista dello sventurato paese). La conquista fu quasi incruenta per molte ragioni: in oltre vent'anni di protettorato l'Italia aveva addestrato e inquadrato il misero esercito albanese, che si squagliò quindi subito come neve al sole; la penetrazione economica e culturale aveva avuto pochi effetti sullo sviluppo del paese, ma aveva permesso di stabilire legami interessati con diversi capi clan della Mirdizia e dei Dukagini, che avevano conti in sospeso con re Zog.
Le perdite italiane per il momento furono modestissime: secondo le cifre ufficiali 11 morti e 42 feriti a Durazzo, un morto e 10 feriti a Saranda. Oltre al disorientamento delle truppe per la precipitosa fuga del re Zog, che appena capita l'antifona era partito in direzione della Grecia con un corteo di auto e di ambulanze e parte delle risorse auree del paese, pesò l'assoluta mancanza di aerei e di batterie antiaeree (sempre grazie ai suggerimenti dei consiglieri militari italiani), mentre l'Italia appoggiò lo sbarco con ben 384 aerei, che anche allora venivano presentati sulla stampa come "apportatori di pace e di sicurezza". Ma le perdite evitate allora sarebbero venute dopo.
Una testimonianza preziosa: il Diario di Ciano
Già pochi giorni dopo l'occupazione Ciano notava sul suo Diario (13 aprile) che "la cosa è andata finora liscia come l'olio perché non abbiamo dovuto ricorrere alla forza, ma se domani dovessimo cominciare a sparare sulla folla, l'opinione pubblica si commuoverebbe di nuovo". Tuttavia nei giorni precedenti aveva notato non pochi problemi: "difficoltà negli sbarchi, carburanti non adatti, ed infine difficoltà di collegamenti perché i radio-telegrafisti richiamati non sono stati né sono in grado di assicurare il servizio". Sono problemi che si riscontreranno in tutte le "guerre del Duce" e che costeranno la vita a tanti soldati italiani.
Il 15 aprile egli osserva che tra i notabili albanesi portati a Roma per ratificare il nuovo stato di cose, e che pure sono da tempo al soldo degli italiani, qualcuno "ha l'aria depressa. Il Duce li riceve a Palazzo Venezia e parla. Vedo che attendono con ansia la parola indipendenza, ma questa parola non viene e ne sono rattristati." Erano evidentemente stati ingannati sullo scopo dell'operazione italiana, che credevano servisse solo a rovesciare il tirannico re Zog, e invece aveva ben altri obiettivi. Il giorno successivo Ciano nota lo stupore di "questa gente dura, montanara, guerriera" nei confronti di Vittorio Emanuele III, quel "piccolo omino seduto su una grande sedia dorata" che risponde "con voce incerta e tremante" al discorso del rappresentante albanese Shevket Verlaci, che a sua volta ha letto "con stanchezza e senza convinzione le parole che deve dire per offrire la corona". Il 12 maggio Ciano comincia a preoccuparsi dell'opposizione latente negli ambienti intellettuali albanesi e pensa di risolverla ricorrendo al confino per una ventina di essi. Ma già il 16 gennaio 1941 i carabinieri consegnano al Duce un "rapporto allarmante sull'Albania". Il Duce ci crede e Ciano non troppo, ma il 30 gennaio annota che nella sola Corcia (Korcë o, alla greca, Koriza) la quasi totalità degli studenti e dei professori hanno creato disordini, e per "colpire gli irriducibili" propone nuovamente il confino in un isola tirrenica, ma questa volta per due o trecento persone...(in una città di 24 abitanti). Sono i primi accenni di quel che accadrà successivamente.
La tragedia vera avverrà a partire dal 28 ottobre dello stesso anno, con l'invasione della Grecia. Dopo giorni di stupido entusiasmo cominciano i primi segni di inquietudine, puntualmente registrati dal solito meticoloso Ciano, che nei primi giorni li attribuiva al maltempo (contribuiva anche quello, ma non era la causa principale). Il 1deg. novembre salutava con gioia l'arrivo del sole: "ne approfitto per fare su Salonicco un bombardamento coi fiocchi". Ma un po' di inquietudine affiora, perché il suo aereo è stato "attaccato dalla caccia greca". Se l'è cavata ma confessa a sé stesso (il Diario non era destinato alla pubblicazione) che è stata "una gran brutta sensazione". E il peggio deve venire. Il 6 novembre c'è stato un attacco greco su Corcia, che "non ha avuto i risultati che millantano le radio inglesi, ma c'è stato, qualche progresso il nemico lo ha fatto, ed è una realtà che all'ottavo giorno di operazioni l'iniziativa è agli altri." Il giorno dopo Ciano ammette che a Corcia c'è stato un "collasso", che attribuisce a un battaglione albanese che "per paura - non sembra per tradimento - cominciò a fuggire". Da allora in poi il Diario abbandona i toni ottimistici. E' cominciata la catastrofe, che costringerà Hitler a modificare i suoi piani e a invadere la Grecia (e quindi la Jugoslavia) per riparare i guasti provocati dall'impreparazione e alla scarsa motivazione dell'esercito fascista.
La guerra si è spostata già da novembre sul territorio albanese, grazie all'eroismo del popolo della Grecia, più che del suo esercito male armato e pessimamente organizzato. Bene per la Grecia, male per gli albanesi, ormai tragicamente coinvolti in una guerra che non avevano mai voluto. Pagano il prezzo per l'incoscienza dei loro dirigenti, che hanno creduto di ottenere l'appoggio dell'Italia per le loro contese interne, e si sono trovati sottomessi e privati di quella sovranità a cui tenevano molto. Peccato che quell'esperienza sia stata dimenticata da altri albanesi di oggi, quella parte dei dirigenti dell'UCK che hanno accettato gli accordi di Rambouillet, fornendo l'esca per fare scattare l'impresa "umanitaria" della NATO, nell'illusione di ottenere un appoggio per le loro aspirazioni all'indipendenza.
L'antefatto: le relazioni italo-albanesi tra il 1912 e il 1939
L'invasione dell'Albania, da un lato, non era apparsa molto preoccupante per le altre potenze interessate ai Balcani (era un paese già completamente inserito nell'orbita italiana, e il mutamento istituzionale non modificava ancora gli equilibri complessivi dell'area), dall'altro era insensata, inutile e costosa. Ma costosa era stata anche la politica di penetrazione "pacifica" dei decenni precedenti. Intanto fu solo relativamente "pacifica", perché in realtà i tentativi di trasformare il protettorato de facto (riconosciuto dalle altre potenze, ma mai formalizzato di fronte agli orgogliosissimi albanesi) in una vera annessione, erano stati tutti fallimentari, e avevano comportato numerose imprese militari.
L'Italia tra il 1914 e il 1915 aveva contrattato il suo passaggio dalla neutralità (che rappresentava già uno sganciamento dalla "Triplice alleanza" con Germania e Impero austro-ungarico) all'entrata in guerra a fianco dell'Intesa ottenendo con il Patto di Londra (rimasto segreto fino alla pubblicazione da parte dei bolscevichi - dopo la rivoluzione d'Ottobre - di tutti i trattati e gli accordi depositati negli archivi del governo zarista) la promessa di consistenti acquisizioni territoriali in Dalmazia, nella fascia di Adalia in Turchia e in Albania. In particolare era stata promessa all'Italia la baia di Valona, che fu effettivamente occupata al termine della guerra, ma a cui si dovette rinunciare in seguito all'insurrezione della popolazione di quella città il 2 aprile 1920. Il mito della "vittoria mutilata" che alimentò la propaganda fascista nacque da quelle rinunce forzate, determinate dalla vigorosa crescita del nazionalismo albanese, jugoslavo e turco.
L'unica acquisizione di una parte dei territori promessi nel Patto di Londra fu (a parte Trento, e Trieste, che sarebbero state però ottenute lo stesso anche in caso di neutralità) fu quella del territorio allora integralmente tedesco del Sud Tirolo, dell'Istria, di Fiume (conquistata col colpo di mano di D'Annunzio) e l'isolotto deserto di Saseno, strategicamente importante dato che controlla l'accesso alla baia di Valona.
Fallito il tentativo di occupare Valona ed altre parti dell'Albania, l'Italia si accontentò quindi di puntare a un controllo indiretto del paese, assumendosi una serie di compiti di "consulenza tecnica", compresa quella assai delicata della definizione degli incerti confini del nuovo Stato, che comportò in diverse occasioni alcuni incidenti, in cui nel 1923 rimase ucciso il gen. Tellini, capo della Commissione incaricata della ricognizione topografica. Anche nel 1935 il generale De Ghilardi, ispettore italiano dell'esercito albanese, rimase ucciso a Fier in una sollevazione nazionalista.
Le aspirazioni dell'imperialismo italiano sull'Albania d'altra parte non erano nate col fascismo, né ad essa era estranea la casa regnante, come si è detto a torto recentemente. È vero che alla vigilia della conquista del 1939 Vittorio Emanuele aveva manifestato qualche dubbio, che era però legato a considerazioni tattiche contingenti e non certo a divergenze di fondo con Mussolini. Lo sapevano bene gli albanesi, tanto è vero che monsignor Bumçi, il vescovo cattolico che guidava la delegazione albanese a Versailles, nel tentativo di respingere una spartizione o un vero e proprio protettorato, aveva già allora avanzato l'ipotesi che alla testa dello Stato indipendente albanese potesse essere collocato come re un principe di casa Savoia.
La politica di penetrazione economica e di corruzione di dirigenti locali, iniziata almeno dieci anni prima dell'avvento del fascismo dai governi liberali, continuò fino al 1938 sulle stesse linee, anche se senza maggiori successi. Roberto Morozzo Della Rocca, uno degli studiosi più attenti della storia delle relazioni italo-albanesi (con particolare attenzione all'utilizzazione politica del fattore religioso) ha scritto che "le concessioni economiche e la rete di interessi creata dagli italiani in Albania non si traducevano in un parallelo e proporzionale aumento di influenza politica e in un controllo strategico". Al contrario, "era lo stesso aspetto meramente finanziario a costituire un insuccesso per l'Italia", dato che si svolse in perdita netta per il nostro paese, al punto che non rimase che tentare l'avventura dell'annessione.
Un anno prima della conquista militare il console italiano a Tirana lamentava che la situazione dei lavoratori italiani (a parte alcuni specializzati "addetti al Comando della difesa nazionale" ) era piuttosto triste: essendo "quasi tutti mediocri lavoratori" non erano molto ricercati. "Chiedono paghe che, mentre sono fantastiche in paragone di quelle delle quali si contentano gli albanesi, sono insufficienti per loro" e quindi finiscoo per lavorare solo saltuariamente. L'unica eccezione è la richiesta "di cameriere giovani per locali pubblici e per privati", considerata tuttavia inopportuna dal console "per ragioni di decoro e di prestigio, essendo questa terra in genere fatale alle nostre lavoratrici giovani. Presto o tardi esse trovano un protettore straniero e finiscono per disabituarsi al lavoro onesto". E pensare che c'è oggi chi considera "predisposte alla prostituzione" le ragazze albanesi! Dopo l'occupazione il numero degli italiani occupati crebbe vertiginosamente (da 1200 a 70.000 durante la guerra di Grecia, esclusi i militari ovviamente), come crebbe anche l'apparato statale albanese (da 6.000 a 18.000), senza per questo diventare più efficiente e meno corrotto, ed anzi finendo per essere occasione di illeciti arricchimenti di una torma di profittatori, intermediari, capitalisti "magliari" e tenutari di case chiuse (in cui arrivavano direttamente, con grande scorno del regime, soprattutto "signorine" italiane).
Il finanziamento della Chiesa cattolica (nettamente minoritaria) era stato costosissimo, ma non l'aveva trasformata in una docile pedina della penetrazione italiana. Di fatto, come hanno osservato vari studiosi, la vera religione dell'Albania non è né quella islamica né quella ortodossa o quella cattolica, ma l'albanità. La stessa osservazione è stata fatta successivamente, anche a proposito dello stesso "marxismo-leninismo" di Henver Hoxha, dall'ex ambasciatore a Tirana, Gian Paolo Tozzoli, che ha curato una efficace ricostruzione del regime "comunista" nella guida Albania pubblicata nel 1992 dalla CLUEP di Milano. Che quei finanziamenti fossero soldi buttati via emerse chiaramente anche dopo la conquista, quando la Chiesa cattolica scoprì di non essere veramente privilegiata, dato che ingenti contributi, proporzionali al numero di fedeli e quindi ben più consistenti, venivano dati anche alle comunità ortodossa e islamica, peraltro senza effetti risolutivi. Così anche l'occupazione si concluse da tutti i punti di vista con un pugno di mosche, come tutte le altre "conquiste" dell'Italia imperiale.
L'invasione e l'occupazione della Jugoslavia (1941-1943)
6 aprile 1941: Belgrado distrutta dai bombardamenti
All'alba della domenica delle palme, il 6 aprile 1941 uno spaventoso bombardamento tedesco distrugge gran parte della città di Belgrado. Sperimentata prima a Guernica, poi a Varsavia, viene applicata quella tecnica della distruzione sistematica di tutte le infrastrutture civili oltre che militari che caratterizzerà poi tutta la Seconda Guerra Mondiale, e che culminerà nella distruzione di Dresda, Hiroshima e Nagasaki. Per tutti gli jugoslavi un trauma indelebile, riecheggiato nel bellissimo film di Emir Kusturica, Underground.
Nel corso dei bombardamenti furono distrutti antichi monumenti artistici, e la Biblioteca nazionale con tutti i suoi tesori. I bombardamenti colpirono anche altre città come Skopije, Cetinjie, Niö. La cifra delle vittime è controversa, per l'interesse convergente dei massacratori ma anche delle autorità del paese aggredito che, per ragioni diverse, omettono il bilancio reale (nel caso dell'esercito jugoslavo si trattava di nascondere la propria impreparazione); tuttavia, secondo Sthephen Clissold, sarebbero state 20.000, e in gran parte civili. Tra i morti, ironia della storia, uno dei più filofascisti del governo guidato dal generale Duöan Simovic, lo sloveno Frane Kulovec, che appena il giorno prima aveva presentato a Hitler - tramite l'ambasciata slovacca - la proposta di creare una Slovenia "indipendente" sotto la protezione tedesca.
Il capo del governo, Simovic, era assente dalla capitale per assistere al matrimonio della figlia. Ma naturalmente questo particolare è solo la conferma di un atteggiamento suicida, che portò a evitare ogni mobilitazione, sperando di non irritare le potenze dell'Asse, a cui venivano ripetute incessantemente dichiarazioni di buona volontà. L'interruzione di ogni comunicazione telefonica e radiofonica impedì poi a Simovic e allo Stato Maggiore di impartire ordini alle truppe, che rimasero disorientate e sbandate come quelle italiane dopo l'8 settembre del 1943. Peraltro, anche se li avessero dati, si poteva dubitare dei risultati, dato il basso livello dei quadri superiori dell'esercito: l'attaché militare francese, che aveva assistito alle manovre del 1937, aveva scritto nel suo rapporto che non era suo compito convincere i vertici militari jugoslavi della loro incapacità e suggerir loro di fare harakiri...
Non si trattava certo di un'inferiorità intrinseca degli jugoslavi - che daranno negli anni successivi una splendida dimostrazione delle loro capacità combattive, impegnando ben trenta divisioni tedesche - ma dell'organizzazione basata sul predominio arrogante dei serbi, che avevano escluso a lungo croati e sloveni dagli alti gradi, generando al tempo stesso frustrazioni, tensioni interetniche e una selezione non basata sul criterio delle effettive capacità. Inoltre il piano militare tedesco era stato ben congegnato: l'invasione era cominciata da più parti: truppe tedesche erano entrate dalla Romania e dalla Bulgaria, ed erano state spalleggiate dall'esercito bulgaro, a cui era stato promesso un cospicuo bottino. Contemporaneamente l'esercito italiano entrava in Jugoslavia dall'Istria e dall'Albania, e poco dopo si sarebbero aggiunte anche forze ungheresi a cui era stata concessa l'occupazione della Vojvodina, dove esisteva una cospicua minoranza magiara.
L'antefatto
L'invasione della Jugoslavia non rientrava nei precedenti piani di Hitler. Probabilmente questi condivideva il giudizio di Bismarck, che aveva detto che quella terra non valeva le ossa di un solo granatiere di Pomerania. La Germania, d'altra parte, come l'Italia, preferiva puntare a un controllo indiretto dei Balcani attraverso l'alleanza con governi conservatori, anche utilizzando gli storici legami dell'Austria nell'area balcanica. In questo la Germania era entrata più volte in concorrenza e quasi in conflitto con l'Italia, che mirava allo stesso obiettivo e che, in particolare al momento del primo tentativo di annessione dell'Austria nel 1934, aveva puntato a un polo con Ungheria, Jugoslavia, Romania e Bulgaria (più l'Albania semivassalla) per contrastare l'espansionismo germanico. Tuttavia l'incoerenza della politica estera fascista aveva reso debole questo progetto, in particolare per quanto riguarda la Jugoslavia, preoccupata per l'appoggio dato dal governo di Roma al gruppo fascista croato di Ante Pavelic, ma anche ad altri uomini politici croati. Per attenuare le diffidenze, ovviamente accresciutesi dopo l'assassinio di re Aleksandar da parte degli ustaöa avvenuto a Marsiglia il 9 ottobre 1934, alcuni capi del gruppo fascista croato furono confinati a Lipari per qualche tempo. Ma le ambizioni mussoliniane erano tanto manifeste che un vero riavvicinamento con Belgrado non fu possibile. Inoltre, la penetrazione economica della Germania in Jugoslavia era nettamente superiore a quella italiana.
La crisi che doveva portare la Jugoslavia ad allontanarsi dalla Germania e dall'Italia, ormai non più antagoniste dopo la guerra di Etiopia e le sanzioni della Società delle Nazioni, fu la conquista dell'Albania. Concepita come rivincita sulla conquista della Cecoslovacchia da parte di Hitler, l'operazione non fece alcun effetto a livello internazionale, dato che l'Albania fin dal 1912 era di fatto un protettorato italiano. Ma allarmò il governo jugoslavo, preoccupato dalle aspirazioni italiane sul Kosovo. Nel febbraio 1939 era caduto il governo Stojadinovic, che due anni prima aveva firmato un trattato con l'Italia. Il successivo governo di Dragiöa Cvetovic cercò - tardivamente - di attenuare le tensioni con i croati creando accanto alle banovine (province autonome) serba e slovena una banovina di Croazia, e poi altre due in Bosnia-Erzegovina e nella Vojvodina. Ma lo Sporazum (accordo) del 26 novembre 1939 non fu mai attuato, soprattutto per quanto riguarda l'inserimento nei comandi dell'esercito di rappresentanti croati.

tommy79 venerdì, 26 dicembre 2008

Re: 99 fosse?

Venite....drogatelli che vi fate chiamare "99 posse". Abbiamo scavato in voistro onore 99 fosse....i primi posti sono per voi!

0980 sabato, 14 marzo 2009

Re: 99 fosse?

> Venite....drogatelli che vi fate chiamare "99
> posse". Abbiamo scavato in voistro onore 99
> fosse....i primi posti sono per voi!

NOOO, io lio adoro! Mi fanno morire dalle risate, specie la parodia gi 'Gianna!'Grandissimi, fnalmente ci voleva qualcuno che prendesse per il culo sti' ebrei maledetti!

. martedì, 13 gennaio 2009

Re: 99 fosse?

> Venite....drogatelli che vi fate chiamare "99
> posse". Abbiamo scavato in voistro onore 99
> fosse....i primi posti sono per voi!

Tanto quando saremo entrambi morti tu starai bruciando all'Inferno ed io ti guarderò soffrire in eterno dall'alto del Paradiso.

Taci comunista mafioso sabato, 12 aprile 2008

che me ne frega a me del 1930

STORIA
1956: LA RIVOLUZIONE NASCOSTA

Nel cuore dell'Europa è nata una rivoluzione per la libertà dal comunismo, per la libertà da un' idea degenerata, per la libertà di un popolo stanco di essere un burattino nelle sporche mani del patrone sovietico. Una Rivoluzione di tredici giorni, tredici giorni che NON sconvolsero il mondo, da una parte un occidente impegnato a schierarsi solo quando vengono intaccati i propri interessi, dall'altra L'URSS che non trovando opposizioni di sorta decide di dare una lezione a questi ribelli ungheresi. Le democrazie occidentali non hanno fatto un passo, che sia stato uno per venire incontro alle richieste di aiuto che pervenivano da Budapest. Siamo in clima da guerra fredda e il blocco occidentale dovrebbe fare qualcosa per poter liberare l'Ungheria dalle catene comuniste e invece? Invece niente, tutti i paladini delle libertà, USA in testa non fecero niente, perché ? Perché questa rivolta non interessava, era una rivolta di secondo ordine, meglio dedicarsi ai loro interessi economici in medio oriente. Negli stessi giorni, infatti l'Egitto di Nasser, aveva nazionalizzato il Canale di Suez andando contro gli interessi di Francia ed Inghilterra che fino a quel momento gestivano il canale con evidenti interessi economici in gioco. Inghilterra e Francia, decise a non perdere il ruolo di “padroni” di un punto strategico sia politico che economico, minacciano un intervento armato, evitato solo da un ultimatum russo e uno stop forzato da parte degli USA (situazione che denota bene quale fosse la situazione durante la guerra fredda) . Questa breve parentesi ci fornisce un quadro della situazione internazionale e ci fa intuire il fatto che tutto ciò che accadeva era valutato dalle due superpotenze del periodo (USA/URSS) che successivamente dettavano il da farsi ai rispettivi alleati. Questo in linea teorica poiché questo accadeva, certo, ma solo dove erano in gioco interessi economici, o dove si voleva perseguire una politica di potenza (come sarà per la “crisi di Cuba”, o come sarà per il Vietnam, o ancora gli interventi in Iran e Iraq). Risulta quindi chiaro che dove era in gioco la libertà di un popolo oppresso dall’ odio comunista, ma non una Nazione strategicamente importante, la politica perseguita dal cosiddetto blocco democratico fu molto biblica, ed infatti come Ponzio Pilato, se ne lavarono le mani lasciando gli insorti di Budapest a combattere contro i carri armati sovietici inviati in Ungheria dal Cremlino. La Rivoluzione ungherese è da annoverare come primo atto di quella lunga involuzione che porterà al crollo dell’ideologia socialista, che professando la costruzione di un paradiso, regalò solamente un inferno ai popoli sottomessi dalla loro parte della cortina di ferro. Iniziata il 23 Ottobre 1956 con una grande manifestazione popolare antisovietica, ben presto la protesta in Ungheria degenera in rivolta, chiamando nelle strade e nelle piazze il popolo dietro le barricate che vedevano la presenza di: Studenti, operai, minatori, impiegati, dirigenti statali, artigiani, contadini, insegnanti, scrittori di grido, giornalisti popolari, sindaci, assessori, soldati, ufficiali, vigili del fuoco, medici, infermieri, parroci, politici comunisti, risorti esponenti democratici e, al vertice, lo stesso governo di Budapest, successivamente decapitato dai repressori. Questo per testimoniare che gli insorti non erano solamente un gruppo di sbandati o nostalgici del Maresciallo Horty, come verrà detto e scritto. I rivoluzionari rappresentavano l’intera società ungherese non più disposta ad essere privata della propria libertà sulla propria terra. Nella più totale indifferenza, i sogni di una Nazione vengono schiacciati, dopo tredici giorni di lotta senza quartiere, dai cingoli dei carri russi. Una considerazione è d’obbligo sul numero di carri inviati in Ungheria: erano più di 5.000, più di quanti Hitler ne inviò su tutto il fronte russo,impressionante se pensiamo che i rivoluzionari non erano rappresentazione di un esercito, ma solo uomini e donne, giovani e vecchi, che lottarono quasi a “mani nude”contro quei carri armati. Un numero che denota quindi la volontà russa, non solo di reprimere la rivolta, ma anche la volontà di cancellare qualsiasi istanza di libertà, un esempio che servisse da monito per il futuro, non solo per l’Ungheria ma per tutti i paesi del blocco sovietico, che dopo la morte di Stalin, e la destalinizzazione, credevano in una nuova realtà… niente di più sbagliato. E l’Italia? Ecco in Italia il discorso diventa quasi “tragicomico”: in una terra che vede l’unità del suo popolo sotto un'unica bandiera solo come un sogno, non potevano mancare diversi punti di vista e diverse prese di posizione. Nel ’56 in Italia domina la DC, e dopo la scelta effettuata di schierarsi con in blocco occidentale, anche per il governo italiano la rivolta ungherese ottiene poca attenzione e viene trattata con molta freddezza, nel timore di irritare i “padroni” da cui la DC dipende per la sua sopravvivenza. L’unica opposizione alla DC è il PCI e qui l’ipocrisia raggiunge vette impressionanti;infatti se la DC si era limitata a non schierarsi, i dirigenti comunisti per non indispettire la “Madrepatria”, come pecore in un gregge seguono la volontà sovietica con dichiarazioni che rilette ora, alla piena luce dei fatti ungheresi, fanno rabbrividire. Togliatti, grande capo dei comunisti italiani, ed esponente di spicco del comunismo internazionale, ebbe a dichiarare: "È mia opinione che una protesta contro l'Unione Sovietica avrebbe dovuto farsi se essa non fosse intervenuta, nel nome della solidarietà che deve unire nella difesa della civiltà tutti i popoli". Ma non solo, Ercole Ercoli ( come si faceva chiamare anche durante la guerra civile spagnola) a Pietro Ingrao, che era andato a trovarlo subito dopo l'invasione per confidargli il suo turbamento, riferendogli di non avere dormito la notte, risponderà: "Io invece ho bevuto un bicchiere di vino in più". Ma aspettate il bello deve ancora arrivare poiché Togliatti fu comunista,ma comunista integrale, non quindi figlio di quel trasformismo politico-ideologico che sembra aver afflitto i comunisti post crollo. Esempio di questo è il nostro presidente della repubblica Giorgio Napolitano,nel 1956 responsabile della commissione meridionale del Comitato Centrale del PCI,( si i dati sono corretti, dopo più di cinquant’anni è ancora sulla scena politica, fenomeno di eterna giovinezza e longevità politica che lo accomuna a quello che oramai è da considerarsi una figura quasi mitologica e a tutti gli effetti immortale, incarnata da Andreotti) condannò come controrivoluzionari gli insorti ungheresi, su L'Unità si arrivò persino a definire gli operai insorti "teppisti" e "spregevoli provocatori" giustificando l'intervento delle truppe sovietiche sostenendo invece che si trattasse di un elemento di "stabilizzazione internazionale" e di un "contributo alla pace nel mondo". Bene questo personaggio ora dovrebbe rappresentare tutto il popolo italiano. Ancora una volta è palese come in Italia la memoria storica ricordi solo “certi fatti”, cancellandone altri di cui non bisogna parlare neanche a distanza di sessant’anni. La Rivoluzione ungherese rappresenta tutto questo, un pezzo di storia che si è voluto cancellare, nessun testo scolastico riporta questi avvenimenti, nessun insegnante pensa di inserire questi avvenimenti nel suo programma didattico. La Rivoluzione ungherese vide un intero popolo lottare contro il comunismo in un sogno di libertà, non vogliamo più nascondere questo sogno, vogliamo liberare la nostra memoria per cancellare quel muro creato davanti ai nostri occhi per renderci schiavi…ribellati per essere libero.

99 POSSE sabato, 12 aprile 2008

Rigurgito antifascista

Fichettini inamidati tutti turgidi e induriti
vanno per la strada tutti fieri ed impettiti
si sentono virili atletici e puristi
sono merda secca al sole luridi fascisti
Domenica allo stadio tutti a sfogare
frustrazioni accumulate in settimane ad obbedire
obbedire ad un potere strumentale al capitale
sissignore mi dispiace ho fatto molto male
Cala la notte e messe a posto le cartelle
reggono i calzoni con due comode bretelle
rasano la testa l’anfibio bene in mostra
coltello nella tasca e incomincia poi la giostra
Drogato negro, frocio comunista pervertito
terrone punk’ a bestia sadomaso travestito
è inutile nasconderti sarai individuato
e nel cuore della notte sarai sprangato
20 a 1 è la tua forza fascio infame
ti nascondi ed alle spalle mi colpisci con le lame
non ti fai vedere in faccia non serve a niente
con la tua puzza di merda ti distinguo tra la gente

rit. C’ho un rigurgito antifascista
se vedo un punto nero ci sparo a vista
C’ho un rigurgito antifascista
se vedo un punto nero ci sparo a vista

Stai a sentire verme schifoso
tu non mi campi a lungo ti mando a riposo
c’è una sola violenza che posso accettare
lotta di classe contropotere
Violenza dettata da necessità
necessità oggettiva quella di poter campà’
Campare liberato dal lavoro salariato
ma la tua violenza l’ho già spiegato
è l’azione più eclatante miserabile e impotente
di chi non può far niente disprezzato dalla gente

rit. C’ho un rigurgito antifascista
se vedo un punto nero ci sparo a vista
C’ho un rigurgito antifascista
se vedo un punto nero ci sparo a vista

Sei il braccio armato del padronato
che ti succhia fino all’osso e poi sei sei licenziato
miserabile servo dei servi di potere
tu questo lo sai bene e ti fa incazzare
vuoto come un cesso non ti sai organizzare
vigliacco depresso ed incominci a picchiare
dite rivoluzione fottutissimi vermi
ma siete solo servi dei servi dei servi
"Servi dei servi dei servi
nulla può smentire la parola dei bastardi
generati come automi o peggio bene di consumo
sistematicamente MERDA
per chi vende immagini ricicla stereotipi
a reti unificate per la brava gente
l’informazione di regime non vede e non sente niente
non si parla di chi è picchiato bruciato
mentre il fascista oggi è guardia dello stato
in nome di un valore finto uccide per istinto
come bestie feroci accecate dalla tua idiozia
99 POSSE e ZOU antifascismo militante
senza tregua la sola costante
in culo a quella gente che pensa incoerentemente
per questo chi mi ascolta non mi darà ascolto
l’unico fascista buono è il fascista morto"

rit. C’ho un rigurgito antifascista
se vedo un punto nero ci sparo a vista
C’ho un rigurgito antifascista
se vedo un punto nero ci sparo a vista

Dico non mi provocare dico non mi provocare
dico stammi lontano dico vattene a cacare
dico se mi incontri per la strada incomincia a scappare
tieni bene a mente dico non dimenticare
Tocca i compagni e sò’ cazzi da cacare
mi puoi fare l’agguato mi puoi sprangare
ma i compagni sono tanti ti verranno a cercare
in massa di giorno per fartela pagare
E allora non si scappa non c’è niente da fare
la rabbia dei compagni non la si può fermare
come non si può fermare il proprio stesso respirare
lottare e respirare perché è quello che siamo
respiri per non morire
lotti per continuare a campare
La lotta continua va avanti si evolve
e dopo tanti anni di infamie e di vergogne
sarete ricacciati per sempre nelle fogne

rit. C’ho un rigurgito antifascista
se vedo un punto nero ci sparo a vista
C’ho un rigurgito antifascista
se vedo un punto nero ci sparo a vista

www.youtube.com/watch?v=37FglrZk8sY

VOTA FORZA NUOVA sabato, 12 aprile 2008

Ecco il vero motivo...

Veltroni per giustificare la sostenibilità economica del suo programma delle meraviglie, in cui promette la Luna a tutti, si affida agli studi di Banca Intesa. Le banche che in questi anni vi hanno prima ingannato, vendendo mutui a tasso variabile spacciati come sicuri, quindi mandato in rovina con le rate raddoppiate.

Le stesse banche che ai lavoratori proponevano di investire in derivati, futures e subprimes la liquidazione frutto di anni di sacrifici, approfittandosi della loro ignoranza in materia finanziaria. Vigliacchi che hanno riversato il rischio delle loro avide speculazioni sui risparmi dei pensionati italiani.

Dall'altra parte Berlusconi sostiene senza vergogna, con il suo solito sorriso beffardo, che l'Italia ha il lavoro più sicuro, più garantito e meglio pagato d'Europa, pertanto i precari non sono un problema. Dall'alto dei suoi miliardi e del suo spaventoso vuoto morale, per lui non conta nulla una intera generazione a cui è stato negato il futuro, derisa nelle sue difficoltà quotidiane con oscene proposte di matrimonio.

Riflettete su questo e chiedetevi chi davvero vuole il bene della vostra Patria. Sappiate che i forzanovisti non hanno interessi da difendere, se non quelli degli Italiani, e vivono la vita vera della gente che la mattina si alza per andare a lavorare, non i privilegi tra i velluti e gli ori nel Palazzo dei Corrotti.

Andate a votare, sempre e comunque. Immaginatevi lunedì sera i due movimenti di estrema destra al 40% che entrano a Montecitorio marciando come legione compatta per sbattere fuori a calci nel culo VeltrusCasini!

Questa è l'unica lezione che i Parassiti della Casta possono capire. Esprimere una legittima sfiducia con l'astensione è inutile e pericoloso. A loro di essere votati da 50 milioni, da 5 mila o solo da 5 italiani non interessa. Sanno che in ogni caso resteranno asserragliati nel loro schifoso Palazzo.

I nemici dell'Italia hanno paura solo di questo: che arrivi finalmente qualcuno che li sbatta fuori dai coglioni e tolga loro l'Italia per restituirla agli Italiani!

Riprendiamoci la nostra Patria!

n° 20
CHINONHAMEMORIANONHAFUTURO sabato, 12 aprile 2008

La memoria storica che manca agli italiani

Le molte responsabilità dell'Italia

Le responsabilità dell'Italia nella crisi balcanica non sono solo quelle delle maldestre e contraddittorie ingerenze nella politica interna jugoslava, o dell'irresponsabile avallo alle tendenze secessioniste croate e kosovare.
Fu la guerra di Grecia a provocare la catastrofe. Iniziata per velleità di grandezza imperiale e per gelosia infantile nei confronti della vittoria tedesca in Francia, soprattutto se comparata alla miserabile riuscita della proditoria e maramaldesca aggressione italiana a una Francia già piegata, fu avviata il 28 ottobre 1940, l'anniversario della marcia su Roma, che coincideva tuttavia con l'inizio del maltempo autunnale. In poche settimane l'Italia fu ributtata indietro dall'esercito greco, pessimamente armato, ma fortemente motivato e sostenuto da uno sforzo eroico della popolazione civile, che trasportava a spalle i mortai e le munizioni sulle più impervie zone di montagna. La guerra si spostò fin dentro l'Albania, con gravissime conseguenze sulla popolazione locale, che gli italiani non dovrebbero mai dimenticare.
L'orientamento filofascista del governo greco del dittatore Metaxas (morto il 29 gennaio 1941), che aveva lasciato sguarnite le frontiere con l'Albania per illusioni sulle intenzioni dell'Italia fascista, fu abbandonato rapidamente dal nuovo governo Koridzis, che chiedeva e otteneva aiuto dalla Gran Bretagna. Hitler reagì in modo furibondo, tanto più che Mussolini gli aveva tenuto nascosto il suo insensato progetto, di cui lo informò solo a cose fatte nell'incontro di Firenze avvenuto proprio il 28 ottobre 1940. Il maresciallo Keitel attribuì appunto alla guerra di Grecia l'inizio della fine del "Reich millenario". Al processo di Norimberga dichiarò lapidariamente: "arrivammo con tre ore di ritardo e ciò fu la catastrofe". Aveva sostanzialmente ragione: l'avventurismo di Mussolini aveva consentito la costituzione di una testa di ponte inglese nei Balcani, particolarmente pericolosa per l'invasione dell'URSS, già decisa e tenuta a lungo nascosta a Mussolini per ricambiarlo della stessa moneta.
Come è noto, Hitler iniziò immediatamente la preparazione di un'occupazione della Grecia, che comportava tuttavia il passaggio per la Jugoslavia. Energiche pressioni in tal senso furono fatte sul reggente Pavle di Jugoslavia, mentre con la massima segretezza grandi forze tedesche entravano in Bulgaria. Nel corso di marzo il reggente Pavle e Cvetkovic cominciarono a cedere, mentre aumentava la protesta popolare. Il 21 marzo si dimisero tre ministri contrari all'adesione della Jugoslavia all'Asse, ma il 25 dello stesso mese Cvetkovic firmava a Vienna l'adesione al Patto tripartito, troncando definitivamente con la Gran Bretagna, ma anche con il suo popolo. Imponenti manifestazioni spontanee protestavano contro la capitolazione del governo e del reggente a Niö, a Spalato, a Leskovac, a Kragujevac, a Cetinje, a Skopje, a Lubiana. Al loro interno ricompariva con molta forza il Partito comunista, che era stato messo fuori legge vent'anni prima.
Nella notte tra il 26 e il 27 marzo un colpo di Stato militare antitedesco diretto da ufficiali di aviazione filobritannici, tra cui Borivoje Mirkovic e Duöan Simovic, che assumeva la guida del governo, rovesciò il governo Cvetkovic e spedì il reggente in esilio in Kenia, dichiarando maggiorenne Petar Karadjorjevic (a cui mancavano in realtà diversi mesi per la maggiore età), che fu quindi proclamato re.
Il nuovo governo ricordava per molti aspetti quello che si formerà in Italia nel 1943 con Badoglio: prima preoccupazione fu quella di incarcerare centinaia di comunisti. Inoltre aprì trattative sia con la Gran Bretagna sia con l'URSS, che tuttavia era ancora troppo legata dal patto Ribbentrop-Molotov. Nel corso di un incontro tenuto al Cremlino tra Simovic e Viöinskij, questi offrì solo un generico trattato di amicizia e di non aggressione, dal quale si desumeva che l'URSS era disponibile a mantenere un atteggiamento di benevola neutralità nei confronti di Belgrado, ma non ad entrare in guerra al suo fianco. Un trattato che serviva a poco in quel frangente. Due giorni dopo cominciavano i bombardamenti di Belgrado e l'invasione del paese.


L'Italia fascista e gli "eterni" odii interetnici.


Un luogo comune assai diffuso attribuisce gli attuali conflitti nel Kosovo e quelli precedenti in Bosnia, in Croazia, ecc., agli "eterni" conflitti etnici. In realtà se, come abbiamo accennato, la questione nazionale non era stata risolta felicemente nella Jugoslavia tra le due guerre per l'eccesso di centralismo serbo, non aveva generato gravi conflitti. Il gruppo di Pavelic esisteva, ma superava appena i 500 aderenti: era una frangia insignificante, che non interpretava affatto l'atteggiamento della stessa popolazione croata.
Anche se a volte la Jugoslavia era stata definita una "prigione dei popoli" dal Partito comunista, fautore da sempre di una soluzione federativa e che - prima della Seconda Guerra Mondiale - difendeva (come tutti i partiti comunisti, compreso quello italiano) il diritto delle minoranze all'autodecisione fino alla separazione, il suo assetto interno non era particolarmente diverso da quello di altri paesi come l'Italia o la Spagna che comprendevano etnie non protette. Non vi furono d'altra parte in quel periodo conflitti significativi su questo terreno.
Nel 1941 cambiò tutto, e la prima responsabilità ricade, più che sulla Germania nazista come si pensa abitualmente, sull'Italia mussoliniana: essa infatti non solo si impadronì di gran parte del litorale dalmata e di Lubiana, che divenne "provincia italiana", ma costituì un Regno di Croazia in cui fu incorporata la Bosnia e quindi un numero altissimo di serbi, di "musulmani" ecc. Questo regno doveva essere affidato a un Ajmone di Savoia, che doveva assumere il nome croato di Tomislav II, ma che preferì non mettervi mai piede per non fare la fine di Massimiliano d'Asburgo in Messico. Rimase prevalentemente a Saint Moritz, frequentandone assiduamente il famoso Casinò. Ciano, tuttavia, lo faceva pedinare per timore che si dileguasse del tutto, e scrisse sul suo Diario che dopo una breve sparizione era stato rintracciato in un alberghetto di Milano, dove aveva passato la notte con una "ragazza di facili costumi", come si diceva allora.
Come reggente fu collocato il criminale comune Ante Pavelic, di cui Curzio Malaparte, allora corrispondente del fascista Corriere della sera descrisse i crimini - a guerra finita - nel suo libro Kaputt: ad esempio disse di avere visto nella villa in cui aveva sede il comando degli ustaöa un cesto che gli sembrava pieno di ostriche. Erano invece venti chili di occhi strappati ai serbi. Altre denunce erano state fatte subito da alcuni ufficiali italiani e perfino tedeschi.
In Croazia furono compiuti crimini atroci, con la benedizione di quel monsignor Aloysio Stepinac che Giovanni Paolo II ha voluto beatificare di recente per compiacere il potente episcopato croato. Religiosi francescani parteciparono alla direzione dei famigerati campi di concentramento in cui a una parte dei serbi e dei "musulmani" si offriva la possibilità di salvarsi con una conversione forzata al cattolicesimo, mentre tzigani ed ebrei venivano direttamente consegnati ai campi di sterminio nazisti.
Quei crimini generarono una spirale di odii e di vendette, giacché anche i cetnici serbi fedeli a re Petar non erano da meno se mettevano le mani su qualche croato. Ma l'innesco era stato provocato proprio dalla spartizione della Jugoslavia voluta insieme da Mussolini e da Hitler.
Una parte degli ufficiali italiani, abbiamo accennato, si indignarono e cercarono di limitare quei crimini; non a caso dopo l'8 settembre del 1943 molti di loro - pur rimasti senza ordini per la viltà di Vittorio Emanuele III e di Badoglio - rifiutarono di piegarsi ai tedeschi e molti si unirono ai partigiani. Gran parte degli ufficiali e dei soldati della Divisione "Venezia" e della "Taurinense" formarono la divisione "Garibaldi", unendosi ai partigiani comunisti pur essendo tendenzialmente monarchici, perché avevano verificato che solo i comunisti combattevano a fondo i nazisti, mentre i cetnici di re Petar preferivano accordarsi con gli occupanti contro gli altri partigiani. E' una storia poco conosciuta, che fa onore al nostro popolo.
Ma torniamo ai famosi "fatali ed eterni odii interetnici", di cui parlano i propagandisti dell'intervento militare di oggi. La prima smentita viene dallo straordinario successo dei partigiani comunisti, che seppero tenere impegnate trenta divisioni tedesche e liberare da soli gran parte del proprio paese, unico esempio in Europa oltre all'Unione Sovietica. La loro forza derivava da due fattori: da un lato non rinviarono come in altri paesi a un "secondo tempo" sia la questione sociale sia quella istituzionale (praticarono da subito una radicale riforma agraria nelle zone liberate e rifiutarono ogni accordo con i seguaci conservatori del re); dall'altro abbozzarono subito un progetto di soluzione della questione nazionale basata su quella Federazione che consentì poi oltre quarant'anni di convivenza sostanzialmente pacifica tra le varie etnie. La stessa composizione del gruppo dirigente era una conferma vivente della concretezza del progetto: Tito era mezzo croato e mezzo sloveno, Kardelij era sloveno, Rankovic serbo, Moshe Pijade ebreo, Djilas montenegrino, ecc.... La dissoluzione della Jugoslavia tra il 1989 e il 1991, e le tragedie successive, non avvennero dunque per la fatale permanenza degli odii antichi, ma come conseguenza di una crisi profonda del regime dovuta all'indebitamento estero, alle pressioni del FMI e della Banca Mondiale, e al tentativo dei dirigenti ex comunisti come Milosevic o Tudjiman di organizzarsi un consenso agitando vecchi spettri e presentandosi come "salvatori" del paese da un pericolo esterno. Ma approfondiremo questi problemi più avanti.


L'Italia e il Kosovo durante la Seconda Guerra Mondiale


Gli argomenti della propaganda di guerra talvolta fanno breccia anche nella sinistra, a volte direttamente, oppure attraverso un rifiuto così radicale delle motivazioni ufficiali, che porta a schierarsi non solo contro l'aggressore, ma a fare proprie le tesi dell'aggredito, non necessariamente corrette. Così, essendo innegabile che la Serbia è aggredita, si tende ad attribuire ai kosovari ogni colpa, al di là di quella - di una parte soltanto del gruppo dirigente dell'UCK - di avere accettato una protezione interessata, facendo da esca per la trappola. E si nasconde che, se una parte dei kosovari hanno abbandonato la linea non violenta e gradualista di Rugova, ciò si deve non solo e non tanto ai finanziamenti della diaspora albanese negli Stati Uniti (e magari della stessa CIA), ma al fallimento di quella linea per l'intransigenza serba. Non ci si può scandalizzare dunque se in questo contesto è cresciuto un movimento che punta all'indipendenza, e che si illude di trovare protezione da parte della NATO. È lo stesso ragionamento che abbiamo già fatto a proposito del popolo palestinese, per capire perché di fronte all'intransigenza dei Benyamin Netaniahu e all'inadeguatezza (a dir poco) dei risultati ottenuti da Arafat, si è sviluppato l'integralismo islamico, che si è rafforzato non perché islamico, ma perché è apparso il più deciso oppositore ad accordi che anche lucidissimi e laici esponenti palestinesi come Edward Said, Mahmud Darwish, Hanna Ashrawi o Abdel Shafi hanno criticato severamente.
Può essere utile ricostruire le vicende del Kosovo nell'ultimo secolo, senza nascondere le sue sofferenze, che ci sono state, e senza ignorare il punto di vista dei serbi (non del solo Milosevic). Nel secolo scorso diversi viaggiatori, inglesi o di altre nazionalità, hanno descritto vivacemente i conflitti che esistevano in quella regione dell'Impero ottomano, e che spesso si concludevano a danno della minoranza serba, meno armata e relativamente meno protetta. Ma non erano conflitti "etnici". L'arretratezza del Kosovo e della stessa Albania, la parte più povera e trascurata dell'impero ottomano, aveva fatto protrarre fino alle soglie di questo secolo un'organizzazione per clan che comportava spesso scontri cruenti tra gli stessi albanesi, per faide durate decenni, il ricorso sistematico all'abigeato nei confronti dei vicini in caso di calamità naturali, ecc.
Le leggende alimentate dalla propaganda nazionalista serba hanno ingigantito tutti gli episodi di cui erano vittime gli slavi, ignorando quelli che avevano colpito gli albanesi. Ad esempio, si ingigantivano i dati sugli stupri a danno di serbe, sorvolando sul fatto che analoghi episodi colpivano donne albanesi, e che comunque la percentuale di tali episodi non era diversa da quella riscontrata nei rapporti di polizia nelle regioni più arretrate della stessa Serbia. Un residuo di concezioni che consideravano la donna un oggetto disponibile, ovviamente orribili, ma che non avevano nulla a che vedere con la pratica sistematica e deliberata dello stupro che ha accompagnato la "pulizia etnica" (da parte di croati, serbi e "musulmani") nelle guerre di Croazia e di Bosnia in questo terribile decennio.
La propaganda nazionalista serba aveva ingigantito allora quegli episodi, per teorizzare l'inferiorità "razziale" degli albanesi. Ad esempio, un uomo politico serbo, Vladan Djordjevic, improvvisatosi antropologo, aveva sostenuto seriamente nel 1913 che gli albanesi erano residuati di popolazioni primitive che avevano avuto la coda per appendersi agli alberi (secondo lui, ancora nel secolo scorso c'erano nel Kosovo esemplari umani con residui della coda!). Il residuo animalesco degli "arnauti", come venivano chiamati da turchi e serbi gli albanesi, sarebbe stato provato dalla mancanza di un alfabeto. La propaganda serba, inoltre, sosteneva che la "Vecchia Serbia" (così veniva chiamato il Kosovo a Belgrado) era sempre stata abitata solo da serbi fino alla battaglia di Kosovo Polje del 1389, quando era cominciata una "invasione" albanese al seguito delle armate turche. Nulla di più falso: nella famosa battaglia, rispolverata da Milosevic nel 1989 per cancellare l'autonomia sancita dalla Costituzione jugoslava, gli albanesi erano presenti in entrambi gli eserciti, come risulta da tutti i documenti dell'epoca. Ciò si doveva naturalmente al fatto che allora, come in tutta l'Europa e nel mondo, non era nata un'identità "nazionale", e la presenza in questo o quell'esercito dipendeva dalle scelte tattiche dei vari capi clan. E ciò era durato a lungo: Skanderberg, l'eroe albanese per eccellenza, era figlio di una serba, mentre Djordje Petrovic, detto Karadjordje, fondatore della dinastia serba, era invece di origine albanese.
I più raffinati propagandisti serbi, invece di negare l'esistenza di albanesi nella "Vecchia Serbia", li consideravano in parte "invasori", in parte serbi convertiti all'islam e albanesizzati linguisticamente. Naturalmente in tutti i Balcani c'erano state molte conversioni alla religione dei dominatori, ma rimaneva da spiegare come mai l'assimilazione linguistica sarebbe avvenuta da parte di quella che doveva essere secondo loro una minoranza insignificante, e non da parte dei turchi, come è accaduto quasi ovunque negli altri casi accertati.
Su questi aspetti è prezioso il libro più organico sulla storia di questa sfortunata regione, quello di Marco Dogo, Kosovo. Albanesi e serbi: le radici del conflitto, C. Marco Editore, Lungro di Cosenza, 1992. Un libro documentatissimo e rigoroso di ben 376 pagine, che costa purtroppo, se lo si trova ancora, 45.000 lire. Anche l'agile ed equilibrato libretto di Thomas Benedikter, Il dramma del Kosovo. Dall'origine del conflittofra serbi e albanesi agli scontri di oggi, Data News, Roma, 1998, p. 140, ]. 22.000, fornisce dati assai utili su questo piano.
Come per tutte le convivenze durate per secoli, con qualche tensione, ma senza conseguenze tragiche (ad esempio il Libano fino all'inizio della penetrazione delle potenze europee nel 1840), i guai veri sono cominciati con gli interventi esterni. Nel corso del secolo XIX, oltre alla guerra propagandistica, nel Kosovo e in Macedonia operavano agenti della Serbia da un lato, dell'Austria Ungheria dall'altro, che offrivano protezione a destra e a manca per impossessarsi di quei territori facendo leva sulle rivalità tra i vari capi locali (i serbi stessi protessero alcuni capibanda albanesi contro altri).

Le responsabilità europee ed italiane nel conflitto

Sono le guerre balcaniche (sulla cui origine esterna è difficile dubitare, dato che dietro a ciascon contendente c'erano le maggiori potenze europee che affilavano le armi in vista della Grande Guerra) ad avviare i tentativi di spartizione dell'ampia area dell'Albania etnica, che cominciava ad aspirare all'indipendenza, ma che aveva meno forza degli altri contendenti, e a cui offriva protezione l'ultimo paese arrivato sulla scena balcanica: l'Italia. Nel corso delle guerre balcaniche e poi della Prima Guerra Mondiale i territori del Kosovo e della stessa Albania sono invasi da diversi eserciti. L'Italia offre protezione a una possibile Albania indipendente, scontrandosi con gli interessi della Francia, alleata ma rivale non solo nei Balcani, che appoggia la Serbia e punta decisamente alla spartizione.
Stabilito un discutibile protettorato sull'Albania (riconosciuto alla fine dalle altre potenze dell'Intesa), l'Italia spreca molte delle sue carte nel tentativo di impossessarsi direttamente di Valona, scontrandosi con una fiera resistenza e perdendo così molta credibilità.
Negli anni successivi, l'irredentismo del Kosovo, annesso alla Serbia senza alcun riconoscimento della pur minima autonomia culturale, non trova molti appoggi esterni. L'Italia punta più sulla carta croata, mentre la stessa Albania di re Zog evita di toccare l'argomento della Grande Albania perché ha bisogno dell'appoggio jugoslavo contro i nemici esterni e le mai cessate aspirazioni dell'imperialismo italiano.
Sappiamo dal solito Ciano (fonte preziosa per la ricostruzione della politica estera italiana) che il 21 aprile 1939, appena completata la conquista dell'Albania, aveva cominciato a interessarsi del Kosovo. Riferendo il contenuto di un incontro avvenuto quel giorno con Tahir Stylla, ex ministro di Albania a Belgrado, Galeazzo Ciano parla per la prima volta del "problema dei Cossovesi, cioè 850.000 albanesi fortissimi fisicamente, saldissimi moralmente, entusiasti all'idea di una unione alla madre Patria". Da Stylla apprende che "pare che i serbi ne abbiano un terrore panico". A quanto sembra, non ne sa molto, ma comunque conclude che "oggi non bisogna neppure lasciare immaginare che il problema attira la nostra attenzione: anzi bisogna cloroformizzare gli jugoslavi. Ma in seguito bisogna adottare una politica di vivo interessamento per il Cossovo: ciò varrà a tener vivo un problema irredentista nei Balcani che polarizzerà l'attenzione degli stessi albanesi, e rappresenterà un pugnale piantato nel dorso della Jugoslavia".
Il 18 giugno dello stesso anno riceve di nuovo Stylla, e annota: "Intendo valermi di lui per la questione del Kossovo , della quale è molto competente. Creerò presso il sottosegretariato per l'Albania un ufficio irredentismi". Il momento buono verrà meno di due anni dopo, con l'invasione e la spartizione della Jugoslavia. Il Kosovo (tranne la zona di Trepca, piccola ma importante per le risorse minerarie, che viene annessa alla zona di occupazione tedesca) viene assegnato all'Italia.
Per una parte degli albanesi sembra la realizzazione del sogno della "Grande Albania", sia pure sotto tutela italiana. Nel giro di un anno, 60.000 contadini serbi sono costretti a lasciare il paese; ma doveva essere solo l'inizio. Il capo del governo fantoccio nominato dall'Italia, Mustafà Kruja, annunciò in un discorso che il Kosovo doveva essere "etnicamente puro": per gli immigrati recenti c'era l'espulsione o l'eliminazione, mentre i serbi che vi risedevano da secoli dovevano essere dichiarati in massa "colonisti" (alludendo anacronisticamente alle colonie di popolamento avviate dopo l'annessione alla Serbia). Va detto che Ciano diffidava di lui, temendo che il suo estremismo facesse danni, ma anche perché Kruja era impopolare tra i notabili albanesi in quanto era figlio di un servitore! Comunque, Mustafà Kruja rimase in carica dal novembre 1941 al gennaio 1943, e di danni riuscì a farne effettivamente parecchi. Quando l'esercito italiano si sfaldò dopo l'8 settembre 1943, il Kosovo finì ovviamente sotto controllo diretto della Germania. Molti notabili, per ottenere i favori dei nuovi padroni, cominciarono a teorizzare di essere "ariani di stirpe illirica", e ottennero comunque l'espulsione di altri serbi e montenegrini dalle zone miste. Anche per questo la resistenza antifascista nell'area fu più debole che nel resto della Jugoslavia, e radicata prevalentemente tra le minoranze slave, sottoposte a un'oppressione più dura.

Il Kosovo nella Jugoslavia di Tito

Dopo la liberazione la sorte dei kosovari fu contraddittoria: da un lato il Kosovo fu annesso alla Repubblica serba come regione senza diritti amministrativi autonomi (a differenza della Vojvodina, che li ottenne quasi subito), dall'altro non fu concesso il ritorno ai serbi e montenegrini espulsi dai kosovari alleati ai fascisti italiani e ai nazisti. La questione dell'assetto della regione era stata rinviata alla eventuale costituzione della grande federazione balcanica, che doveva comprendere anche Albania e Bulgaria, e la stessa Grecia se fosse diventata - come sembrava probabile - anch'essa una repubblica socialista, e della cui sorte parliamo altrove.
Intanto una spietata repressione colpiva la popolazione, in alcuni casi perché accusata di connivenza con i nazifascisti, in altri perché legata effettivamente a un'organizzazione nazionalista anticomunista come il Balli Kombetar. I metodi adottati erano terribili: a Drenica fu trovata una fossa comune con 250 albanesi, mentre nel Montenegro 1.670 civili albanesi furono chiusi in un tunnel e asfissiati con il gas. Tali misure furono adottate anche in altre repubbliche contro i collaborazionisti, veri o presunti, ma va segnalato che quando nel 1966 il potente ministro degli Interni Aleksandar Rankovic fu destituito, fu accusato tra l'altro (oltre che di avere messo microspie perfino nella camera da letto di Tito...) di crimini commessi contro la popolazione del Kosovo. Le misure staliniste di Rankovic avevano largamente anche i serbi, ma dopo il suo allontanamento da tutte le responsabilità direttive egli era apparso la vittima di una presunta discriminazione antiserba: quando morì nel 1983 un immenso corteo di serbi lo accompagnò alla tomba, trasformandolo in un simbolo.
Questi dati ci permettono di capire che la soluzione dei problemi nazionali nella Repubblica jugoslava non deve essere denigrata, ma neppure mitizzata, giacché, come è stato sperimentato anche durante l'occupazione di Trieste, la formazione stalinista dei dirigenti portò molte volte a oscillazioni tra progetti rispettabili e brutali sopraffazioni.
La Costituzione del 1946 non riconosceva dunque l'esistenza di un'etnia albanese, e manteneva le regioni abitate da essa all'interno di tre repubbliche (Serbia, Macedonia e Montenegro). Sotto la direzione di Rankovic venne anche incoraggiato l'esodo di circa 195.000 albanesi del Kosovo e della Macedonia verso la Turchia. Solo nel 1966 si comincerà a modificare la situazione, dopo il Plenum di Brioni della Lega dei Comunisti di Jugoslavia, che varò un progetto di decentramento, in base al quale fu deciso tra l'altro di istituire l'università albanese di Priötina. Nel 1968 ci saranno forti manifestazioni studentesche in tutta la Jugoslavia, che a Priötina assumeranno caratteristiche nazionalistiche. Ma l'aspirazione all'unione con l'Albania rimarrà circoscritta a pochi gruppi marxisti-leninisti, alcuni dei quali sono confluiti oggi nell'UCK. La ragione è semplice: pur restando l'area più povera e arretrata della Jugoslavia, il Kosovo ha un livello di vita e di cultura nettamente superiore a quello dell'Albania di Henver Hoxha. Il processo di graduale concessione di diritti nazionali agli albanesi culmina nel 1974 in una Costituzione che, pur non riconoscendo lo status di repubblica al Kosovo, lo equipara di fatto a una repubblica con diritto di veto sulle decisioni della federazione. Verrà anche destinata al Kosovo una buona fetta del bilancio della federazione jugoslava, che tuttavia finirà in parte sprecata per la gestione burocratica dei dirigenti locali.
Il resto è più noto, ed è conseguenza, non causa, della crisi profonda del paese, indebitato con l'estero e incapace di affrontare democraticamente i problemi che aveva di fronte. Va ricordato tuttavia che, per moltissimi anni dopo la soppressione da parte di Milosevic dei diritti riconosciuti dalla Costituzione del 1974, tra i kosovari continuò a prevalere un orientamento gradualistico e la richiesta di autonomia, non di indipendenza o di unione a un'Albania ancora poco attraente.
In ogni caso, non abbiamo il diritto di decidere noi se la soluzione migliore è l'autonomia o l'indipendenza, o l'unione all'Albania. Possiamo solo batterci perché la decisione possa essere presa democraticamente da tutti gli abitanti del Kosovo, e perché siano garantiti i diritti della minoranza serba. Altro non ci compete. E comunque, meno che mai possiamo farlo noi italiani, che esaltiamo nei libri di storia e nelle celebrazioni rituali il nostro Risorgimento, che si basava appunto su una lotta per la riunificazione degli italiani sparsi in diversi Stati o sottoposti a una dominazione straniera ritenuta intollerabile anche se secolare.

mmmm sabato, 12 aprile 2008

Votate tutti tranne berlusconi!!!!!

Votate pd destra sinistra..... ma non votate quel mafioso falso ipocrita di berlusconi....

n° 19
O voi che votate sinistra venerdì, 11 aprile 2008

Riflettete, sul lavaggio del cervello che vi fanno

Voi di sinistra , voglio ricordarvi che non avete niente da insegnare al mondo… Voi in crimini siete stati superiori a tutti i tiranni... Nella sinistra del dopoguerra ci avete fatto vedere come si governa l’Italia nella più completa anarchia e senza buon senso al servizio dei potenti…. I vostri politici sono alcuni dei terroristi sanguinosi delle Br (Vedi D’elia), alcuni dei Vagabondi NO-Global come Caruso, altri Travestiti e Froci come Luxoria,Grillini,Pecorario Scanio; Moltissimi Mafiosi di tutti i tipi vedi Dini,Mastella,Bassolino,Iervolino,Veltroni,Prodi e Co. Inoltre la sinistra per finanziarsi i partiti ha presieduto poteri forti economicamente come le varie cooperative (es. la Coop o il Credito Cooperativo) che hanno tuttora sgravi fiscali enormi e perciò sono sleali con gli altri soggetti economici del mercato… Nonostante tutto la sinistra visto che non potrebbe arrivare al potere democraticamente, ha preso in mano negli anni ’50-‘60 i vari enti statali raccomandando i propri tesserati purchè finanziassero bene, alla faccia della meritocrazia, arrivando quindi a capo di posti come Comuni,Regioni,Province e altri enti statali..Perciò tramite Brogli elettorali nelle sedi di voto siete sempre alla ricerca di presiedere il Governo italiano anche se la vostra incapacità a durare almeno 5 anni è stata dimostrata da sessant’anni di fallimenti..Io mi domando sempre ma perché si vota ancora a lapis e non a penna??? Questo cosa va bene alle sinistre non è vero??? Ma la cosa più schifosa di Voi inoltre è che siete riusciti anche nell'opera di scrivere una storia di parte improvvisata grazie alla scelta dei vari professori sessantottini da mettere nelle varie cattedre con l’obbligo di mascherare le foibe, di difendere il comunismo, di sparlare male del fascismo con teorie oppurtuniste e di falsità.. Poi si lamentano perché abbiamo un'istruzione tra le più basse del mondo ma a parte farsi qualche canna o sputare sulla destra che sanno fare questi???? non vi siete accontentati di averci distrutto un paese che tempo fa era glorioso???? ma andata cagare voi e le bandiere rosso sangue... Voi che sostenete ideologie da 100 milioni di vittime, che vi siete macchiati di crimini negli anni di piombo e che continuate ad esser intolleranti e antidemocratici con coloro che vi si oppongono..W la destra..
Va Sottolineata anche la vostra capacità di aver portato insicurezza sociale in tutto il paese, perchè l'Italia ormai è un paese senza Giustizia dove chi ruba e uccide viene aiutato tramite indulti e assistenti sociali comunistoidi e dove il condono per il più Ricco è all'ordine del giorno mentre il povero lavora 12 ore al giorno senza un contratto serio e senza futuro sempre più indifeso...
In un contesto sempre più drammatico c'è l'arrivo degli extracomunitari difesi dalle sinistre per voti e sostenuti dai ricchi per interessi e profitti..Intanto le periferie sono sempre più degradate, la delinquenza aumenta e la voglia di giustizia sociale incalza tra la gente onesta..Oggi abbiamo la famosa società multirazziale che possiamo chiamarla multicriminale perchè adesso i criminali sono di ogni razza e un dato preoccupante può essere che il 60% dei carcerati in Italia è straniero..
perciò permettetemi di dirvi a tutti una sola cosa... AVANTI FORZA NUOVA... perchè con Roberto Fiore la politica è sicuramente più seria e non avremmo tutto questo degrado filo-sinistroide che ha messo in ginocchio l'Italia...

n° 18
Menadel sabato, 12 aprile 2008

Re: Riflettete, sul lavaggio del cervello che vi f

il lapis usato per il voto è un lapis speciale e indelebile. uno dei pochi strumenti che garantisce che hai effettivamente votato nel luogo preposto allo scrutinio se ci pensi...
Il resto è semplicemente incommentabile.

O voi che votate destra venerdì, 11 aprile 2008

Re: Riflettete, sul lavaggio del cervello che vi f

La memoria dell'Olocausto e gli italiani (1 parte)

Un progressivo smarrimento della democrazia e della pacifica convivenza, per ritornare alla Bestia dell'intolleranza ?
di Paolo Portone
Anni fa, lo scrittore ex deportato nei lager nazisti, Primo Levi, autore di "Se questo è un uomo", libro shock nel quale egli rievocava la dolorosa esperienza ad Auschwitz, poneva in guardia l'opulenta, civile e smemorata società italiana dal pericolo sempre presente rappresentato dal razzismo. La convinzione che "ogni straniero è nemico" - scriveva Levi - "giace in fondo agli animi come una infezione latente; si manifesta in atti saltuari e incoordinati, e non sta all'origine di un sistema di pensiero. Ma quando avviene, quando il dogma inespresso diventa premessa maggiore di un sillogismo, allora, al termine della catena, sta il Lager". Questa convinzione accompagnò sino agli ultimi istanti della sua vita lo scrittore italiano, anzi, si può dire con certezza che essa fu all'origine di quel dramma interiore che spinse Primo Levi a togliersi la vita. La consapevolezza dell'incommensurabilità del male sofferto e d'altro canto l'obbligo morale di trasmetterne la memoria, fin dai primi giorni del dopoguerra, rappresentarono una costante preoccupazione per Primo Levi . Tramandare alla posterità la memoria dell'olocausto fu perciò il compito della sua vita, il motivo principale che lo portò a scrivere libri. Nonostante tale impegno, tuttavia, Levi fu sempre conscio della limitatezza dei suoi mezzi, e soprattutto dell'inevitabile oblio che il trascorrere degli anni comporta per le cose umane, condizioni che non lo rendevano ottimista circa la definitiva scomparsa dall'orizzonte storico della Bestia. Tra i pensieri neri che lo assillavano negli ultimi tempi v'era ,infatti, la domanda se quanto patito era già tornato o fosse sul punto di "ritornare". E purtroppo, noi che gli siamo sopravvissuti, non possiamo dargli torto. Basti infatti dare uno sguardo alle cronache italiane ed europee dell'ultimo decennio del XX secolo, per rendersi conto che i timori di Levi erano lungi dall'essere infondati: l'aumento esponenziale delle violenze a sfondo razziale e xenofobo, le profanazioni dei cimiteri ebraici, le aggressioni anche solo verbali contro i diversi, costituiscono la riprova più eloquente che il male assoluto provato dallo scrittore d'origine ebraica è quanto mai vivo nel cuore del civilissimo Occidente cristianizzato. Aggressione, intemperanze, i siti internet (e non solo i siti) in cui si invoca a gran voce lo sterminio degli immigrati, lo stillicidio di violenze verbali da parte di esponenti politici, le campagne mediatiche orchestrate per ottenere riscontro di pubblico, facendo leva sui più logori stereotipi razziali, religiosi e sessuali, stanno ad indicare quel progressivo smarrimento della democrazia e della pacifica convivenza, propedeutico all'avvento della Bestia dell'intolleranza. Se allo stadio, ogni domenica, i giocatori di colore che militano nel nostro campionato sono bersaglio delle invettive razziste delle tifoserie- terrone, romane, padane- ( "Scimmia" è l'epiteto rivolto dagli ultras veronesi e laziali al giocatore di colore Seedorf) se nelle scuole i corridoi e i bagni sono imbrattati di scritte inneggianti al Fuhrer, alle Schutz Staffen, e contro gli "ebrei bavosi" e gli "sporchi negri", torna d'estrema attualità la domanda che Levi si poneva in tempi non così sospetti come gli attuali: "Che cosa può fare ognuno di noi, perché in questo mondo gravido di minacce, almeno questa minaccia venga vanificata?". Ebbene, la prima cosa da farsi ci è suggerita proprio dal sacrificio dei martiri del nazismo, da quanti cioè si opposero alla barbarie hitleriana continuando a fare opera di testimonianza evangelica, rifiutandosi nella pratica di prestare servizio nella Wermacht e opponendosi con la parola di Cristo all'ideologia razzista del III Reich. Il martirio dei Bibelforscher (i 2000 seguaci del movimento geoviano condannati a morte perchè si rifiutarono di prestare il servizio militare. Ndr) e di tutti quanti coloro che perirono nei campi di sterminio insieme agli ebrei, agli slavi e agli zingari, chiede innanzitutto che sia salvato il ricordo dell'Olocausto lottando contro i revisionisti e i negazionisti, cioè contro quegli storici ed esponenti politici che definiscono la politica di sterminio condotta dei nazisti un "dettaglio" nel più generale orrore del II conflitto mondiale, spingendosi sino a negare l'esistenza stessa dei campi di concentramento. Accanto a questa battaglia, diremmo della memoria, un'altra non meno ardua deve essere combattuta, quella cioè contro la mentalità che giustificò i campi di concentramento e che, come abbiamo cercato di dimostrare, è ancora ben viva nella nostra società. I semi dell'intolleranza trovano oggi un terreno assai fertile nelle oscure parole di quei leader che parlano di eccesso di stranieri nella civilissima Europa, nei richiami di quegli esponenti delle gerarchie ecclesiastiche che invitano le autorità laiche a selezionare gli ingressi nel nostro paese in base alla confessione professata, per difendere "l'identità" italiana , finanche in quel documento della Congregazione per la Dottrina della Fede, cioè dell'ex Sant'Uffizio, intitolato "Dominus Jesus", nel quale si afferma, senza mezzi termini, che "Solo nell'unica e universale chiesa cattolica ci può essere salvezza", mentre i seguaci delle altre religioni possono sì ricevere la grazia divina, ma si troveranno sempre in una situazione "oggettivamente deficitaria" rispetto a credenti cattolici, gli unici a poter disporre "della pienezza dei mezzi salvifici". Eppure, in Italia, ci si continua a gongolare nell'idea di una nostra presunta tolleranza ab origine, di un atteggiamento geneticamente portato al rispetto di altri popoli, culture e religioni, di una bonomia e di un fair play verso i diversi senza eguali nel resto del pianeta. Uno stereotipo antirazzista, educato e tollerante che come tutti i luoghi comuni, mostra evidenti forzature soprattutto se si guarda alle recenti trasformazioni che hanno portato l'Italia ad occupare i primi posti tra le potenze industrializzate, e alla sua storia nel secolo che sta per chiudersi, in particolare alla triste esperienza del ventennio fascista. Fare i conti con l'infezione latente dell'intolleranza è forse nel nostro paese un'operazione più difficile che altrove, anche della stessa Germania. Una difficoltà che nasce dalla presunzione di essere migliori di altri e dal peso di una memoria fin troppo edulcorata. La sostanziale continuità dello Stato, dopo la caduta del regime fascista, l'azione mediatrice svolta dalla Chiesa di Roma, insieme all'oggettiva minore intensità del fenomeno persecutorio contro le minoranze etniche e religiose nel nostro paese, hanno contribuito alla rimozione delle responsabilità collettive durante la dittatura mussoliniana, impedendo, nonostante la retorica antirazzista dell'età repubblicana, una effettiva resa dei conti con il nostro passato. Un vero e salutare esame di coscienza non è stato possibile perché si ebbe interesse ad avvalorare da subito la falsa e assolutoria convinzione di essere stati trascinati in un conflitto tremendo da un alleato più potente e più feroce, analisi che sospendeva qualsiasi giudizio sul nostro operato, trasferendo su altri responsabilità che furono unicamente nostre. Lo storico tedesco Lutz Klinkhammer, osservava, in un saggio di qualche anno fa, come la società italiana abbia, immediatamente dopo il conflitto, dimostrato una certa difficoltà a fare i conti con "le proprie responsabilità", attuando "un meccanismo di vittimizzazione" attraverso il quale autoassolversi dalle atrocità compiute dal regime fascista in Libia, in Etiopia e in territorio yugoslavo. In Italia, per troppo tempo, ci si è lavati la coscienza con la favola del buon fante italiano cui faceva da pendant il mito del feroce soldato tedesco: comodo stereotipo che, pur rispondendo in parte a verità, cancellava dalla memoria collettiva il ricordo delle offese inflitte ad altri popoli in nome della superiore "civiltà italiana e cattolica". Sotto questo aspetto, i nostri ex alleati hanno dimostrato di essere assai più disponibili nell'ammettere le loro responsabilità nello scatenamento del II conflitto mondiale, e nel denunciare, entro certi limiti, gli orrori del nazismo. Sensibilità che ha permesso, nei sessant'anni seguiti alla fine della guerra, la nascita di un robusto sentimento pacifista nella popolazione tedesca, in specie dell'ex Germania Occidentale, e di una reale cultura dell'accoglienza verso i profughi e gli immigrati. Da noi, affermava qualche anno fa il magistrato torinese Pier Paolo Rivello, "c'è pochissima stampa, pochissima eco delle sentenze che ancora si danno contro gli scherani nazifascisti". Una smania di oblio che ha subìto un'improvvisa accelerazione con l'avvento della cosiddetta "Seconda Repubblica", i cui "padri" fondatori hanno sentito l'esigenza di riscrivere una storia unitaria degli italiani, al di là delle distinzioni fra partigiani e repubblichini, che tenesse presente soprattutto conto della zona grigia costituita da quanti durante il conflitto non vollero schierarsi con nessuno dei due contendenti, i "pacifisti" come li ha definiti, bontà sua, lo storico Aurelio Lepre (cfr. "La storia della repubblica di Mussolini. Salò: il tempo dell'odio e della violenza" Mondadori editore). In particolare, in alcuni si è sentita l'urgenza di rivalutare, in un'ottica di riconciliazione nazionale, quanti si sacrificarono per lo stesso ideale di patria e per la difesa dei valori nazionali, sebbene da "posizioni diverse". Un'esigenza avallata da importanti esponenti dello Stato che, con le loro pubbliche esternazioni sui "ragazzi di Salò" che sbagliarono, sull'equivalenza tra campi di sterminio nazisti e foibe slovene, hanno indicato la via maestra alla revisione del giudizio storico sul fascismo, superando gli angusti confini del politicamente corretto di 60 anni e passa di democrazia repubblicana. Eppure, ricordava l'ex presidente della repubblica, Oscar Luigi Scalfaro, non si può conciliare tutto "dicendo che delle cose negative e accertate diventano positive per trovare un accordo" (cfr. "Il Messaggero" 15.11.19). Se il nazismo affermava nei suoi programmi la sottomissione del pianeta alla superiore razza ariana e l'eliminazione della gegen rasse giudaica, non si può passare sotto silenzio la incomparabile mostruosità hitleriana, magari associandola, e dunque sminuendola , ad altri orrori della storia del Novecento, analoghi per intensità persecutoria, ma inferiori alla barbarie teorizzata e messa in pratica dalle camicie brune. Nondimeno, è assai pericoloso, oltre che mistificatorio, attenuare le responsabilità storiche del regime fascista, soltanto perché esso sorse e si sviluppò in un paese economicamente e politicamente arretrato come il nostro. E' bene rammentare alle giovani generazioni che nel codice genetico del movimento guidato da Mussolini erano presenti, fin dall'inizio, l'intolleranza, la violenza e il razzismo. Quando il regime di Mussolini promulgò, nel 1938, le famigerate leggi razziali, queste non furono scritte per far piacere al potente alleato tedesco, ma al contrario s'inserirono in una consolidata tradizione giudeofoba di matrice cattolica, basti ricordare il "razzismo spiritualizzato" di padre Agostino Gemelli, e il "razzismo biologico" che ebbe nel patologo Nicola Pende e nel fisiologo Sabato Visco - quest'ultimo ancora preside della facoltà di Scienze matematiche, fisiche e naturali dell'Università di Roma nel 1963- i massimi teorizzatori. (vedi il manifesto della razza - e gli autorevoli firmatari)

La memoria dell'Olocausto e gli italiani (2 parte)

Ben venga il superamento degli steccati in nome della concordia nazionale, si dedichi pure a Giuseppe Bottai una piazza della capitale, a patto però che si riconoscano le proprie responsabilità e che si faccia pubblica ammenda delle nequizie compiute dall'Italia fascista prima e durante il secondo conflitto mondiale. Diversamente, la volontà di superare le contrapposizioni approderà, suo malgrado, al riconoscimento e alla legittimazione della Bestia dell'intolleranza. A Bottai si potranno, se lo si riterrà opportuno, dedicare piazze e strade nella "nuova" repubblica, a condizione che si rammenti nelle scuole che egli fu, in qualità di ministro dell'istruzione, l'ideatore dell'epurazione dai manuali scolastici di tutti i riferimenti alla "degenerata cultura ebraica", che a lui sono da attribuirsi i provvedimenti di espulsione dall'istruzione per studenti e professori "giudei", e che sempre a lui si deve la circolare ministeriale che impose l'acquisto e la lettura in tutte le scuole del Regno della "Difesa della razza", la rivista di propaganda del razzismo biologico italiano, di cui segretario di redazione fu il giovane Giorgio Almirante. Con buona pace del mito del Belpaese, anche in Italia durante il fascismo, con la complicità delle gerarchie cattoliche, fu attuata una campagna di discriminazione razziale che garantiva ai soli "italiani", ariani e cattolici, l'accesso ai diritti. Pio XII, che non mancò di sostenere direttamente la causa di regimi nazionalintegralisti, come la dittatura instaurata dopo la Guerra Civile spagnola dal caudillo Francisco Franco, o lo stato fantoccio croato del duce Ante Pavelic, non si pronunciò mai pubblicamente in difesa degli ebrei perseguitati, evitando di render nota l'enciclica in cui si condannava l'antisemitismo scritta dal suo predecessore, Pio XI. Sotto il suo pontificato le gerarchie ecclesiastiche nella quasi totalità, in Italia e in Europa, mantennero un profilo assai basso nella testimonianza cristica della fratellanza, accettando e in taluni casi facendosi addirittura complici dell'efferato dominio della Bestia. La condivisione del comune nemico rappresentato dal "dragone comunista" e dalla lobby anticristica "demo-plutarchica-giudaica", spinse la Chiesa cattolica ad accettare il punto di vista del potere nazifascista, senza nessuna reale opposizione ai suoi disegni di dominio, di discriminazione e di sterminio. Si scorrano i volumi di quegli anni della prestigiosa rivista dei gesuiti "Civiltà cattolica", e si comprenderanno le ragioni per cui la civilissima e cristianissima Europa potè scivolare nel baratro della barbarie. Leggendo quegli articoli grondanti del più becero antigiudaismo di marca inquisitoriale, si capirà come sia potuto accadere che nella tollerante Italia, sede del Vaticano, alcune migliaia di ebrei furono costretti dall'oggi al domani ad abbandonare le scuole, del perché il "Pastore Angelico" Pacelli non intervenne per denunciare l'infamità delle leggi razziali, se non a proposito dell'articolo sull'invalidamento dei matrimoni fra cattolici ed ebrei, conditio sine qua non per le auspicate conversioni dei miscredenti. Razzismo all'italiana che ritroviamo , appena ammantato dalla suprema missione civilizzatrice delle genti italiche e cattoliche, come cemento ideologico nell'avventura mussoliniana in terra d'Africa nel 1935, frutto avvelenato di un cinquantennio di retorica colonialista ("Nel caldo dei deserti e tra l'arena ardente insegneremo a vivere ai negri civilmente", cantavano i nostri fanti durante l'occupazione di Massaua, in Eritrea, nel 1895) che, accanto ad alcune pagine degne di memoria, si macchiò di crimini contro le popolazioni indigene alla stregua delle altre potenze coloniali europee: dalle fucilazioni di massa contro i patrioti, ai gas asfissianti usati contro l'esercito del governo legittimo di Hailè Selassiè, passando per i proclami delle autorità coloniali che proibivano ai nostri soldati di fraternizzare con le donne indigene per non sminuire la "razza italica". Se siamo oggi così impreparati dinanzi al risorgere della Bestia dell'intolleranza, e perché riteniamo, a torto, di essere stati meno feroci dei nostri alleati, di non aver esagerato contro i nostri nemici, di esserci sempre comportati da veri "latini" -pizza, mandolino e buoni sentimenti- cullandoci in uno stereotipo consolatorio e assolutorio, che minimizza i difetti di una nazione assoggettata ad una dittatura la cui ideologia e i cui interessi portavano in sé i germi del razzismo, dell'imperialismo e della guerra . Ancora circola la falsa opinione, anch'essa consolatoria, di un Mussolini fondamentalmente pacifista, condotto nel baratro della guerra da improvvidi consiglieri e dal cieco destino. Seppure in scala ridotta, furono gli uomini di Mussolini per primi a sperimentare l'annichilimento delle opposizioni da Matteotti ad Amendola, da Gobetti a Gramsci passando per Don Sturzo e i fratelli Rosselli, a utilizzare la violenza come strumento di controllo politico e sociale, ad avvalersi del pregiudizio razziale come valvola di sfogo per le frustrazioni di un ceto economico afflitto da sindrome d'inferiorità nei confronti delle potenze imperiali occidentali e come riscatto per i milioni di "cafoni", costretti a cercare fortuna all'estero. Le deportazioni in massa degli oppositori libici, negli anni precedenti lo scoppio del II conflitto mondiale, non furono un incidente di percorso ma frutto di una perfetta pianificazione che ebbe come scopo l'annichilimento dei patrioti africani, e questo molto tempo prima dell'Olocausto. Lo stesso vale per le campagne terroristiche condotte dal regime nelle terre di confine con il regno Yugoslavo . Nella primavera del 1928, i fascisti compirono una spedizione punitiva contro la minoranza slava di Gorizia che si era rifiutata di votare in occasione del plebiscito. I contadini locali reagirono alle violenze e cinque furono arrestati. Tra di loro Vladimiro Gortan di 25 anni fu condannato a morte per un omicidio che, in realtà, era stato compiuto dalla milizia fascista. Gli altri quattro subirono la condanna a trent'anni di reclusione. Al termine dell'udienza la moglie di Gortan, che era incinta, fu aggredita da un gerarca che la colpì con calci al ventre. Un anno dopo altri quattro goriziani della minoranza slava furono fucilati con l'accusa di complotto comunista. L'agenzia Stefani, nel dare la notizia, vantò il comportamento del plotone di esecuzione, composto di camicie nere, un comportamento "superbo di fermezza e di impassibilità". Nessun elemento storicamente fondato può oggi farci parlare di un Mussolini meno feroce, nella sua volontà di potenza, del suo alleato Hitler. L'8 luglio del 1936, nel corso della campagna d'Etiopia, Mussolini spediva un telegramma al generale Graziani con il quale lo esortava "a iniziare e condurre sistematicamente politica del terrore et dello sterminio contro i ribelli et le popolazioni complici" poiché "senza la legge del taglione al decuplo non si sana la piaga" (cfr. Del Boca, "I gas di Mussolini. Il Fascismo e la guerra d'Etiopia", Editori Riuniti). Occupata Addis Abeba, gli italiani instaurano un vero e proprio regime del terrore sotto il quale perirono numerosi patrioti abissini. Furono istruiti processi farsa in cui non erano concessi i normali termini di difesa agli accusati. "Questa è una turlupinatura troppo grossa" scriveva l'inviato speciale del "Corriere della sera" nel suo diario segreto, aggiungendo che la giustizia degli occupanti è una "infamia senza nome" perché colpisce "innocenti sottoposti a una procedura per essi incomprensibile, che li porta a condanne atroci senza che vengono neppure a sapere perché sono stati condannati". Una parvenza di legalità che venne totalmente meno quando, nel febbraio del 1937, dopo l'attentato al viceré Graziani, gli invasori italiani si lasciarono andare ad ogni sorta di nefandezze contro gli abitanti di Addis Abeba. "Gli italiani girano armati di manganelli e di sbarre di ferro"- scriveva l'inviato del Corriere- "accoppano quanti indigeni si trovano per strada. Vengono fatti arresti in massa: mandrie di negri sono spinti a tremendi colpi di bastone come un gregge. In breve le strade attorno ai tucul sono seminate di morti. Vedo un autista che dopo aver abbattuto un vecchio negro con un colpo di mazza, gli trapassa la testa da parte a parte con una baionetta. Inutile dire che lo scempio si abbatte contro gente ignara e innocente". Nel corso dell'occupazione italiana della Yugoslavia, dall'aprile 1941 all'8 settembre 1943, il fascismo istruì 8737 processi contro 13.196 imputati, comminando 83 condanne a morte, 412 ergastoli e 3.082 condanne a 30 anni di carcere. Le vittime della violenza tra civili e partigiani furono 7.000, più di 1.000 gli ostaggi fucilati, oltre 10.000 le case distrutte, circa 40.000 le persone deportate o confinate ( 1/8 della popolazione ) delle quali circa 7.000 decedute per fame, freddo, stenti e malattie nei campi di internamento dalmati e italiani. Sulla persecuzione razziale, che oggi si preferisce definire "pulizia etnica" , Mussolini non aveva certo bisogno di maestri . L'11 giugno del 1941, a proposito della questione slovena, espresse in modo efficace la sua idea in merito: "Quando l'etnia non va d'accordo con la geografia, è l'etnia che deve muoversi: gli scambi di popolazione e l'esodo di parti di esse sono provvidenziali, perché portano a far coincidere i confini politici con quelli razziali". Non è un caso che nella civile Trieste fu attivo durante il Secondo conflitto mondiale il tristemente noto campo di sterminio della Risiera di San Saba, l'unico del nostro paese (migliaia d'ostaggi, politici, partigiani, ed ebrei "intrasportabili" eliminati e inceneriti nei forni) e che i nominativi di ben 883 italiani figurino in una lista redatta da una commissione Onu, nel 1947, come "criminali di guerra" per le efferatezze compiute contro la popolazione slava (L'ispettorato speciale di Ps, insediato a Trieste fin dal 1942, contro il quale si levò inutile la protesta dell'ordinario diocesano Santin- "Vi sono particolari che fanno inorridire, si torturavano anche donne incinte"- dopo l'8 settembre divenne il braccio destro della Gestapo e cooperò con il famigerato Einsatzkommando di Globcnik. Il massacratore degli ebrei polacchi). Se ci siamo dilungati nell'elencare alcuni aspetti così poco onorevoli della storia patria, è perché nessuno è esente da quel subdolo virus che ci porta a considerare lo "straniero", il "diverso" una minaccia per la nostra incolumità, e non al contrario una risorsa, che può arricchirci e migliorarci. Ciò purtroppo è stato vero nel nostro passato, anche se non tutta la popolazione italiana fu responsabile dei crimini, ma quello che non fu possibile allora- l'Olocausto delle minoranze- per l'arretratezza e la scarsa fierezza razziale di una nazione di cafoni, potrebbe esserlo un domani. La bestia dell'intolleranza, figlia del razzismo e del suprematismo religioso, non ha preferenze di sorta, e se un tempo ha parlato il tedesco domani potrebbe parlare l'italiano, il veneto o il carinziano.

I martiri di piazzale Loreto

Quindici cadaveri sbattuti impietosamente sul selciato guardati a vista per tutta la giornata dai fascisti della Guardia nazionale al servizio degli occupanti nazisti. È la mattina del 10 agosto 1944 e i Quindici, prelevati da San Vittore, sono stati fucilati poco prima su ordine del capitano dele SS Theodor Saewecke, il boia di Piazzale Loreto, da un plotone della legione «Ettore Muti». I Quindici, di estrazione sociale diversa e di diversa età, erano stati condannati a morte in risposta ad uno strano attentato compiuto due giorni prima, alle otto del mattino. contro un camion tedesco targato WM 111092. Parcheggiato in viale Abruzzi cinque ore prima dal caporal maggiore Heinz Kuhn, che poi si era pesantemente addormentato sul volante, il mezzo, colpito da uno o più ordigni, saltò in aria, ferendo leggermente l'autista e provocando la morte di sei passanti e il ferimento di altri di altri cinque, tutti italiani. Nessun morto fra i tedeschi e, quindi, stando alle disposizioni, pur feroci, dei tedeschi non avrebbe dovuto esserci nessuna rappresaglia. Il bando di Kesserling, infatti, prevedeva la fucilazione di dieci italiani per ogni tedesco ucciso. Strana, come si è detto, anche la dinamica dell'attentato. Difficile da capire perché il caporal maggiore Kuhn avesse parcheggiato l'automezzo in quel posto quando, a poco più di un centinaio di metri, in via Battaglia, esisteva un'autorimessa controllata dalla Wehrmacht. Ora, quel militare, non poteva non sapere che parcheggiare in pieno centro, restando sopra il mezzo, in una Milano dove le forze partigiane erano molto forti, era estremamente pericoloso. Per completezza informativa, inoltre, occorre ricordare che il comandante dei Gap, Giovanni Pesce, medaglia d'oro al valor militare, ha sempre escluso che quell'attentato fosse opera dei suoi uomini. Dunque, un mistero. Nessun tedesco ucciso ma Saewecke impose la fucilazione di quindici antifascisti. Fu sua la compilazione della lista. Lo attesta l'impiegata Elena Morgante, del comando delle SS di Milano. La decisione dell'orrendo massacro, fu interamente tedesca. Gli Italiani furono tagliati fuori, usati solamente come manovalanza. La Morgante, infatti, quando venne interrogata dagli inglesi della «Special Investigation Branch», affermò di avere ricevuto il 9 agosto del '44 dal capitano delle SS, Theodor Saewecke, la lista dei quindici da fucilare perché la battesse a macchina e di aver sentito impartire l'ordine di andarli a prelevare a san Vittore, indicando anche le modalità esecutive. Le stesse autorità fasciste furono messe di fronte al fatto compiuto. Il massacro dei Quindici martiri di piazzale Loreto e il macabro spettacolo dei loro cadaveri lasciati sotto il torrido sole d'agosto, suscitò una profonda ondata di commozione e di sdegno, al punto che persino Mussolini fece sapere all'ambasciatore Rahn che tali metodi «erano contrari ai sentimenti degli italiani e ne offendevano la naturale mitezza». Figurarsi: la mitezza delle tante stragi naziste, delle inumane torture e degli assassinii quotidiani. Quindici i martiri ed ecco i loro nomi: Antonio Bravin, Giulio Casiraghi, Renzo Del Riccio, Andrea Esposito, Domenico Fiorani, Umberto Fogagnolo, Giovanni Galimberti, Vito Gasparini, Emidio Mastrodomenico, Angelo Poletti, Salvatore Principato, Andrea Ragni, Eraldo Soncini, Libero Temolo, Vitale Vertemati. A loro, Alfonso Gatto, ha dedicato una magnifica poesia: «Ed era l'alba, poi tutto fu fermo/ la città, il cielo, il fiato del giorno./ Rimasero i carnefici soltanto/ vivi davanti ai morti./ Era silenzio l'urlo del mattino,/ silenzio il cielo ferito:/ Un silenzio di case, di Milano./ Restarono bruttati anche di sole,/ sporchi di luce e l'uno e l'altro odiosi,/ gli assassini venduti alla paura». Nello stesso piazzale il 27 aprile del 1945 vennero scaricati i cadaveri dei gerarchi fascisti, compreso quello di Benito Mussolini, fucilati a Dongo, su ordine del CLN. Soltanto oltre cinquant'anni dopo, in un tribunale militare italiano, è stato possibile chiedere giustizia. A Torino il Pm Pier Paolo Rivello, al termine di una lunga e rigorosa inchiesta, ha chiesro e ottenuto nel 1999 la condanna all'ergastolo per Saewecke, naturalmente in contumacia. Quel processo, però, avrebbe potuto celebrarsi 50 anni prima, nella primavera del 1953, se il fascicolo che lo riguardava, come peraltro tantissimi altri, non fosse stato nascosto nell'armadio della vergogna, dove rimase sepolto fino al dicembre del 1995. In quel lunghissimo periodo, Saewecke, morto nel 2004, nel proprio letto, alla bella età di 93 anni, non solo non è stato processato, ma ha potuto ricoprire nella RFT incarichi di grosso rilievo: collaboratore dei servizi segreti americani, consigliere del governo federale, direttore delle scuole di polizia, vice capo della polizia di sicurezza, incarico quest'ultimo con il quale il criminale nazista è andato in riposo, fruendo di una lauta pensione.
Fonte: L'Unità

MAMBRO E FIORAVANTI

Chi sono Tutte le volte che si parla degli esecutori della strage di Bologna, i terroristi fascisti Francesca Mambro e Valerio Fioravanti, sembra che non abbiano commesso altro e che il loro curriculum criminale se non fosse per quella condanna sarebbe completamente pulito e limpido. Per fare chiarezza di queste omissioni o dimenticanze è bene sapere quanto segue: la Mambro ha ucciso 96 persone e, oltre a 6 ergastoli, ha accumulato complessivamente 84 anni e 8 mesi di reclusione per gli ulteriori reati commessi; Fioravanti ha ucciso 93 persone e, oltre a 6 ergastoli, ha accumulato 134 anni e 8 mesi di reclusione per gli ulteriori reati commessi. Non hanno mai mostrato pentimento, non hanno aiutato in alcun modo le indagini, hanno offeso le Corti giudicanti, si sono più volte vantati di non avere alcun rimorso. Con tutto ciò hanno ottenuto comunque trattamenti da detenuti modello. Le condanne di Francesca Mambro Sei sono le sentenze che comminano l’ergastolo alla Mambro: – sentenza della Corte d’Assise d’Appello di Venezia del 17 gennaio 1985 – sentenza della Corte d’Assise d’Appello di Bologna del 6 febbraio 1986 – sentenza della Corte d’Assise d’Appello di Milano del 5 novembre 1987 – sentenza della Corte d’Assise d’Appello di Roma del 7 aprile 1988 – sentenza della Corte d’Assise d’Appello di Roma del 3 marzo 1989 – sentenza della Corte d’Assise d’Appello di Bologna del 16 maggio 1994 Quindi: ergastolo per l’omicidio di Franco Evangelista (28 maggio 1980) ergastolo per l’omicidio di Mario Amato (23 giugno 1980) ergastolo per la strage alla Stazione di Bologna (2 agosto 1980) ergastolo per l’omicidio di Francesco Mangiameli (9 settembre 1980) ergastolo per l’omicidio di Enea Codotto e Luigi Maronese (5 febbraio 1981) ergastolo per l’omicidio di Giuseppe De Luca (31 luglio 1981) ergastolo per l’omicidio di Mambroarco Pizzari (30 settembre 1981) ergastolo per l’omicidio di F. Straullu e Ciriaco di Roma (21 ottobre 1981) ergastolo per l’omicidio di Alessandro Caravillani (5 marzo 1982) La mancata corrispondenza tra numero degli omicidi e numero di ergastoli è dovuta all’applicazione del vincolo della continuazione. La Mambro ha inoltre accumulato complessivamente 84 anni e 8 mesi di reclusione per reati quali: furto e rapina (una ventina in tutto), detenzione illegale di armi, violazione di domicilio, sequestro di persona, ricettazione, falso, associazione sovversiva, violenza privata, resistenza e oltraggio, attentato per finalità terroristiche, occultamento di atti, danneggiamento, contraffazione impronte. Morti attribuibili alla responsabilità di Francesca Mambro: 96. Anni effettivamente scontati in carcere: 16 Le condanne di Valerio Fioravanti Sei sono le sentenze che comminano l’ergastolo a Fioravanti: – sentenza della Corte d’Assise d’Appello di Venezia del 17 gennaio 1985 – sentenza della Corte d’assise d’Appello di Roma del 30 maggio 1985 – sentenza della Corte d’Assise d’Appello di Bologna del 6 febbraio 1986 – sentenza della Corte d’Assise d’Appello di Roma del 7 aprile 1988 – sentenza del Tribunale di Bologna del 27 marzo 1990 – sentenza della Corte d’Assise d’Appello di Bologna del 16 maggio 1994 Quindi: ergastolo per l’omicidio di Roberto Scialabba (28 febbraio 1978) ergastolo per l’omicidio di Antonio Leandri (17 dicembre 1979) ergastolo per l’omicidio di Maurizio Arnesano (6 febbraio 1980) ergastolo per l’omicidio di Franco Evangelista (28 maggio 1980) ergastolo per l’omicidio di Mario Amato (23 giugno 1980) ergastolo per la strage alla Stazione di Bologna (2 agosto 1980) ergastolo per l’omicidio di Francesco Mangiameli (9 settembre 1980) ergastolo per l’omicidio di Enea Codotto e Luigi Maronese (5 febbraio 1981) La mancata corrispondenza tra numero di ergastoli e numero di omicidi è dovuta all’applicazione del vincolo della continuazione. Fioravanti ha inoltre accumulato complessivamente 134 anni e 8 mesi di reclusione per reati quali: furto e rapina (una ventina in tutto), violazione di domicilio, sequestro di persona, detenzione illegale di armi, spaccio di stupefacenti, ricettazione, violenza privata, falso, associazione a delinquere, lesioni personali, tentata evasione, banda armata, danneggiamento, tentato omicidio (28 febbraio 1976, 15 dicembre 1976, 9 gennaio 1977, 28 febbraio 1978, 6 marzo 1978), incendio, sostituzione di persona, strage, calunnia, attentato per finalità terroristiche e di eversione. Morti attribuibili alla responsabilità di Fioravanti: 93. Anni effettivamente scontati in carcere: 18. Gli episodi più eclatanti – a seguire il “curriculum” completo 28 febbraio 1978. In piazza Don Bosco, a Roma, Fioravanti ed altri notano due ragazzi seduti su una panchina che dall’aspetto (capelli lunghi e giornali) identificano come appartenenti alla sinistra. Fioravanti scende dall’auto, si dirige verso il gruppetto e fa fuoco: Roberto Scialabba, 24 anni, cade a terra ferito e Fioravanti lo finisce con un colpo alla testa. Poi, si gira verso una ragazza che sta fuggendo urlando e le spara senza colpirla. 9 gennaio 1979. Fioravanti ed altre tre persone assaltano la sede romana di Radio città futura dove è in corso una trasmissione gestita da un gruppo femminista. I terroristi, dal volto travisato, fanno stendere le donne presenti sul pavimento e danno fuoco ai locali. L’incendio divampa e le impiegate, terrorizzate, tentano di fuggire. Sono raggiunte da colpi di mitra e pistola. Quattro rimangono ferite, di cui due gravemente. 7 marzo 1979. Per «festeggiare» l’8 marzo, un gruppetto di neofasciste, tra cui Mambro, piazzano una rudimentale bomba davanti alle finestre del Circolo culturale femminista nel quartiere Prati, a Roma. A pochi metri di distanza, Fioravanti ed altri sono lì, armati, pronti ad intervenire. 16 giugno 1979. Fioravanti guida l’assalto alla sezione comunista dell’Esquilino, a Roma. All’interno si stanno svolgendo due assemblee congiunte: di quartiere e dei ferrovieri. Sono presenti più di 50 persone. La squadra terrorista lancia due bombe a mano Srcm, poi scarica alla cieca un caricatore di revolver. Si contano 25 feriti, per puro caso non ci sono morti. Dario Pedretti, componente del Commando, verrà redarguito da Fioravanti perché, nonostante il ricco armamentario «non c’era scappato il morto». Che Fioravanti fosse colui che ha guidato il commando è accertato dalle testimonianze dei feriti e degli altri partecipanti all’azione, e da una sentenza passata in giudicato. Ciononostante, Fioravanti ha sempre negato questo suo pesante precedente stragista. 17 dicembre 1979. Fioravanti assieme ad altri vuole uccidere l’avvocato Giorgio Arcangeli, ritenuto responsabile della cattura di Pierluigi Concutelli, leader carismatico dell’eversione neofascista. Fioravanti non ha mai visto la vittima designata, ne conosce solo una sommaria descrizione. L’agguato viene teso sotto lo studio dell’avvocato, ma a perdere la vita è un inconsapevole geometra di 24 anni, Antonio Leandri, vittima di uno scambio di persona e colpevole di essersi voltato al grido “avvocato!” lanciato da Fioravanti. 6 febbraio 1980. Fioravanti uccide il poliziotto Maurizio Arnesano che ha solo 19 anni. Scopo dell’omicidio, impadronirsi del suo mitra M.12. Al sostituto procuratore di Roma, il 13 aprile 1981, Cristiano Fioravanti dichiarerà: «La mattina dell’omicidio Arnesano, Valerio mi disse che un poliziotto gli avrebbe dato un mitra; io, incredulo, chiesi a che prezzo ed egli mi rispose: “gratuitamente”; fece un sorriso ed io capii». 30 marzo 1980. Un commando di terroristi assalta il distretto militare di via Cesarotti a Padova. Un sergente viene ferito e vengono rubati 4 mitragliatori M.C, 5 fucili a ripetizione, pistole e proiettili. Sul muro della caserma, prima di andarsene, Mambro firma la rapina con la sigla BR per depistare le indagini. 23 giugno 1980. Luigi Ciavardini e Gilberto Cavallini uccidono a Roma il sostituto procuratore Mario Amato. Il magistrato, 36 anni, è appena uscito di casa; da due anni conduce le principali inchiesta sui movimenti eversivi di destra. Ha ereditato i fascicoli d’indagine dal giudice Vittorio Occorsio. Poco prima di essere assassinato aveva chiesto l’uso di un auto blindata. Gli fu negato. All’indomani dell’omicidio, i Nar telefonano ad un quotidiano e fanno ritrovare un volantino di rivendicazione che dice: «Oggi 23 giugno 1980 alle ore 8:05, abbiamo eseguito la sentenza di morte emanata contro il sostituto procuratore Mario Amato, per le cui mani passavano tutti i processi a carico dei camerati. Oggi egli ha chiuso la sua squallida esistenza imbottito di piombo. Altri, ancora, pagheranno». Amato aveva annunciato che le sue indagini lo stavano portando «alla visione di una verità d’assieme, coinvolgente responsabilità ben più gravi di quelle stesse degli esecutori degli atti criminosi». Per l’omicidio sono stati condannati anche Valerio Fioravanti e Francesca Mambro considerati i mandanti del delitto. 9 settembre 1980. Mambro e Fioravanti con Soderini, Vale e Cristiano Fioravanti, uccidono Francesco Mangiameli, dirigente di Terza Posizione in Sicilia e testimone scomodo in merito alla strage di Bologna (link all’omicidio Mangiameli). 5 febbraio 1981. Mambro e Fioravanti tendono un agguato a due carabinieri: Enea Codotto, 25 anni e Luigi Maronese, 23 anni. Dagli atti del processo è emerso che durante l’imboscata Fioravanti ha fatto finta di arrendersi. Poi ha gridato alla Mambro, nascosta dietro un’auto, «Spara, spara!». 31 luglio 1981. Nell’ambito di un regolamento di conti all’interno della destra eversiva viene ucciso Giuseppe De Luca. All’omicidio partecipa Mambro. 30 settembre 1981. Viene ucciso il ventitreenne Marco Pizzari, estremista di destra e intimo amico di Luigi Ciavardini, poiché ritenuto un “infame delatore”. Del commando omicida fa parte Mambro. 21 ottobre 1981. Alcuni Nar, tra cui Mambro, tendono un agguato, a Roma, al capitano della Digos Francesco Straullu e all’agente Ciriaco Di Roma. I due vengono massacrati. L’efferatezza del crimine è racchiusa nelle parole del medico legale: «La morte di Straullu è stata causata dallo sfracellamento del capo e del massiccio facciale con spappolamento dell’encefalo; quello di Di Roma per la ferita a carico del capo con frattura del cranio e lesioni al cervello». Il capitano Straullu, 26 anni, aveva lavorato con grande impegno per smascherare i soldati dell’eversione nera. Nel 1981 ne aveva fatti arrestare 56. La mattina dell’agguato non aveva la solita auto blindata, in riparazione da due giorni. 5 marzo1982. Durante una rapina a Roma, Mambro uccide Alessandro Caravillani, 17 anni. Il ragazzo stava recandosi a scuola e passava di lì per caso. La sua morte suscita scalpore anche perché il giovane viene colpito alla testa con un colpo di pistola sparatogli a bruciapelo.
Il suo” curriculum”. A cura dell’Associazione tra i familiari delle vittime della strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980:
28-02-1976: tentato omicidio.
15-12-1976: tentato omicidio; violazione disposizioni sul controllo delle armi.
23-12-1976: violazione della normativa su armi, munizioni, aggressivi chimici e congegni micidiali.
30-12- 1976: ricettazione continuata.
09-01-1977: tentato omicidio; violazione delle disposizioni sul controllo delle armi.
08-02-1977: detenzione illegale di armi e munizioni; violazione delle norme sul controllo delle armi, munizioni e esplosivi.
25-05-1977: detenzione illegale di armi e munizioni.
30-12-1977: detenzione illegale di armi e munizioni; danneggiamento.
31-12-1977: porto illegale di armi continuato.
04-01-1978: porto illegale di armi continuato.
28-02-1978: omicidio; tentato omicidio; violazione delle norme sul controllo delle armi; ricettazione.
05-03-1978: rapina; ricettazione; furto.
06-03-1978: tentato omicidio; rapina; ricettazione.
08-05-1978: abbandono di posto da parte di un militare di guardia.
09-05-1978: furto militare continuato.
30-06-1978: furto continuato.
03-07-1978: rapina; porto illegale di armi.
24-11-1978: rapina.
26-12-1978: rapina; violenza privata; violazione di domicilio; detenzione illegale di armi e munizioni.
09-01-1979: incendio; lesione personale continuata; detenzione illegale di armi e munizioni (Radio Città Futura).
08-02-1979: rapina, detenzione illegale di armi e munizioni.
15-03-1979: rapina; violazione delle norme sul controllo delle armi, munizioni e esplosivi, detenzione illegale di armi e munizioni; ricettazione.
marzo 1979: violazione delle norme sul controllo delle armi.
16-06-1979: strage; violazione delle norme sul controllo delle armi, munizioni e esplosivi (sezione PCI Esquilino).
19-06-1979: ricettazione continuata.
27-11-1979: rapina (Chase Manhattan Bank); detenzione illegale di armi e munizioni; ricettazione.
05-12-1979: ricettazione continuata; violazione delle norme sulle armi, munizioni, aggressivi chimici e congegni micidiali.
11-12-1979: rapina; ricettazione; detenzione illegale di armi e munizioni.
17-12-1979: omicidio; detenzione illegale di armi e munizioni; detenzione abusiva di armi; violazione delle norme sul controllo delle armi, munizioni e esplosivi.
1980: rapina, detenzione illegale di armi e munizioni.
06-02-1980: attentato per finalità terroristiche o eversive; rapina; violazione delle norme sul controllo delle armi, munizioni e esplosivi; porto illegale di armi; omicidio.
28-02-1980: rapina; porto illegale di armi; violazione delle norme sul controllo delle armi, munizioni e esplosivi; sostituzione di persona.
07-03-1980: rapina; violazione delle norme sul controllo delle armi, munizioni e esplosivi.
30-03-1980: rapina; detenzione illegale di armi e munizioni; porto illegale di armi; lesioni personali; ricettazione.
aprile 1980: violazione delle norme sul controllo delle armi, munizioni e esplosivi.
28-05-1980: attentato per finalità terroristiche o di eversione; violazione delle norme sul controllo di armi, munizioni e esplosivi; rapina; porto illegale di armi; furto; tentata rapina; omicidio.
23-06-1980: omicidio.
10-07-1980: violazione della disciplina degli stupefacenti e sostanze psicotrope; detenzione abusiva di armi.
31-07-1980: contraffazione delle impronte di una pubblica autenticazione.
02-08-1980: strage; omicidio; lesione personale; attentato a impianti di pubblica utilità; formazione di banda armata.
05-08-1980: rapina; danneggiamento; porto illegale di armi; furto continuato; occultamento di atti veri; ricettazione; falsità materiale.
settembre 1980: falsità materiale.
09-09-1980: omicidio; violazione delle norme sul controllo delle armi, munizioni e esplosivi.
22-09-1980: attentato per finalità terroristiche o di eversione; lesione personale; occultamento di atti veri; ricettazione; rapina; porto illegale di armi.
20-09-1980: rapina; detenzione illegale di armi e munizioni.
21-09-1980: rapina; detenzione illegale di armi e munizioni.
23-09-1980: furto.
19-10-1980: ricettazione.
22-10-1980: ricettazione; violazione del controllo delle norme sul controllo delle armi, munizioni e esplosivi.
29-10-1980: violenza privata continuata; falsità materiale.
13-11-1980: rapina; resistenza a un pubblico ufficiale; ricettazione; porto illegale di armi; falsità materiale; violazione delle norme sul controllo delle armi, munizioni e esplosivi.
26-11-1980: detenzione illegale di armi e munizioni.
19-12-1980: rapina; violazione di domicilio; sequestro di persona; ricettazione, violazione delle norme sul controllo delle armi, munizioni e esplosivi.
05-02-1981: omicidio; furto; detenzione illegale di armi e munizioni; associazione per delinquere; falsità materiale; violazione delle norme sul controllo delle armi, munizioni e esplosivi.
18-02-1983: tentata evasione; lesione personale continuata.
09-05-1985: calunnia.
Tratto da Antifa:
www.ecn.org/antifa/article/140/scheda-mambro-e-fioravanti

I MORTI DI REGGIO EMILIA DEL LUGLIO 1960

Quarantacinque anni fa una delle pagine più nere della storia della Repubblica italiana. Il 7 luglio 1960, nel corso di una manifestazione sindacale, cinque operai di Reggio Emilia, tutti iscritti al PCI, sono uccisi dalle forze dell'ordine. I loro nomi, immortalati dalla celebre canzone di Fausto Amodei "Per i morti di Reggio Emilia": Lauro Farioli, Ovidio Franchi, Emilio Reverberi, Marino Serri, Afro Tondelli. I morti di Reggio Emilia sono l'apice - non la conclusione - di due settimane di scontri con la polizia, alla quale il capo del governo Tambroni ha dato libertà di aprire il fuoco in "situazioni di emergenza": alla fine si conteranno undici morti e centinaia di feriti. Questi morti costringeranno alle dimissioni il governo Tambroni, monocolore democristiano con il determinante appoggio esterno dei fascisti del M.S.I. e dei monarchici, e apriranno la strada ai futuri governi di centro-sinistra. Ma soprattutto, contrassegneranno in modo repentino un radicale mutamento di clima politico nel paese: l'avvento della generazione dei "ragazzi con le magliette a righe". Sino a quel momento i giovani erano considerati come spoliticizzati, distanti dalla generazione dei partigiani e orientati al mito delle "tre M" (macchina, moglie, mestiere): la giovane età di tre delle cinque vittime testimonia invece la presa di coscienza, in forme ancor più radicali della generazione che aveva resistito negli anni Cinquanta, di un nuovo proletariato giovanile. Di questo mutamento di clima - dalla disperata tristezza per il revanchismo fascista alla rinascita della speranza dopo i fatti di luglio - sono testimonianza la poesia di Pasolini "La croce uncinata" (aprile 1960) e l'articolo "Le radici del luglio" (Vie nuove, 29 ottobre 1960).
Il contesto storico-politico

Il 25 marzo 1960 il presidente della Repubblica Giovanni Gronchi conferisce l'incarico di formare il nuovo governo a un democristiano di secondo piano, Fernando Tambroni, avvocato quasi sessantenne ed esponente della sinistra democristiana, attivo sostenitore di una politica di "legge ed ordine". La sua designazione segna un punto di svolta all'interno di un'acuta crisi politica, con pesanti risvolti istituzionali. La politica del centrismo è ormai esaurita, ma le trattative con il Partito Socialista di Pietro Nenni per la formazione di un governo di centro-sinistra non sembrano in grado di partorire la svolta politica, auspicata e preparata dall'astro nascente della DC Aldo Moro, che nell'ottobre 1959 aveva aperto ai socialisti affermando il carattere "popolare e antifascista" della DC in occasione del congresso democristiano svoltosi a Firenze. Il governo Tambroni ha al suo interno una forte presenza di uomini della sinistra democristiana, ma ottiene la fiducia alla camera solo grazie ai voti dei fascisti e dei monarchici. La direzione della DC sconfessa l'operato del gruppo parlamentare, e tre ministri (Sullo, Bo e Pastore) aprono una crisi che si conclude col rinvio alle Camere del Governo, con l'invito del presidente Gronchi a sostituire i tre ministri riottosi. In questo modo Gronchi esplicitava la proposta politica di un "governo del Presidente" che cercava spregiudicatamente i suoi consensi in aula con chiunque fosse disponibile ad appoggiarlo: una soluzione autoritaria, come lo era del resto la proposta di un "gollismo italiano" caldeggiata da Fanfani, volta a sminuire le prerogative del Parlamento davanti al rischio di un ingresso dei socialisti nella maggioranza. Degna di nota la presenza nel governo di due uomini del "partito-Gladio": Antonio Segni (agli Esteri) e Paolo Emilio Taviani, (oltre all'immancabile Giulio Andreotti, Oscar Luigi Scalfaro e Benigno Zaccagnini).
Da Genova a Reggio Emilia

Nel giugno il MSI annuncia che il suo congresso nazionale si terrà a Genova, città medaglia d'oro della Resistenza, e che a presiederlo è stato chiamato l'ex prefetto repubblichino Emanuele Basile, responsabile della deportazione degli antifascisti resistenti e degli operai genovesi nei lager e nelle fabbriche tedeschi. Alla notizia Genova insorge. Il 30 giugno i lavoratori portuensi (i cosiddetti "camalli") risalgono dal porto guidando decine di migliaia di genovesi, in massima parte di giovane età, in una grande manifestazione aperta dai comandanti partigiani. Al tentativo di sciogliere la manifestazione da parte della polizia, i manifestanti rovesciano e bruciano le jeep, erigono barricate e di fatto si impadroniscono della città, costringendo i poliziotti a trincerarsi nelle caserme. In piazza De Ferrari viene acceso un rogo per bruciare i mitra sequestrati alle forze dell'ordine. Il prefetto di Genova è costretto ad annullare il congresso fascista. In risposta alla sollevazione genovese Tambroni ordina la linea dura nei confronti di ogni manifestazione: il 5 luglio la polizia spara a Licata e uccide Vincenzo Napoli, di 25 anni, ferendo gravemente altri ventiquattro manifestanti. Il 6 luglio 1960 a Roma, a Porta San Paolo, la polizia reprime con una carica di cavalleria (guidata dall'olimpionico Raimondo d'Inzeo) un corteo antifascista, ferendo alcuni deputati socialisti e comunisti.
Il 7 luglio

La sera del 6 luglio la CGIL reggiana, dopo una lunga riunione (la linea della CGIL era sino a quel momento avversa a manifestazioni politiche) proclama lo sciopero cittadino. La polizia ha proibito gli assembramenti, e le stesse auto del sindacato invitano con gli altoparlanti i manifestanti a non stazionare. Ma l'unico spazio consentito - la Sala Verdi, 600 posti – è troppo piccolo per contenere i 20.000 manifestanti: un gruppo di circa 300 operai delle Officine Meccaniche Reggiane decide quindi di raccogliersi davanti al monumento ai Caduti, cantando canzoni di protesta. Alle 16.45 del pomeriggio una violenta carica di un reparto di 350 celerini al comando del vice-questore Giulio Cafari Panico investe la manifestazione pacifica: "Cominciarono i caroselli degli automezzi della polizia. Ricordo un'autobotte della polizia che in piazza cercava di disperdere la folla con gli idranti", ricorda un testimone, l'allora maestro elementare Antonio Zambonelli. Anche i carabinieri, al comando del tenente colonnello Giudici, partecipano alla carica. Incalzati dalle camionette, dalle bombe a gas, dai getti d'acqua e dai fumogeni, i manifestanti cercano rifugio nel vicino isolato San Rocco, "dove c'era un cantiere, ricorda un protagonista dei fatti, Giuliano Rovacchi. Entrammo e raccogliemmo di tutto, assi di legno, sassi...". "Altri manifestanti, aggiunge Zambonelli, buttavano le seggiole dalle distese dei bar della piazza". Respinti dalla disperata sassaiola dei manifestanti, i celerini impugnano le armi da fuoco e cominciano a sparare: "Teng-teng, si sentiva questo rumore, teng-teng. Erano pallottole, dice Rovacchi, e noi ci ritirammo sotto l'isolato San Rocco. Vidi un poliziotto scendere dall'autobotte, inginocchiarsi e sparare, verso i giardini, ad altezza d'uomo". In quel punto verrà trovato il corpo di Afro Tondelli (1924), operaio di 35 anni. Si trova isolato al centro di piazza della Libertà. L'agente di PS Orlando Celani estrae la pistola, s'inginocchia, prende la mira in accurata posizione di tiro e spara a colpo sicuro su un bersaglio fermo. Prima di spirare Tondelli dice: "Mi hanno voluto ammazzare, mi sparavano addosso come alla caccia". Partigiano della 76ª Sap (nome di battaglia "Bobi"), è il quinto di otto fratelli, in una famiglia contadina di Gavasseto. Sposato, è segretario locale dell'Anpi. Davanti alla chiesa di San Francesco è Lauro Farioli, 22 anni, orfano di padre, sposato e padre di un bimbo. Lo chiamavano "Modugno" grazie alla vaga somiglianza con il cantante. Era uscito di casa con pantaloni corti, una camicetta rossa, le ciabatte ai piedi: ai primi spari si muove incredulo verso i poliziotti come per fermarli. Gli agenti sono a cento metri da lui: lo fucilano in pieno petto. Dirà un ragazzo testimone dell'eccidio: "Ha fatto un passo o due, non di più, e subito è partita la raffica di mitra, io mi trovavo proprio alle sue spalle e l'ho visto voltarsi, girarsi su se stesso con tutto il sangue che gli usciva dalla bocca. Mi è caduto addosso con tutto il sangue". Intanto l'operaio Marino Serri, 41 anni, partigiano della 76ª brigata si è affacciato piangendo di rabbia oltre l'angolo della strada gridando "Assassini!": cade immediatamente, colpito da una raffica di mitra. Nato in una famiglia contadina e montanara poverissima di Casina, con sei fratelli, non aveva frequentato nemmeno le elementari: lavorava sin da bambino pascolando le pecore nelle campagne. Militare a 20 anni, era stato in Jugoslavia. Abitava a Rondinara di Scandiano, con la moglie Clotilde e i figli. In piazza Cavour c'è Ovidio Franchi, un ragazzo operaio di 19 anni. Viene colpito da un proiettile all'addome. Cerca di tenersi su, aggrappandosi a una serranda: "Un altro, racconta un testimone, ferito lievemente, lo voleva aiutare, poi è arrivato uno in divisa e ha sparato a tutti e due". Franchi è la vittima più giovane (classe 1941, nativo della frazione di Gavassa): figlio di un operaio delle Officine Meccaniche Reggiane, dopo la scuola di avviamento industriale era entrato come apprendista in una piccola officina della zona. Nel frattempo frequentava il biennio serale per conseguire l'attestato di disegnatore meccanico, che gli era stato appena recapitato. Morirà poco dopo a causa delle ferite riportate. Ma gli spari non sciolgono la manifestazione: sono proprio i più giovani - tra i quali è Rovacchi - a resistere: "La macchina del sindacato girava tra i tumulti e l'altoparlante ci invitava a lasciare la piazza, che la manifestazione era finita. Ma noi non avevamo alcuna intenzione di ritirarci, qualcuno incitava addirittura alle barricate. Non avremmo sgomberato la piazza almeno fino a quando la polizia non spariva. E così fu. Mentre correvo inciampai su un corpo senza vita, vicino al negozio di Zamboni. Era il corpo di Reverberi, ma lo capii soltanto dopo". Emilio Reverberi, 39 anni, operaio, era stato licenziato perché comunista nel 1951 dalle Officine Meccaniche Reggiane, dove era entrato all'età di 14 anni. Era stato garibaldino nella 144ª Brigata dislocata nella zona della Val d'Enza (commissario politico nel distaccamento Amendola). Nativo di Cavriago, abitava a Reggio nelle case operaie oltre Crostolo con la moglie e i due figli. Viene brutalmente freddato a 39 anni, sotto i portici dell'Isolato San Rocco, in piazza Cavour. In realtà non è ancora morto: falciato da una raffica di mitra, spirerà in sala operatoria. Polizia e carabinieri sparano con mitra e moschetti più di 500 proiettili, per quasi tre quarti d'ora, contro gli inermi manifestanti. I morti sono cinque, i feriti centinaia: Zambonelli, riuscito a entrare nell'ospedale, testimonia di "feriti ammucchiati ai morti, corpi squartati, irriconoscibili, ammassati uno sull'altro". Drammatica anche la testimonianza del chirurgo Riccardo Motta: "In sala operatoria c'eravamo io, il professor Pampari e il collega Parisoli. Ricordo nitidamente quelle terribili ore, ne passammo dodici di fila in sala operatoria, arrivava gente in condizioni disperate. Sembrava una situazione di guerra: non c'era tempo per parlare, mentre cercavamo di fare il possibile avvertivamo, pesantissimi, l'apprensione e il dolore dei parenti".
La caduta del governo Tambroni

Nello stesso giorno altri scontri e altri feriti a Napoli, Modena e Parma. Il ministro degli Interni Spataro afferma alla Camera che "è in atto una destabilizzazione ordita dalle sinistre con appoggi internazionali". Invano il presidente del Senato Cesare Merzagora tenta una mediazione, proponendo di tenere le forze di polizia in caserma e invitando i sindacati a sospendere gli scioperi per "non lasciare libera una moltitudine di gente che può provocare incidenti": la polizia continua a sparare ad altezza d'uomo. A Palermo la polizia carica con i gipponi senza preavviso, e quando i dimostranti rispondono a sassate, gli agenti estraggono i mitra e le pistole e uccidono Francesco Vella, di 42 anni, mastro muratore e organizzatore delle leghe edili, che stava soccorrendo un ragazzo di 16 anni colpito da un colpo di moschetto al petto, Giuseppe Malleo (che morirà nei giorni successivi) e Andrea Gangitano, giovane manovale disoccupato di 18 anni. Viene uccisa anche Rosa La Barbera di 53 anni, raggiunta in casa da una pallottola sparata all'impazzata mentre chiudeva le imposte. I feriti dai colpi di armi da fuoco sono 40. A Catania la polizia spara in piazza Stesicoro. Salvatore Novembre di 19 anni, disoccupato, è massacrato a manganellate. Si accascia a terra sanguinante: "mentre egli perde i sensi, un poliziotto gli spara addosso ripetutamente, deliberatamente. Uno due tre colpi fino a massacrarlo, a renderlo irriconoscibile. Poi il poliziotto si mischia agli altri, continua la sua azione". Il corpo martoriato e sanguinante di Salvatore viene trascinato da alcuni agenti fino al centro della piazza affinché sia da ammonimento. Essi impediscono a chiunque, mitra alla mano, di portare soccorso al giovane il quale, a mano a mano che il sangue si riversa sul selciato, lentamente muore. Le autorità imbastiranno successivamente una macabra montatura disponendo una perizia necroscopica al fine di "accertare, ove sia possibile, se il proiettile sia stato esploso dai manifestanti". Altri 7 manifestanti rimangono feriti. Il 9 luglio imponenti manifestazioni di protesta a Reggio Emilia (centomila manifestanti), Catania e Palermo rilanciano la protesta. Tambroni arriva a collegare le manifestazioni a un viaggio di Togliatti a Mosca, affermando che "questi incidenti sono frutto di un piano prestabilito dentro i palazzi del Cremlino". Ma il governo è ormai nell'angolo: il 16 luglio la Confindustria firma con i sindacati l'accordo sulla parità salariale tra uomini e donne, il 18 viene pubblicato un documento sottoscritto da 61 intellettuali cattolici che intima ai dirigenti democristiani a non fare alleanza con i neofascisti. Il 19 luglio Tambroni si reca dal presidente Gronchi, il 22 viene conferito ad Amintore Fanfani l'incarico di formare un governo appoggiato da repubblicani e socialdemocratici. Nel 1964 si svolge a Milano il processo a carico del vice-questore Cafari Panico e dell'agente Celani. Il 14 luglio la Corte d'Assise di Milano, presidente Curatolo, assolve i responsabili della strage: Giulio Cafari Panico, che aveva ordinato la carica, viene assolto con formula piena per non aver commesso il fatto; Orlando Celani, da più testimoni riconosciuto come l'agente che con freddezza prende la mira e uccide Afro Tondelli, viene assolto per insufficienza di prove.


Girolamo De Michele

23 luglio 2005

fonte: www.terrelibere.it

Petizione contro il riconoscimento della qualifica di militari belligeranti ai repubblichini di Salò.

I parlamentari di Alleanza Nazionale hanno presentato un disegno di legge che andrà presto in discussione al Senato, con il quale coloro che prestarono servizio militare nell’esercito della Repubblica Sociale Italiana di Salò, vengono riconosciuti come militari belligeranti e equiparati a quanti prestarono servizio nei diversi eserciti in conflitto durante la Seconda guerra mondiale. L’ANPPIA (Associazione Nazionale Perseguitati Politici Italiani Antifascisti) esprime tutta la sua sdegnata contrarietà a questo disegno di legge che - attribuisce di fatto la qualifica di Governo legittimo al governo fantoccio della Repubblica di Salò, creando quindi una sostanziale parificazione sul piano interno e internazionale tra il Governo legittimo del Regno d’Italia, presieduto dal maresciallo Badoglio, guidato dal Comitato di Liberazione Nazionale e sostenuto dagli angloamericani e quello illegittimo della Repubblica Sociale, privo di sovranità perché nato in territorio occupato dalle truppe naziste e ad esse subordinato; - mette sullo stesso piano i partigiani e le forze militari italiane che combatterono a fianco delle truppe Alleate per costruire un’Italia unita, democratica, libera e indipendente, e coloro che non solo non rinnegarono gli obiettivi politici e ideologici della dittatura fascista ma ritennero di poter condividere la visione hitleriana e razzista dell'Ordine nuovo nazista e combatterono spesso agli ordini dei comandi tedeschi, partecipando a stragi efferate di partigiani e di civili inermi.
L’ANPPIA

chiede a tutte le Italiane e gli Italiani di aderire alla nostra petizione e di sostenere la nostra battaglia contro questa legge pericolosa e sbagliata. La Storia è fatta di vicende complesse e di dolorose storie individuali, ma la memoria di un Paese e di un Popolo non permette ambiguità e cedimenti. L’unità e l’indipendenza dell’Italia, la Costituzione repubblicana e i valori che la animano sono il frutto dell’Antifascismo, della Resistenza umana, politica e culturale di coloro che soffrirono il carcere e il confino; del sacrificio di Gobetti, Matteotti, Amendola, Don Minzoni, dei fratelli Rosselli; di chi a Rodi e a Cefalonia combatté contro le truppe naziste, e non al loro fianco; di quanti nella guerra partigiana e di liberazione nazionale e nel rinato esercito italiano combatterono per 20 mesi contro l’occupante nazista e contro i suoi servi di Salò. Di tutti coloro, in definitiva, che si schierarono contro e non con la Repubblica Sociale Italiana. Se l’Italia dovesse smarrire questa memoria perderebbe il fondamento della sua coscienza civile e nazionale. - Per queste ragioni la lotta contro questa legge non riguarda il passato, ma il presente e il futuro. - Per queste ragioni i sottoscritti sono contrari a questa legge Associazione nazionale perseguitati politici italiani antifascisti (ANPPIA)
Le firme raccolte possono essere inviate: all’ANPPIA, Corsia Agonale 10, 00186 Roma
o al numero di fax 0668803986 o tramite e-mail anppia@anppia.itIndirizzo e-mail protetto dal bots spam , deve abilitare Javascript per vederlo

settembre e 25 aprile, la fine e l'inizio

di Gino Candreva

Ormai è passata la convinzione che la Costituzione, che ha fondato la democrazia in questo paese, sia una "parentesi" tra l'Italietta prefascista e fascista e una ipotetica "seconda repubblica", che sa di restaurazione del liberalismo giolittiano. Cosa si può rispondere a un presidente del consiglio che considera la Costituzione una specie di residuato "semi-sovietico"? L'attuale maggioranza di governo somiglia molto al gruppo dirigente dell'8 settembre , pronto ad accorrere in aiuto di vincitori e di più forti, che si sbarazza del fardello del fascismo per salvare Re e Statuto albertino. Ed è proprio lì che ha origine la Costituzione italiana, dall'8 settembre, come negazione non solo del fascismo, ma anche dell'Italia prefascista. Oggi, in una specie di involuzione dialettica, si vuole negare questa negazione. Certo si è trattato di un compromesso, tra cattolici, azionisti, socialisti e comunisti. Un compromesso nato dai rapporti di forza instauratisi nella Resistenza, che, oggi che i rapporti di forza sono mutati, si cerca di cancellare, per tornare a una specie di liberalismo di fine ottocento, malvagio e paternalista. È proprio una negazione dell' "Italietta" dell'imperialismo straccione, che aveva combattuto due guerre, in sostanza perse ambedue , che aveva mandato al massacro milioni di uomini, contadini e operai vestiti da soldati, che i Costituenti intendevano delineare e fissare nella Costituzione. Più in concreto, come negazione di quella nazione lasciata allo sbando, secondo il titolo di un libro di Aga Rossi, dal badoglismo. L'8 settembre del 1943 è stata una data cruciale per la nazione dei gruppi dirigenti, del re, di Badoglio, il massacratore delle popolazioni etiopi, di Mussolini, di Graziani, l'altro massacratore dei libici e degli etiopi, gruppi in realtà speculari, cui si opponeva l'altra Italia, quella dei partigiani, che salivano in montagna, o degli Internati militari italiani . Particolarmente istruttiva, la vicenda degli internati militari. Lasciati a se stessi, l'8 settembre, senza ordini e senza disposizioni, la maggior parte dei militari italiani, soprattutto soldati, ma anche ufficiali inferiori e sottufficiali, preferirono essere deportati in Germania e vivere nei campi di concentramento in condizioni disumane piuttosto che tornare e servire nella repubblica di Salò. Furono oltre seicentomila, a dire "No!", come recita il titolo di un recente libro di Claudio Sommaruga. Oppure, la storia della vita delle Repubbliche partigiane, in modo specifico quella della Val d'Ossola. La Repubblica dell'Ossola, nonostante la sua breve vita, costituì un microcosmo di democrazia diretta e un tentativo di delineare una società diversa, di liberi ed uguali, che si sarebbe dovuta codificare nella Costituzione dell'Italia repubblicana. Ecco, persino la Repubblica, che oggi vogliamo considerare come un dato assodato, è stata il frutto una dura battaglia, dall'esito incerto fino alla fine. Costituzione, repubblica, democrazia, per strapparli c'è voluta una guerra, la lotta armata in montagna, il rifiuto di tornare degli Imi. Certo, alcuni partigiani, e forse erano la maggioranza, avrebbero voluto procedere oltre, non fermarsi

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