contenuto in una valigia abbandonata esplose alle 10 e 25, investendo
gran parte della stazione, compreso il treno Ancona-Chiasso, che era in attesa su un binario. Il bilancio di morti e feriti crebbe di minuto in minuto e alla fine si conteranno 85 persone senza vita e oltre 200 feriti.
La città incredula ed impreparata per una simile evenienza reagì con orgoglio e prontezza: non essendo sufficienti le ambulanze per trasportare i feriti agli ospedali cittadini, vennero impiegati anche autobus e taxi.
Strategia della tensione, depistaggi, neofascismo e servizi segreti:
La recrudescenza del terrorismo di stampo politico, depistaggi sulle indagini, teorie cospiratorie, servizi segreti che infangarono le indagini. Tutto il marasma che si creò nel tentativo di arrivare ai colpevoli è riassumibile con un termine abusato nel decennio 70-80: "strategia della tensione".
Sovvertire l'ordine democratico con atti di terrorismo non chiaramente rivendicati, con l'intento di creare disorientamento nell'opinione pubblica e instaurare con la connivenza di servizi segreti deviati uno stato di polizia. L'attentato terroristico ricordò in maniera inquietante quello avvenuto nel 1974, battezzato come strage dell'Italicus, che coinvolse un altro treno vicino Bologna e causò 12 morti e 50 feriti. In quel caso ci fu la rivendicazione
dall'organizzazione neofascista Ordine Nero attraverso un volantino che dichiarava: "Abbiamo voluto dimostrare alla nazione che siamo in grado di mettere le bombe dove vogliamo, in qualsiasi ora, in qualsiasi luogo, dove e come ci pare. Vi diamo appuntamento per l'autunno; seppelliremo la democrazia sotto una montagna di morti."
Per la strage di Bologna invece ci furono più rivendicazioni, indagini nebulose e una voluta poca chiarezza e determinazione da parte dello Stato di giungere ai veri colpevoli. Nel 2000 l'allora presidente del consiglio Giuliano Amato, intervistato da "La Repubblica" usò parole forti nel ventennale della strage: "bugie e connivenze e appoggi nello Stato". Il senatore Giulio Andreotti, una delle principali figure politiche italiane negli ultimi cinquanta anni, sottolineò che ci sono nella recente storia italiana: "cinque o sei episodi gravissimi su cui purtroppo non si è riusciti a fare luce per carenze di sistema. Io credo che ci fosse nei servizi segreti, e in alcuni apparati, la convinzione di essere impegnati in una guerra santa, investiti da una missione sacra. E che tutto quello che poteva passare per anticomunismo era meritorio. Non c'è dubbio che deviazioni ci siano state, e forse ci sono tuttora".
Tra i più decisi e desiderosi di apprendere la verità ci furono i parenti delle vittime, che si costituirono
nell'Associazione tra i familiari delle vittime della strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980, che sollecitarono le istituzioni e l'opinione pubblica a trovare i veri colpevoli. Le rivendicazioni furono svariate e non tutte attendibili o verificate: subito dopo l'attentato arrivò una telefonata in cui i Nap (Nuclei armati proletari) dichiaravano: "abbiamo colpito Bologna, colpiremo Milano." Poi ne giunsero ben due dei Nar (Nuclei Armati Rivoluzionari), e in entrambe si assumevano la paternità della strage.
La pista dei neofascisti Nar fu subito la più accreditata rispetto alla matrice brigatista o straniera, visto anche che in quei primi giorni dell’agosto 1980 era stata depositata l’ordinanza di rinvio a giudizio per la strage del treno Italicus, sempre di stampo neofascista. Il giudice Angelo Vella, titolare di quell’inchiesta, indicò il possibile collegamento fra le due stragi. La data della bomba di Bologna poteva essere quasi un anniversario dell’Italicus: il luogo, il treno, la stazione, la collocazione di bombe ad altissimo potenziale che colpirono in modo indiscriminato erano tutti elementi che parevano legare le due carneficine da un qualche filo comune.
Le condanne:
Vennero condannati all'ergastolo, quali esecutori dell'attentato, i neofascisti Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, che si sono sempre dichiarati innocenti, mentre l'ex capo della P2 Licio Gelli, l'ex agente del SISMI Francesco Pazienza e gli ufficiali del servizio segreto militare Pietro Musumeci e Giuseppe Belmonte vennero condannati per il depistaggio delle indagini. Nel 2006 è stato arrestato e condannato dopo anni di latitanza anche l'ex Nar Luigi Ciavardini, che dovrà scontare 30 anni di reclusione per aver partecipato "come esecutore materiale" alla strage. Attualmente sia Fioravanti che la Mambro sono usciti dal carcere in regime di semi libertà e
collaborano all'associazione Nessuno tocchi Caino.
Sono passati 27 anni e i mandanti della strage non sono mai stati scoperti. Anzi, le teorie cospirative e le piste alternative continuano a moltiplicarsi e non passa anno che qualche nuovo elemento si aggiunge alla già intricata matassa. Tra la più giovane delle vittime, Angela Fresu di soli 3 anni e il più anziano, Antonio Montanari di 86, si intrecciarono e persero 85 vite, famiglie, desideri e speranze. Lo Statuto della Associazione delle vittime, recita all'art. 3: "... ottenere con tutte le iniziative possibili la giustizia dovuta..." Avranno mai una risposta credibile?
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L'ultimo depistaggio
La strage di Bologna è una vergogna nazionale.
Troppi depistaggi ci sono stati, a partire da quelli - condannati penalmente dalla giustizia italiana- di Gelli & alcuni suoi compari della P2 (organizzazione politicamente vicina ai conservatori statunitensi dell'allora presidente Reagan) e per finire con le chiacchiere infondate degli ultimi anni.
Sotto questo profilo, mi pare che la pista rossa e/o palestinese-araba (e poi libica) sia l’ultimo depistaggio rispetto alla strage di Bologna.
Riporto qui sotto un interessante articolo pubblicato il 1 agosto 2007 su IL MANIFESTO.
(da Il Manifesto – 1 agosto 2007)
Strage di Bologna. L’ultimo depistaggio
“Ecco perché non posso aver messo io la bomba”
La parola a Thomas Kram, indagato in Germania per le “Cellule rivoluzionarie”, sospettato dalla commissione Mitrokhin perché era Bologna il 2 agosto 1980
Guido Ambrosino
Berlino
“Devo deludere i segugi della commissione Mitrokhin, che mi sospettano di aver messo, per conto dei palestinesi, la bomba alla stazione. Ero a Bologna, ma questo è tutto. Quando mi diressi verso la stazione per prendere un treno per Firenze, il piazzale era già invaso dai mezzi di soccorso. Ricordo lo sgomento della gente, l’urlo delle sirene”. È Thomas Kram a parlare, per la prima volta con un giornalista da quando, nel dicembre 2006, si è consegnato alla magistratura tedesca.
Si era sottratto all’arresto per 19 anni. Lo cercavano dal 1987 per partecipazione alle Revolutionäre Zellen (Rz), che praticarono negli anni ’70 e ’80 una guerriglia fatta di sabotaggi e danneggiamenti incruenti, con tre sciagurate eccezioni: tre uomini colpiti alle gambe. Uno di loro, Karry, ministro dell’economia in Assia, morì dissanguato. Prescritto il primo mandato di cattura, nel 2000 ne arrivò un secondo, per un ruolo “dirigente” nelle Rz, senza addebiti specifici.
Kram è a Berlino, in libertà provvisoria. A luglio la procura federale ha chiesto il rinvio a giudizio. Un “testimone della corona”, che ammette di non conoscerlo, ne avrebbe sentito parlare come autore di documenti politici delle Rz. Kram, in attesa del processo, non si pronuncia sulla sua appartenenza alle Cellule rivoluzionarie. Vuole però dire la sua su Bologna.
Il polverone Mitrokhin
“Ho scoperto su internet che la bomba potrei averla messa io. Un’assurdità, sostenuta addirittura da una commissione d’inchiesta del parlamento italiano, o meglio dalla sua maggioranza di centrodestra, nel dicembre 2004. Deputati di An, e altri critici delle sentenze che hanno condannato per quella strage i neofascisti Fioravanti e Mambro, rimproverano agli inquirenti di non aver indagato sulla mia presenza a Bologna”. Per Kram è una polemica pretestuosa: “Non sono io il mistero da svelare. Non lo credono nemmeno i commissari di minoranza della Mitrokhin. Viaggiavo con documenti autentici. La polizia italiana mi controllava. Sapeva in che albergo avevo dormito a Bologna. Il giorno prima mi aveva fermato a Chiasso. Come corriere per una bomba non ero proprio adatto”.
La commissione d’inchiesta sul dossier Mitrokhin, si occupò nella scorsa legislatura delle attività del Kgb in Italia, e di varie mitologie sul terrorismo. Nelle conclusioni di maggioranza c’è un capitolo su “Thomas Kram e la strage alla stazione di Bologna”.
Vi si ipotizza una “ritorsione” per l’arresto nel novembre 1979 di Abu Saleh, esponente del Fronte popolare per la liberazione della Palestina (Fplp), in seguito al sequestro a Ortona di due missili terra-aria diretti in Libano. La rappresaglia sarebbe stata appaltata a Carlos. Possibili esecutori Thomas Kram e Christa Fröhlich.
Senonché Kram non è mai stato sospettato dalla magistratura tedesca di appartenere al gruppo Carlos. Fröhlich, indagata ma mai condannata per aver fatto parte di quel gruppo, a Bologna proprio non c’era. “Delle due l’una – obietta Kram: se mi si accusa di aver fatto parte delle Cellule rivoluzionarie, che hanno rifiutato il terrorismo indiscriminato, non mi si può sospettare di avere ucciso 85 persone a Bologna. Quella strage, quali ne siano gli autori, resta per me ‘fascista’, per il disprezzo della vita che esprime. Quella di cinque settimane dopo all’Oktoberfest di Monaco porta la stessa firma”.
Carte segrete
Già la premessa del teorema è illogica. Il Fplp, tanto più dopo l’”incidente” di Ortona, non aveva alcun interesse a una guerra aperta con l’Italia.
Né regge il “legame” tra Carlos e Kram. I mitrokhisti si appoggiano a un rapporto della Stasi, conosciuto tramite un resoconto della polizia francese, che descriverebbe Kram come membro del gruppo Carlos. E i servizi ungheresi segnalano un incontro a Budapest, il 27 ottobre 1980, tra Carlos, “Laszlo” (forse Kram) e “Heidi” (forse Fröhlich). Ma per gli ungheresi Kram non apparteneva al gruppo Carlos, a differenza di quanto invece affermano per Johannes Weinrich, Magdalena Kopp e Christa Fröhlich.
La Stasi può sbagliare. Sappiamo – da documenti delle Rz, resoconti di militanti, carte processuali – che all’inizio le Rz ebbero contatti con il Fplp e Carlos. Sappiamo però anche che dopo Entebbe, dove nel 1976 morirono tra i dirottatori di un aereo due militanti delle Rz, quei contatti si interruppero. Ne seguì nel 1977 una scissione. Gli “internazionalisti” attorno a Weinrich abbandonarono le Rz, per unirsi a Carlos.
Non si può escludere che ci siano stati ancora incontri, come quello di Budapest, registrato dagli ungheresi. È un peccato che non se ne trovi la trascrizione, perché ci si può incontrare anche per litigare.
Un viaggio in Italia
Agosto, tempo di vacanze. Kram voleva rivedere amici conosciuti a Perugia, dove aveva frequentato due corsi d’italiano, dal settembre al dicembre 1979, e dal gennaio al marzo 1980. “A Milano mi aveva invitato un’austriaca, che lì insegnava tedesco. Avrei pernottato da lei e il giorno dopo avrei proseguito per Firenze”.
“Arrivato a Chiasso il primo agosto ‘alle ore 12,08 legali’, come apprendo dalle note della polizia riportate dalla relazione di minoranza della Mitrokhin, mi fecero scendere dal treno. Dovevano avere avuto una segnalazione dalla Germania”. Sin dal novembre 1979, quando soggiornava a Perugia, Kram era sorvegliato in Italia su richiesta del Bundeskriminalamt, che lo sospettava di favoreggiamento delle Cellule rivoluzionarie.
“Mi trattenero per ore. Mi sequestrarono una lettera dell’amica, che spiega il motivo del viaggio. L’appuntamento con lei a Milano saltò. Non riusciì a rintracciarla. Ripresi il treno per Firenze, ma lì sarei arrivato troppo tardi per trovare un albergo. Decisi di fermarmi a Bologna”.
All’albergo Centrale, in via della Zecca 2, è registrato l’arrivo. Su una piantina di Bologna, Kram ricostruisce il percorso del giorno dopo: “Mi svegliai tardi, feci colazione in qualche caffè vicino Piazza Maggiore. Poi mi incamminai verso la stazione su una grande strada, forse via dell’Indipendenza. Le sirene tranciavano l’aria. Da lontano vidi sul piazzale della stazione il lampeggiare di ambulanze e mezzi dei pompieri. Si capiva che era successo qualcosa di grave”.
“Non mi avvicinai. Dopo l’esperienza del giorno prima a Chiasso non volevo incappare in nuovi controlli di polizia. Un taxi mi portò alla stazione delle autocorriere. A Firenze arrivai in pullman. Rimasi forse quattro, cinque giorni. Poi tornai in Germania”.
Sette mesi a Perugia
Nato a Berlino il 18 luglio 1948, Kram ha 59 anni. Alto, magro, capelli grigi e occhiali, potrebbe sembrare un insegnante. Non ha mai potuto esserlo. “Ho studiato pedagogia a Berlino, ma sono incappato nel Berufsverbot. Willy Brandt nel 1972 escluse dal pubblico impiego chi non desse garanzie di lealtà alla costituzione. Nel mio caso bastò un corteo ‘sedizioso’ contro la guerra in Vietnam, e il danneggiamento di un cartello stradale: avevo ribattezzato la Wittenbergplatz in ‘Sentiero Ho Chi Minh’. In Nordreno-Vestfalia mi accettarono per il tirocinio. Ma nemmeno lì fui assunto. Nel 1974 subentrai a Johannes Weinrich nella gestione della ‘Libreria politica’ a Bochum”. La colleganza libraria con Weinrich, che qualche anno dopo si unì a Carlos, alimentò poi i sospetti nei confronti di Kram.
Nel ’76 Kram fu incarcerato per una settimana per la diffusione di scritti che “incitavano alla violenza”. La libreria nel ’78 non poteva più pagargli uno stipendio. L’ufficio del lavoro gli finanziò un impiego in un centro della Gioventù cattolica, come educatore. Ma Kram continuava a sentirsi controllato dalla polizia e aveva voglia di cambiare aria. Disdisse la casa di Bochum, vendette l’auto, e con quei soldi si iscrisse al corso d’italiano a Perugia.
“Anche la polizia italiana mi teneva d’occhio. Perquisirono l’appartamento che dividevo con altri studenti. Mi ammonirono perché non avevo chiesto il permesso di soggiorno. Me lo concessero solo fino al marzo 1980, al termine dei corsi”. In primavera Kram torna in Germania, da amici a Duisburg. Da lì riparte per il breve viaggio che lo porterà anche a Bologna.
I fantasmi di Carlos
Su internet Kram si è imbattuto in due interviste rilasciate da Carlos. La prima, del 2000 a Il Messaggero, accenna a “un compagno” che, braccato dalla polizia, salta giù dal treno a Bologna pochi minuti prima che scoppiasse la bomba: “Ci chiedemmo se non fosse lui che doveva morire in quell’esplosione”.
Sull’argomento Carlos tornò nel 2005 sul Corriere della sera, che lo interpella sulla “pista” scovata dalla Mitrokhin. Si rifà a un “rapporto scritto”, ricevuto dopo la strage: “Il rapporto dice che un compagno tedesco era uscito dalla stazione pochi istanti prima dell’esplosione. Ho ricordato il suo nome leggendo il Corriere: Thomas Kram, era un insegnante comunista di Bochum, rifugiato a Perugia. Il giorno prima della strage era a Roma, pedinato da agenti segreti che lo seguirono anche sul treno per Bologna. Kram aveva solo un sacchetto di plastica con oggetti personali, ma se fosse morto nell’attentato sarebbe stato facile attribuirgli ogni colpa”. L’intervistatore insiste: “Kram era un suo uomo?”. Risposta: “Kram non è mai stato membro della nostra organizzazione”.
“L’unica cosa giusta che dice Carlos – commenta Kram – è che non ho mai fatto parte del suo gruppo, altrimenti non avrebbe avuto bisogno di resoconti di terza mano. Ricorda il mio nome leggendo i giornali. Non arrivai a Bologna ‘pochi minuti prima dell’esplosione’. Venivo da Milano e non avevo motivo di saltare dal treno in corsa. Avevo non so più se una borsa o una valigia, perquisita a Chiasso. Né potevo essere una vittima ‘predestinata’: nemmeno io sapevo, fino alla sera del primo agosto, che mi sarei fermato a Bologna, e non a Milano”.
Storie nere
La “nuova ipotesi” tedesco-palestinese viene riproposta nel libro di Andrea Colombo, Storia nera. Bologna, la verità di Francesca Mambro e Valerio Fioravanti. Scrive Colombo, per molti anni redattore de il manifesto: “È necessario esaminarla in tutti i suoi dettagli non solo perché è la più recente tra le ‘piste alternative’, ma anche per il fatto che è forse l’unica che possa ancora essere approfondita”.
L’approfondimento di Colombo si riduce a un paio di forzature. Di Kram si dice che “la sua attività di terrorista” era stata segnalata sin dall’agosto 1977. Ribatte Kram: “Le segnalazioni si riferivano a sospetti di favoreggiamento. Il primo mandato di cattura per le Rz è del dicembre 1987″.
Scrive ancora Colombo: “Dopo 27 anni di latitanza Kram si è costituito nel dicembre 2006″. Replica Kram: “Se la latitanza fosse durata tanto, sarebbe iniziata nel dicembre 1979, quando ero a Perugia. Chi scrive nel 2007 vuole suggerire una mia fuga a ridosso della bomba di Bologna. Mi sono reso irreperibile sette anni dopo. È un errore che Colombo dovrebbe rettificare”.
Tra l’80 e l’87 Thomas Kram è stato sempre reperibile. A Duisburg ha lavorato dal febbraio 1981 al febbraio 1982 in uno studio legale. Poi, a Essen, ha frequentato un corso di informatica dal gennaio 1984 al giugno 1985. Nel 1986 gli fu offerto un lavoro in quel settore a Amburgo, e vi si traferì.
Christa Fröhlich
I detektiv della Mitrokhin sembrano credere che a Bologna ci fosse anche Christa Fröhlich. Fu fermata a Fiumicino il 18 giugno 1982, con 3,5 chili di esplosivo nella valigia. La stampa pubblicò la sua foto. Un cameriere dell’hotel Jolly vi ravvisò una “certa somiglianza” con una donna vista quasi due anni prima: parlava italiano con accento tedesco, il primo agosto si era fatta portare una valigia alla stazione, il 2 agosto telefonò per accertarsi che i suoi due figli non fossero sul treno investito dalla bomba, aveva lavorato come ballerina nei pressi di Bologna.
Christa Fröhlich ha ora 64 anni, insegna tedesco a Hannover. Confrontata con questa descrizione, non sa se ridere o piangere: “Non ero a Bologna. Non ho figli. Mai un ingaggio da ballerina. E nel 1980 non sapevo una parola di italiano”.
L’ha imparato dopo, in carcere, dove ha scontato fino al dicembre 1988 la pena per quel trasporto di esplosivo, senza rivelare a chi fosse destinato. Tornata a Hannover, sposò per procura un detenuto delle Brigate rosse. In Germania fu indagata per gli attentati in Francia del gruppo Carlos, ma l’inchiesta fu archiviata. La magistratura francese continuò a sospettarla per l’attentato del 22 aprile 1982 a Parigi, contro il settimanale Watan al Arabi. Nell’ottobre 1995 approfittò di una sua visita al marito per farla arrestare a Roma e estradare. In assenza di prove, la rilasciarono quattro anni dopo, termine massimo per la carcerazione preventiva.
I commissari di minoranza constatano che, già nell’ottobre 1982, gli accertamenti sul fantomatico avvistamento della Fröhlich a Bologna “ebbero esito negativo”. Perché riproporre quell’abbaglio come “nuova” pista?
Rogatoria internazionale
Neanche i parlamentari di An insistono più sulla ballerina-mamma-terrorista. Interpellano però il ministro della giustizia per sapere perché la procura di Bologna non ha ancora interrogato Kram. Abbiamo girato la domanda al sostituto procuratore Paolo Giovagnoli: “A febbraio, con una rogatoria internazionale, abbiamo chiesto alla procura federale di Karlsruhe di poter interrogare Thomas Kram. A fine giugno ho incontrato una collega tedesca per chiarire alcuni aspetti organizzativi. Ci sono molte carte da tradurre. Ci vorrà ancora qualche mese”. Kram non ha nulla in contrario a essere ascoltato su Bologna. Non servirà a spiegare cosa è successo alla stazione, ma forse a cestinare l’ultimo depistaggio.
FINE
italicus
Sono il capostazione che era in servizio nella stazione di san Benedetto Val di Sambro la notte in cui esplose l'Italicus e vi sono grato se con il vostro aiuto cerchiamo di mentenere viva la memeria di queste stragi.
Sono a vostra disposizione per eventuali approfondimenti e vi chiedo di aiutarmi a rintracciare i feriti e i passeggeri di quel treno.
Sto scrivendo le mie memorie di quella strage e tutto il materiale e testimonianze che riuscirò a trovare mi saranno utili
Grazie Roberto
fascisti del cazzo!
terrorismo fascista!!!
Re: fascisti del cazzo!
> terrorismo fascista!!!
Complimenti! Come al solito i contenuti si sprecano!
Meglio il commento successivo in cui chi scrive in parte si sente coinvolto ma non per questo accetta la sentenza della giustizia ma si informa prima di esprimere un giudizio.
E' tutto un grande caos ma una cosa è certa, la sentenza emessa contro Luigi Ciavardini è ingiusta e lo hanno sostenuto anche diversi esponenti di sinistra che poverini, vengono additati da chi, poveraccio come te, va avanti con pregiudizi e stereotipi. Alla faccia della libertà di pensiero e della ribellione al sistema! Questo il sistema vuole che si pensi e questo pensate. E di certo le famiglie delle vittime non ne ricavano nulla (anche se qualcuna di esse non se ne rende ancora conto).
La verità...
...Mi sono documentata tantissimo sulla strage di Bologna e su quella di Ustica (poichè alcuni dicono siano collegate) e l'unica cosa che ne emerge è solo un grande caos...che sembra quasi creato appositamente...Vorrei che lo Stato Italiano capisse la sofferenza delle famiglie coinvolte, che vivono ancora oggi nella speranza di sapere la verità!
Mia madre doveva essere alla stazione di Bologna quel giorno, ma per una serie di coincidenze, non ci andò.... Quindi in parte mi sento coinvolta.