Pj Harvey è senza ombra di dubbio la cantautrice rock più importante degli ultimi quindici anni con dischi che hanno cantato tra l’altro la rabbia, la voglia di riscatto, l’amore nei confronti dell’altro sesso.
Ma non solo questo; infatti la sua carriera si è evidenziata per un suono che ha avuto come caratteristica la visceralità espressa sia in termini più elettrici e distorti, come ad inizio carriera, che con toni più acustici dalla seconda metà degli anni ’90 in poi, senza disdegnare qualche incursione anche nell’elettronica.
In lei si può ritrovare l’esistenzialismo post punk quanto la poesia romantica e il blues espressi sempre con dischi di livello e solo raramente con cadute di originalità, come ad esempio avvenne nel 2000 in “Stories from the city, stories from the sea”, forse fin troppo debitore alla sua musa ispiratrice Patty Smith.
La fatica più recente in studio di Polly Jane risale al 2003 con “Uh Hu Her”, lavoro non sempre di facile fruibilità in cui l’artista inglese si cimentava con la maggior parte degli strumenti scrivendo canzoni melodiche ma anche dagli arrangiamenti non convenzionali che richiedevano ascolti ripetuti per comprenderne l’essenza.
Ora è giunto il momento di godere del suo ottavo album dalla copertina eterea e decadente in cui lei posa con abiti castigati che rimandano alla moda del primo ‘900, dunque un totale cambio di look rispetto ai precedenti scatti che la raffiguravano con vestiti decisamente succinti e sensuali.
“White Chalk” in effetti trasporta in mondi più intimi e sussurrati con la Harvey che stacca la corrente elettrica, si spoglia della chitarra e si siede davanti ad un pianoforte in una stanza illuminata solo da qualche fioca luce proveniente da un camino.
Gli accordi alla tastiera sono pochi e penetranti così come la sua voce che sa esprimere insieme, con toni bassi fino ad arrivare ad opposti falsetti, malinconia e tensione.
E’ un disco che sa smuovere i sentimenti più profondi ma che in verità potrebbe tediare anche chi si sarebbe atteso da lei un sound più ruvido o tagliente.
Tutte quante le undici composizioni sono ballate strutturate su questo mood notturno e confidenziale basato prevalentemente sul cantato ed arricchito solamente da qualche timido intervento di batteria, clavicembalo, arpa.
Questo è un album che dal vivo lo si immagina rappresentato all’interno di un teatro piuttosto che sulle assi di un tipico palco da concerto rock, un’idea che si presenta suggestiva come le canzoni del cd prodotto dal fido John Parish e Flood, già insieme a lei nel ’95 in “To bring you my love”.
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