Chissà cosa si aspettava dalla vita il giovane Devendra Banhart quando il 2000 si affacciava alle porte.
All’epoca era un homeless per scelta che vagava tra gli Stati Uniti ed il suo Sudamerica, essendo egli venezuelano.
Probabilmente immaginava di suonare le sue canzoni per strada o in qualche raduno hippie e forse sembrò già un grande avvenimento che un’etichetta come la Young God si dimostrasse interessata, nel 2002, a pubblicare il suo esordio: un malato e scarno scenario folk registrato in bassa fedeltà ma ricco di tensione e poesia.
Ed invece le cose sono andate in una maniera del tutto imprevista, anche per quei fans, in verità non molti, che avevano apprezzato quell'esordio.
In breve tempo la sua musica ha iniziato sempre più a circolare negli ambiti underground ed il suo gusto acustico, che si rifà anche al blues e alla tradizione americana anteguerra, ha trovato nuovi estimatori sempre più numerosi.
La prestigiosa etichetta Xl intuisce che il personaggio è vincente, con un look trasandato ma allo stesso tempo spendibile e soprattutto autore di ottime canzoni e performance.
I suoi successivi tre dischi sono un crescendo di fama e di tendenza con molti giovani artisti che, ispirati da lui, vanno a rivisitare quelle antiche radici da cui egli stesso ha attinto (Cocorosie, Vetiver, Espers, ecc), ma viene anche notato dal jet set della moda che sempre più frequentemente lo invita a numerose passerelle come ospite.
Non pochi scatti, anche dei magazine al femminile, lo ritraggono presente in queste situazioni in cui sembra essere sicuro e compiaciuto, senza però abbandonare le sue caratteristiche “trasandate”.
Esce ora il suo nuovo quinto album “Smokey rolls down thunder canyon”, un lungo capitolo di oltre 74 minuti in cui Devendra Banhart, accompagnato dalla sua banda “freak”, si autocompiace, passando dal folk polveroso degli States alle sensualità latinoamericane sempre scarne ma accattivanti e furbe, fino a toccare anche un rock che sposa insieme i tardi anni ’60 con qualche vago umore jazz.
Il disco è lungo, forse fin troppo, ed è un ascolto che, realizzato tutto di un fiato, risulta un po’ pesante ma questa è solo una scelta di approccio, probabilmente la più sbagliata.
Infatti è uno di quei classici lavori che va gustato un po’ alla volta selezionando a rotazione dei brani diversi, un metodo per comprendere come l’artista abbia trovato ormai una sua forma classica di espressione che non è più sporca e povera come i suoi esordi ma comunque piacevole e con alcuni momenti di genialità, ben espressi in “Seakorse”.
Tutti i testi di Devendra Banhart
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