Il
potere dei media è incalcolabile nel dirigere i gusti delle
persone quanto nel mistificare un personaggio evidenziandone i suoi
vizi e problemi per vendere più copie possibili.
Si pensi a cosa dovette subire Kurt Cobain dei Nirvana quando,
raggiunto il successo, fronteggiò faticosamente
tutti gli attacchi di stampa e tv che, piuttosto di soffermarsi sulla
sua musica, versarono fiumi d'inchiostro e di parole riguardo la
dipendenza da eroina, il matrimonio tossico con Courtney Love e
la tormentata paternità di Francis Bean che gli fu tolta per
un mese dai servizi sociali, in base ad un articolo diffamatorio di
Vanity Fair.
Dieci anni dopo la stessa sorte tocca a Pete Doherty, oggetto
quotidiano di scandali tra arresti,
“pere” davanti ad una telecamera, rapporti
sentimentali tormentati come quello con Kate Moss, e
chi più ne ha più ne metta.
E' vero, il musicista inglese non fa nulla per vivere
privatamente queste sue debolezze, ma nello stesso tempo
appare più come un gran bambinone che non sa
contenersi, una spontaneità senza alcuna malizia
pubblicitaria che comunque, seppur negativamente, arriva
quotidianamente dalle riviste di gossip.
A
spiegare quale sia l'attuale stato d'animo di Pete lo si apprende
subito dalla prima canzone di “Shotter's
Nation”, il nuovo secondo cd .
In “Carry on up the morning”
infatti racconta come è duro svegliarsi la mattina
e rendersi conto che la fama sta distruggendo la propria persona.
E' più facile andare fuori di testa e non pensarci per un
po'. Sarebbe preferibile rimanersene protetti a letto, ma ormai in
molti sono entrati nella sua esistenza con pettegolezzi e scoop.
Se qualcuno potrebbe storcere il naso asserendo di che cosa ha da
lamentarsi Doherty, allo stesso modo è doveroso tentare di
comprendere come la vita di ciascuno è un fatto privato; chi
suona dovrebbe essere giudicato solo per la sua arte.
Ed allora si può dire che l'album risulta
più a fuoco rispetto al precedente bislacco quanto piacevole
“Down In Albion”, all'epoca prodotto da
Mick Jones, ex-Clash ed ora nei Carbon/Silicon.
Gli arrangiamenti sono più omogenei
grazie anche al lavoro fondamentale al mixer dell'esperto Stephen
Street (già in passato attivo con The Smiths, Blur).
Le
canzoni sono scarne proprio come deve essere la più pura
materia rock'n'roll, ed ugualmente hanno delle melodie del tutto
orecchiabili che ben presto ci si trova a canticchiare dopo averle
memorizzate velocemente.
I Babyshambles sembrano finalmente
una vera e propria band e
non un'emanazione del solo Doherty, un arricchimento che si
apprezza ad esempio anche nei riusciti riffs delle chitarre.
E' inutile negare che l'album non dissolverà il dissidio che
è costantemente aperto tra i sostenitori del musicista e chi
invece lo ritiene un perfetto “mentecatto” al quale
fino ad ora è andata sin troppo bene e non per meriti
musicali.
L'album però è onesto e soprattutto
rivela che la band promette ulteriori margini di crescita per il futuro
a meno che Doherty non ne combini ancora di più grosse.
Tutti i testi dei Babyshambles.
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