Tutto il
giorno davanti al
computer per lavoro, poi si torna a casa, qualche sms con gli amici,
un'ora tra chat e navigazione ad andamento più o meno
casuale, infine divano e tv. Spesso non ci si rende conto, ma una
grandissima fetta della nostra vita si passa davanti a uno schermo:
lo
schermo del cellulare, lo schermo del computer, lo schermo della
televisione.
Lo schermo diventa quasi la coperta di Linus di molti di
noi, anche perchè la percezione che ne abbiamo
è
poliedrica: è lo strumento per lavorare e per studiare ma
allo stesso tempo quello del relax, del divertimento e della
socializzazione.
Di fatto lo schermo risponde a moltissimi dei nostri
bisogni, forse ai più importanti. Facile che
diventi una
dipendenza, a cui è stato dato il nome di videofilia.
In
molti si sono impegnati in studi e ricerche in tal senso, elaborando
preoccupanti teorie circa la percentuale media del tempo
trascorso
davanti allo schermo e i danni che ne conseguono specialmente
per i
bambini: tra i più scontati obesità, disordini
dell'attenzione, scarso rendimento scolastico, mancanza di
socializzazione.
Uno
degli ultimi studi compiuti in questa direzione
è stato quello condotto da Oliver Pergams,
docente di
Scienze biologiche dell'University of Illinois a Chicago
e dalla
collega Patricia Zaradic, dell'Environmental
Leadership Program della
Delaware Valley di Bryb Mawr (Usa); lo studio è
stato
recentemente pubblicato sui «Proceedings of the National
Academy of Sciences».
Gli studiosi hanno registrato
un preoccupante calo, iniziato sul finire degli
anni '80, delle viste
ai parchi nazionali statunitensi e in generale di tutte
quelle
attività che si svolgono all'aria aperta o comunque legate
all'amore per la natura.
Risultato: negli ultimi 20 anni è
calato del 25% il tempo passato all'aperto. Secondo gli
esperti questo
drastico calo è legati alla videofilia, ovvero alla passione
per videogame, televisione e internet, che ha provocato "un reale e
fondamentale "divorzio dalla natura".
Se allontanarsi dalla natura per
stazionare sul divano comporta ovvie conseguenze negative sulla salute
umana, non fa certo bene nemmeno alla natura: inevitabilmente cala
l'interesse nei confronti delle problematiche ecologiche e ambientali.
Il timore è che le generazioni future, passando sempre meno
tempo a contatto con la natura e non imparando ad amarla, finiranno per
disinteressarsi al suo destino.
Il problema
della videofilia negli USA viene oggi trattato con workshop
che mirano
a ristabilire un equilibrio tra tecnologia e anima.
Non
poteva mancare
chi aprisse un sito ad hoc, dove gli affetti da videofilia possono
confrontarsi e condividere il loro problema. Autore del progetto
è la giornalista 30enne Ariel Meadows,
che si è
imposto di staccare una sera alla settimana la spina di
qualsiasi
apparecchio che sia dotato di uno schermo.
Da questa iniziativa,
chiamata appunto 52 Nights Unplugged, è
nato il blog,
concepito come un vero e proprio sito terapeutico, una versione
virtuale di una seduta di psicologia di gruppo. Gli iscritti si
impegnano a seguire l'esempio di Ariel staccando la spina una sera alla
settimana per un anno, e indicano le loro motivazioni che spesso sono
alquanto sconcertanti: la più tipica è quella di
sentirsi male ogni qualvolta non si possa controllare la
propria mail o
il social network a cui si è iscritti per cause di
forza
maggiore.
Sul sito vengono poi condivise le esperienze di questa
agognata sera senza video: c'è chi ritrova il piacere di un
libro, chi di una cena tranquilla, chi del sesso. Ovvero, chi si
lamenta di essere dipendente dal video condivide la sua preoccupazione
su un video.
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