E-waste o immondizia hi tech, in qualsiasi modo si voglia chiamarlo il problema del riciclaggio degli apparecchi elettronici cresce veloce come la tecnologia stessa.
Da quando la diffusione di computer e telefonini è aumentata a dismisura, poche sono state le iniziative statali o sistematiche per riciclare in modo adeguato i componenti elettronici, che per la loro natura dovrebbero essere tenuti ben lontani dalle comuni discariche.
E’ facile scordare o far finta di non sapere della pericolosità di alcuni componenti presenti nei dispositivi elettrici ed elettronici: mercurio, cromo, cadmio, plastica, piombo, ovvero sostanze tossiche che vanno separate e trattate adeguatamente.
La maggior parte di questi rifiuti finiscono nell’immondizia normale: non è un caso ma abitudine passeggiare per le vie delle città e trovare frigoriferi, lavatrici, personal computer, e quant’altro abbandonati “a bordo cassonetto dell’immondizia”.
Ma in Italia cosa sta succedendo?
Con il Decreto Legge approvato dal Consiglio dei Ministri, il Governo italiano ha finalmente recepito (in ritardo) le direttive del Parlamento europeo (emanate nel lontano 2005) in materia di smaltimento di rifiuti elettrici ed elettronici (RAEE).
Tutti gli strumenti informatici, come computer, stampanti, scanner, palmari e altro ricadranno sotto la nuova normativa.
Dal primo luglio 2007 quindi, viene introdotta la responsabilità dei produttori relativamente ai costi di ritiro e riciclaggio delle apparecchiature elettriche ed elettroniche.
Questo tipo di operazioni non saranno quindi più a carico dei comuni, come avveniva fino a ieri, ma dei fabbricanti che dovranno finanziare il riciclaggio di computer, stampanti, telefoni cordless e cellulari, consolle, televisori, videoregistratori, frigoriferi e altri elettrodomestici, strumenti musicali e giocattoli elettronici oltre che dispositivi medici.
I rifiuti Raee sono suddivisi in due principali categorie: quelli provenienti dai nuclei domestici e quelli professionali.
Mentre per i produttori che rendono disponibili sul mercato italiano apparecchi di uso domestico c’è l’obbligo di aderire a un consorzio, che si occuperà delle operazioni di smaltimento, diversamente per chi produce apparecchiature a uso professionale c’è la possibilità di gestire le operazioni in modo autonomo.
Lo smaltimento in ogni caso è un capitolo a sè stante.
Non ci sono ancora prove o dati statistici che indichino quei miglioramenti che da molto tempo si stanno aspettando.
L’opinione pubblica di massa non viene regolarmente informata su questo tipo di problema, ma già dagli anni ’90 Europa, Giappone e Usa hanno cominciato a dotarsi di centri di riciclaggio.
Purtroppo la pericolosità dei rifiuti e la quantità eccedente rispetto alla loro capacità di assorbimento hanno reso preferibile e meno costoso esportare l’e-waste in paesi come la Cina o l’India, dove le leggi per proteggere i lavoratori e l’ambiente sono inadeguate o non rispettate: non per niente il più grande centro al mondo per lo smantellamento di materiale tecnologico é Guiya in Cina.
Fondamentale sarà quindi l’attenzione che i produttori avranno verso i propri prodotti dalla nascita alla morte, occupandosi dunque del ritiro dell’e-waste, in vista del suo riutilizzo o riciclaggio.
Greenpeace ha stilato una classifica dei produttori di beni elettronici in base alle sostanze tossiche utilizzate nei loro articoli e all’attenzione al riciclaggio e ritiro della spazzatura.
Al primo posto si riconferma dal 2006 la casa produttrice Nokia, seguita da Dell e Lenovo.
La classifica completa e i giudizi sulle case produttrici sono reperibili all’indirizzo http://www.greenpeace.org/international/campaigns/toxics/electronics/how-the-companies-line-up.
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