Se si educa l’essere umano a pensare in maniera negativa, abituandolo a osservare solo “il male del mondo”, quando questo male lo toccherà in prima persona, la sua reazione sarà inevitabilmente istintiva e scomposta.
Egli infatti, non essendo stato abituato a trovare le soluzioni più giuste per tutti i problemi, sarà indotto a pensare che il modo migliore per risolvere quel problema che lo riguarderà personalmente, sia l’uso della forza o della violenza.
Ecco perché chi dispone del potere della comunicazione di massa ha una grande responsabilità: o usa i media in maniera educativa o li usa in maniera diseducativa. L’informazione non può mai essere neutrale, neppure quando dice di voler separare i fatti dal commento. Nel momento stesso in cui si sceglie di comunicare un fatto invece che un altro, ci si sottopone al rischio di influenzare negativamente la psicologia delle masse.
Quando si è costantemente abituati a osservare violenze d’ogni genere (in film, telegiornali, documentari...), la gente comune (soprattutto quella meno consapevole o più qualunquista) si fa l’idea che quella sia l’unica realtà possibile e che di fronte a una realtà del genere l’unica soluzione praticabile sia quella di usare gli stessi strumenti, possibilmente con più astuzia, con meno scrupoli morali, per potersi affermare meglio e prima degli altri.
Una visione costantemente negativa della vita parte da una concezione individualistica e disperata della vita e porta inevitabilmente a tale stile di vita. La disperazione porta alla violenza, sugli altri e anche su se stessi (quando ci si accorge di non avere più risorse).
Dobbiamo abituare gli esseri umani a pensare in positivo, non per illuderli che la realtà sia senza problemi, non per restare ciechi di fronte alle contraddizioni, ma per avere fiducia nelle proprie capacità, per credere nella possibilità di cambiare le cose, col contributo di tutti.
IL FASCISMO È SEMPRE IL PRODOTTO DI UNA LENTA EVOLUZIONE DELLA SOCIETÀ VERSO L’ACCETTAZIONE DELL’IMMORALITÀ, DELLA CORRUZIONE... Il fascismo non nasce perché qualcuno in particolare lo vuole. Nasce perché i tanti che al momento opportuno non avevano fatto nulla di positivo, si ritrovano a non avere la forza sufficiente per opporsi a un male che si presenta sempre con il volto della “salvezza”.
Chiunque attende la venuta di un “messia”, vive una concezione individualistica e quindi fatalistica dell’esistenza. Si attende un “liberatore” appunto perché ci si ritiene incapaci di affrontare e risolvere i problemi sociali, e anche perché si ritiene che le masse non siano in grado di risolvere alcunché se non vengono guidate con la forza.
IL FASCISMO È LA RADICALIZZAZIONE DEI MALI DELL’INDIVIDUALISMO: È LA PRETESA DI RISOLVERE IN MANIERA AUTORITARIA LE CONTRADDIZIONI ANTAGONISTICHE DELLA SOCIETÀ BORGHESE.
FINCHÉ GLI UOMINI NON SI ABITUANO A GESTIRE IN MANIERA COLLETTIVA, PARTECIPATA, LE RISORSE DI CUI DISPONGONO, PER RISOLVERE I PROBLEMI CHE SI PRESENTANO, IL PERICOLO DEL FASCISMO SARÀ SEMPRE DIETRO L’ANGOLO, SIA ESSO DI DESTRA O DI SINISTRA. Solo le sue sembianze cambieranno, per poter ingannare le nuove generazioni (le quali si illuderanno di non essere “fasciste” solo perché diranno di non voler ripetere gli errori del passato).
IL COLMO DELL’IPOCRISIA INFATTI AVVIENE QUANDO IN NOME DEL COLLETTIVISMO O DEL POPULISMO SI AFFERMANO PRINCÌPI FASCISTI. Lo stalinismo non è forse stato un fascismo di sinistra? E il fascismo italiano non è forse nato coll’intenzione di realizzare gli ideali del socialismo? E il nazismo non si chiamava forse “nazional-socialismo”?
ECCO PERCHÉ IL FASCISMO PIÙ PERICOLOSO NON È MAI QUELLO CHE INIZIALMENTE SI PRESENTA PER QUELLO CHE È, BENSÌ QUELLO CHE SI MASCHERA CON LE SEMBIANZE DELL’ANTI-FASCISMO.
-------------------------------------------------- ------------------------------
Vi sono alcune analisi politiche che fanno risalire alla fine degli anni '70, con la regressione economica e l'aumento della disoccupazione, lo sviluppo considerevole del cd. 'neofascismo', cioè di quei gruppi estremisti di destra finanziati dai monopoli. Anche l'ondata fascista che portò Hitler al potere si formò sotto l'impatto d'una crisi economica mondiale, quella degli anni '29-'33. Di fronte alla acuta lotta di classe, la borghesia temeva di doverci rimettere. Fu appunto il grosso capitale tedesco che affidò le sorti del paesi a un dittatore che sapesse parlare alle masse. Non fu Hitler a impadronirsi del potere, ma il potere economico e militare a impadronirsi di lui.
Oggi i monopoli, divenuti transnazionali, sono ancora più potenti. E l'odio per il comunismo è diminuito solo perchè in occidente ci si culla nell'illusione che la perestrojka porterà alla restaurazione del capitalismo anche nei paesi socialisti. Intanto gli atti violenti e terroristici dei neofascisti continuano a destabilizzare i regimi democratico-borghesi, onde semplificare il compito dei monopoli nella lotta contro i movimenti democratici e pacifisti.
MA IL FASCISMO NON È SOLTANTO LA DITTATURA SANGUINARIA E TERRORISTA DEI MILIEUX PIÙ REAZIONARI DELLA BORGHESIA MONOPOLISTA, È ANCHE UN SISTEMA SPECIFICO DI CREAZIONE DI RIFLESSI E COMPORTAMENTI SOCIALI FONDATI SULLA MISANTROPIA, IL PERMISSIVISMO, L'ÉLITISMO E IL CULTO DELL'AGGRESSIVITÀ, UNITAMENTE ALLA CIECA OBBEDIENZA, ALLA DERESPONSABILIZZAZIONE DELL'INDIVIDUO, AL FANATISMO E A UNA DISCIPLINA DI TIPO 'PRUSSIANO'. A tal fine tutti i mezzi sono buoni: dalla demagogia sociale e nazionalista al terrorismo sino al razzismo.
Le crisi strutturali che investono tutta la vita socio-economica e politica delle società capitaliste e che sono aggravate dal disfunzionamento del sistema di regolazione statale, fanno sì che intere categorie di lavoratori perdono progressivamente il loro tradizionale status sociale. Vengono meno non solo certe sicurezze materiali, ma anche determinati valori spirituali e persino molti legami sociali in cui fino a ieri si credeva. L'individuo, costretto ad adattarsi a un ritmo di vita sempre più esigente e mutevole, è soggetto a uno stress permanente, non avendo né i mezzi né le capacità per farvi fronte. Ecco perchè molti vanno affermando il principio "ciascuno al suo posto"...
NON PERDENDO OCCASIONE DI DENUNCIARE LA CORRUZIONE, LA CONCUSSIONE, IL BUROCRATISMO DI UNO STATO PARLAMENTARE BORGHESE INDUBBIAMENTE IN CRISI, I NEOFASCISTI PROPONGONO COME ALTERNATIVA ALL'UOMO COMUNE (CHE SPESSO HA UNA COSCIENZA PICCOLO-BORGHESE) L'IDEA DI UNO STATO CHE SERVA A RISTABILIRE L'ORDINE, LA GIUSTIZIA, PONENDOSI AL DISOPRA DEGLI INTERESSI DI CLASSE NELL'INTERESSE DELLA NAZIONE. L'ideologia neofascista viene presentata come un nuovo sistema di valori, un nuovo programma di azione.
Per ridare fiducia alla piccola borghesia tedescoccidentale, seriamente scossa dalla crisi economica, gli ideologi neofascisti del partito democratico-nazionale la qualificano col termine di "nucleo sano del popolo tedesco", "spina dorsale dello sviluppo sicuro della nazione", ecc. Alla piccola borghesia i neofascisti promettono una piena libertà d'impresa; ai piccoli e medi produttori giurano che li difenderanno contro l'arbitrio dei monopoli; ai piccoli commercianti che li preserveranno dalla concorrenza 'antisociale' delle grosse società commerciali; ai medi imprenditori e commercianti promettono un calo delle imposte, sbocchi maggiori per i prodotti; agli scrittori e agli artisti assicurano la possibilità di consacrarsi interamente all'arte e alla letteratura. La demagogia neofascista sa tener conto della specificità dei diversi strati della piccola e media borghesia. Persino agli operai garantiscono giusti salari e piena occupazione.
IL NEOFASCISMO FONDA LE SUE SPERANZE DI SUCCESSO SUL FATTO CHE, A MOTIVO DELLA CRESCENTE CRISI ECONOMICA CAPITALISTICA, MILIONI DI GIOVANI SI TROVANO GIÀ DA OGGI IN 'ESUBERO'. Per i prossimi anni, a seguito della forte ristrutturazione tecnologica, gli effetti saranno devastanti: la disoccupazione massiccia diventerà cronica e non più solo ciclica o congiunturale. Il terziario non può espandersi all'infinito, specie se gli imprenditori invece di reinvestire in modo produttivo si limitano a sfruttare i capitali solo in modo finanziario, accorpando o assorbendo altre attività economiche deficitarie o incapaci di reggere la concorrenza.
Sin dall'inizio degli anni '80, nei paesi dell'Europa occidentale i giovani al disotto dei 25 anni rappresentavano il 40% dei disoccupati. In Gran Bretagna un disoccupato su tre ha meno di 24 anni. Appena terminata la scuola più di 200.000 giovani inglesi, ogni anno, vanno ad ingrossare le file dei disoccupati: di questi si sa a priori che uno su cinque non troverà mai un impiego stabile e redditizio. Nei quartieri poveri (gli slums) delle grandi cities la disoccupazione tocca oggi l'80-90% dei giovani. In Spagna, nel 1987, il 75% dei giovani aventi un'istruzione superiore risultava senza lavoro. Negli USA quasi la metà dei giovani neri è inoccupata.
Nei paesi capitalisti d'Asia la situazione non è più brillante: in Thailandia i giovani costituiscono il 60,4% dei disoccupati; a Singapore il 56,9%; nelle Filippine il 54,9%; nel Sudcorea il 46,7%. Gli ambienti neofascisti sanno benissimo che questi giovani, se orientati in un certo modo, potranno aderire con relativa facilità alle organizzazioni fasciste. In particolare la demagogia fascista gioca sui sentimenti di solitudine, di angoscia e disperazione, intensificando la propaganda soprattutto fra gli studenti. E i risultati di questo intenso lavoro già si fanno sentire: nei paesi euroccidentali le organizzazioni fasciste e filofasciste raggruppano più di 330.000 giovani.
A questi giovani da tempo si vanno unendo criminali di professione, declassati pronti a tutto. Le statistiche ufficiali sui neonazisti li classificano nella categoria dei giovani: in realtà essi fanno già parte del lumpen-proletariato al soldo di organizzazioni fasciste. Nella città tedesca di Duisburg il partito neonazista NPD ha presentato alle ultime elezioni municipali due noti criminali. Uno dei responsabili dello stesso partito tentò a Braunschweig di svaligiare una banca. Il partito fascista nipponico, diretto dal vecchio terrorista Akao, è prevalentemente composto di delinquenti professionisti. Anche in Portogallo esistono organizzazioni di questo genere. Lo sfruttamento dei marginali a fini terroristici ed eversivi è proporzionale all'aumento numerico degli stessi marginali che si lasciano coinvolgere in questi movimenti.
Gli ambienti militari di estrema destra appoggiano più o meno segretamente questi gruppi, finanziandoli, addestrandoli, deviando le indagini della magistratura su di loro. Tali ambienti sono sempre più ansiosi di smantellare definitivamente il movimento operaio e di scatenare una guerra contro il socialismo. Tutti gli scandali che in questi ultimi anni li hanno visti coinvolti (dalla P2 ai servizi segreti deviati sino alla strage di Ustica) non hanno fatto altro che acuire il desiderio di farla finita una volta per tutte sia col socialismo che con la democrazia borghese formale. Molti generali sono pronti per il colpo di stato. La stessa volontà di emanare leggi sempre più repressive (vedi ad es. quella che si sta discutendo sulla droga) è appunto indicativa della necessità del capitale di avere un governo forte che lo rappresenti, molto esecutivo e poco parlamentare.
ESISTONO PARTITI E ORGANIZZAZIONI FASCISTE SPARSE IN TUTTO IL MONDO: APPARENTEMENTE SEMBRANO POCO INFLUENTI, DATA L'ESIGUITÀ DEL NUMERO DEI LORO MILITANTI, RISPETTO ALLE FORZE DEMOCRATICO-BORGHESI O ANCHE ALLE STESSE FORZE DI SINISTRA, MA GLI APPOGGI GOVERNATIVI E STATALI DI CUI GODONO SONO VASTISSIMI. NATO e CIA li finanziano abbondantemente: si pensi al MSI in Italia, all'Unione Nazionale in Grecia, al Movimento nazionalista in Turchia. In Francia il Fronte Nazionale è attivissimo. Le Pen, il suo leader, non fa che osannare Hitler e Pinochet. In Spagna la Nuova Forza, l'Alleanza apostolica anticomunista, la Solidarietà spagnola, la Gioventù nazional-rivoluzionaria sono finanziate esplicitamente da potenti gruppi come la Confederazione spagnola degli imprenditori, il Banco Atlantico, il Banco Union... In Germania chi 'paga' sono i consorzi e i miliardari come F. Flick, G. Quandt (parente di Goebbels), la grossa società chimica BASF; in Svezia il milionario Carlberg; In Giappone, Yasuda; in Portogallo, il banchiere Esperiti Santo e il monopolista Mello; negli USA i magnati della finanza Heritage Foundation. Alcune delle organizzazioni fasciste (ad es. i cosiddetti "lupi grigi" turchi), sotto pressione delle masse e dell'opinione pubblica mondiale, sono state sciolte, ma solo formalmente. Intanto, a livello internazionale, opera una forte Lega anticomunista semi-clandestina.
TUTTI COSTORO HANNO PROFONDAMENTE IN ODIO IL MOVIMENTO PACIFISTA E L'ATTUALE TENDENZA AL DISARMO DELLE SUPERPOTENZE. NEL CONTESTO DELLA CRISI CHE SCUOTE LA SOCIETÀ BORGHESE, IL PROGRAMMA TERZOFORZISTA (FRA CAPITALISMO MONOPOLISTICO-STATALE E SOCIALISMO) DI COSTRUIRE UNA SOCIETÀ SOVRACLASSISTA, VERAMENTE NAZIONALE, GIUSTA, PUÒ AVERE UN CERTO SUCCESSO. SOTTOVALUTARE QUESTE FORZE, QUESTA TENDENZA E QUESTA PSEUDO-CULTURA PUÒ DIVENTARE MOLTO PERICOLOSO.
FASCISMO E ANTIFASCISMO
Se si educa l’essere umano a pensare in maniera negativa, abituandolo a osservare solo “il male del mondo”, quando questo male lo toccherà in prima persona, la sua reazione sarà inevitabilmente istintiva e scomposta.
Egli infatti, non essendo stato abituato a trovare le soluzioni più giuste per tutti i problemi, sarà indotto a pensare che il modo migliore per risolvere quel problema che lo riguarderà personalmente, sia l’uso della forza o della violenza.
Ecco perché chi dispone del potere della comunicazione di massa ha una grande responsabilità: o usa i media in maniera educativa o li usa in maniera diseducativa. L’informazione non può mai essere neutrale, neppure quando dice di voler separare i fatti dal commento. Nel momento stesso in cui si sceglie di comunicare un fatto invece che un altro, ci si sottopone al rischio di influenzare negativamente la psicologia delle masse.
Quando si è costantemente abituati a osservare violenze d’ogni genere (in film, telegiornali, documentari...), la gente comune (soprattutto quella meno consapevole o più qualunquista) si fa l’idea che quella sia l’unica realtà possibile e che di fronte a una realtà del genere l’unica soluzione praticabile sia quella di usare gli stessi strumenti, possibilmente con più astuzia, con meno scrupoli morali, per potersi affermare meglio e prima degli altri.
Una visione costantemente negativa della vita parte da una concezione individualistica e disperata della vita e porta inevitabilmente a tale stile di vita. La disperazione porta alla violenza, sugli altri e anche su se stessi (quando ci si accorge di non avere più risorse).
Dobbiamo abituare gli esseri umani a pensare in positivo, non per illuderli che la realtà sia senza problemi, non per restare ciechi di fronte alle contraddizioni, ma per avere fiducia nelle proprie capacità, per credere nella possibilità di cambiare le cose, col contributo di tutti.
Il fascismo è sempre il prodotto di una lenta evoluzione della società verso l’accettazione dell’immoralità, della corruzione... Il fascismo non nasce perché qualcuno in particolare lo vuole. Nasce perché i tanti che al momento opportuno non avevano fatto nulla di positivo, si ritrovano a non avere la forza sufficiente per opporsi a un male che si presenta sempre con il volto della “salvezza”.
Chiunque attende la venuta di un “messia”, vive una concezione individualistica e quindi fatalistica dell’esistenza. Si attende un “liberatore” appunto perché ci si ritiene incapaci di affrontare e risolvere i problemi sociali, e anche perché si ritiene che le masse non siano in grado di risolvere alcunché se non vengono guidate con la forza.
Il fascismo è la radicalizzazione dei mali dell’individualismo: è la pretesa di risolvere in maniera autoritaria le contraddizioni antagonistiche della società borghese.
Finché gli uomini non si abituano a gestire in maniera collettiva, partecipata, le risorse di cui dispongono, per risolvere i problemi che si presentano, il pericolo del fascismo sarà sempre dietro l’angolo, sia esso di destra o di sinistra. Solo le sue sembianze cambieranno, per poter ingannare le nuove generazioni (le quali si illuderanno di non essere “fasciste” solo perché diranno di non voler ripetere gli errori del passato).
Il colmo dell’ipocrisia infatti avviene quando in nome del collettivismo o del populismo si affermano princìpi fascisti. Lo stalinismo non è forse stato un fascismo di sinistra? E il fascismo italiano non è forse nato coll’intenzione di realizzare gli ideali del socialismo? E il nazismo non si chiamava forse “nazional-socialismo”?
Ecco perché il fascismo più pericoloso non è mai quello che inizialmente si presenta per quello che è, bensì quello che si maschera con le sembianze dell’anti-fascismo.
-------------------------------------------------- ------------------------------
DOVE VA IL 'NEOFASCISMO'?
Vi sono alcune analisi politiche che fanno risalire alla fine degli anni '70, con la regressione economica e l'aumento della disoccupazione, lo sviluppo considerevole del cd. 'neofascismo', cioè di quei gruppi estremisti di destra finanziati dai monopoli. Anche l'ondata fascista che portò Hitler al potere si formò sotto l'impatto d'una crisi economica mondiale, quella degli anni '29-'33. Di fronte alla acuta lotta di classe, la borghesia temeva di doverci rimettere. Fu appunto il grosso capitale tedesco che affidò le sorti del paesi a un dittatore che sapesse parlare alle masse. Non fu Hitler a impadronirsi del potere, ma il potere economico e militare a impadronirsi di lui.
Oggi i monopoli, divenuti transnazionali, sono ancora più potenti. E l'odio per il comunismo è diminuito solo perchè in occidente ci si culla nell'illusione che la perestrojka porterà alla restaurazione del capitalismo anche nei paesi socialisti. Intanto gli atti violenti e terroristici dei neofascisti continuano a destabilizzare i regimi democratico-borghesi, onde semplificare il compito dei monopoli nella lotta contro i movimenti democratici e pacifisti.
Ma il fascismo non è soltanto la dittatura sanguinaria e terrorista dei milieux più reazionari della borghesia monopolista, è anche un sistema specifico di creazione di riflessi e comportamenti sociali fondati sulla misantropia, il permissivismo, l'élitismo e il culto dell'aggressività, unitamente alla cieca obbedienza, alla deresponsabilizzazione dell'individuo, al fanatismo e a una disciplina di tipo 'prussiano'. A tal fine tutti i mezzi sono buoni: dalla demagogia sociale e nazionalista al terrorismo sino al razzismo.
Le crisi strutturali che investono tutta la vita socio-economica e politica delle società capitaliste e che sono aggravate dal disfunzionamento del sistema di regolazione statale, fanno sì che intere categorie di lavoratori perdono progressivamente il loro tradizionale status sociale. Vengono meno non solo certe sicurezze materiali, ma anche determinati valori spirituali e persino molti legami sociali in cui fino a ieri si credeva. L'individuo, costretto ad adattarsi a un ritmo di vita sempre più esigente e mutevole, è soggetto a uno stress permanente, non avendo né i mezzi né le capacità per farvi fronte. Ecco perchè molti vanno affermando il principio "ciascuno al suo posto"...
Non perdendo occasione di denunciare la corruzione, la concussione, il burocratismo di uno Stato parlamentare borghese indubbiamente in crisi, i neofascisti propongono come alternativa all'uomo comune (che spesso ha una coscienza piccolo-borghese) l'idea di uno Stato che serva a ristabilire l'ordine, la giustizia, ponendosi al disopra degli interessi di classe nell'interesse della nazione. L'ideologia neofascista viene presentata come un nuovo sistema di valori, un nuovo programma di azione.
Per ridare fiducia alla piccola borghesia tedescoccidentale, seriamente scossa dalla crisi economica, gli ideologi neofascisti del partito democratico-nazionale la qualificano col termine di "nucleo sano del popolo tedesco", "spina dorsale dello sviluppo sicuro della nazione", ecc. Alla piccola borghesia i neofascisti promettono una piena libertà d'impresa; ai piccoli e medi produttori giurano che li difenderanno contro l'arbitrio dei monopoli; ai piccoli commercianti che li preserveranno dalla concorrenza 'antisociale' delle grosse società commerciali; ai medi imprenditori e commercianti promettono un calo delle imposte, sbocchi maggiori per i prodotti; agli scrittori e agli artisti assicurano la possibilità di consacrarsi interamente all'arte e alla letteratura. La demagogia neofascista sa tener conto della specificità dei diversi strati della piccola e media borghesia. Persino agli operai garantiscono giusti salari e piena occupazione.
Il neofascismo fonda le sue speranze di successo sul fatto che, a motivo della crescente crisi economica capitalistica, milioni di giovani si trovano già da oggi in 'esubero'. Per i prossimi anni, a seguito della forte ristrutturazione tecnologica, gli effetti saranno devastanti: la disoccupazione massiccia diventerà cronica e non più solo ciclica o congiunturale. Il terziario non può espandersi all'infinito, specie se gli imprenditori invece di reinvestire in modo produttivo si limitano a sfruttare i capitali solo in modo finanziario, accorpando o assorbendo altre attività economiche deficitarie o incapaci di reggere la concorrenza.
Sin dall'inizio degli anni '80, nei paesi dell'Europa occidentale i giovani al disotto dei 25 anni rappresentavano il 40% dei disoccupati. In Gran Bretagna un disoccupato su tre ha meno di 24 anni. Appena terminata la scuola più di 200.000 giovani inglesi, ogni anno, vanno ad ingrossare le file dei disoccupati: di questi si sa a priori che uno su cinque non troverà mai un impiego stabile e redditizio. Nei quartieri poveri (gli slums) delle grandi cities la disoccupazione tocca oggi l'80-90% dei giovani. In Spagna, nel 1987, il 75% dei giovani aventi un'istruzione superiore risultava senza lavoro. Negli USA quasi la metà dei giovani neri è inoccupata.
Nei paesi capitalisti d'Asia la situazione non è più brillante: in Thailandia i giovani costituiscono il 60,4% dei disoccupati; a Singapore il 56,9%; nelle Filippine il 54,9%; nel Sudcorea il 46,7%. Gli ambienti neofascisti sanno benissimo che questi giovani, se orientati in un certo modo, potranno aderire con relativa facilità alle organizzazioni fasciste. In particolare la demagogia fascista gioca sui sentimenti di solitudine, di angoscia e disperazione, intensificando la propaganda soprattutto fra gli studenti. E i risultati di questo intenso lavoro già si fanno sentire: nei paesi euroccidentali le organizzazioni fasciste e filofasciste raggruppano più di 330.000 giovani.
A questi giovani da tempo si vanno unendo criminali di professione, declassati pronti a tutto. Le statistiche ufficiali sui neonazisti li classificano nella categoria dei giovani: in realtà essi fanno già parte del lumpen-proletariato al soldo di organizzazioni fasciste. Nella città tedesca di Duisburg il partito neonazista NPD ha presentato alle ultime elezioni municipali due noti criminali. Uno dei responsabili dello stesso partito tentò a Braunschweig di svaligiare una banca. Il partito fascista nipponico, diretto dal vecchio terrorista Akao, è prevalentemente composto di delinquenti professionisti. Anche in Portogallo esistono organizzazioni di questo genere. Lo sfruttamento dei marginali a fini terroristici ed eversivi è proporzionale all'aumento numerico degli stessi marginali che si lasciano coinvolgere in questi movimenti.
Gli ambienti militari di estrema destra appoggiano più o meno segretamente questi gruppi, finanziandoli, addestrandoli, deviando le indagini della magistratura su di loro. Tali ambienti sono sempre più ansiosi di smantellare definitivamente il movimento operaio e di scatenare una guerra contro il socialismo. Tutti gli scandali che in questi ultimi anni li hanno visti coinvolti (dalla P2 ai servizi segreti deviati sino alla strage di Ustica) non hanno fatto altro che acuire il desiderio di farla finita una volta per tutte sia col socialismo che con la democrazia borghese formale. Molti generali sono pronti per il colpo di stato. La stessa volontà di emanare leggi sempre più repressive (vedi ad es. quella che si sta discutendo sulla droga) è appunto indicativa della necessità del capitale di avere un governo forte che lo rappresenti, molto esecutivo e poco parlamentare.
Esistono partiti e organizzazioni fasciste sparse in tutto il mondo: apparentemente sembrano poco influenti, data l'esiguità del numero dei loro militanti, rispetto alle forze democratico-borghesi o anche alle stesse forze di sinistra, ma gli appoggi governativi e statali di cui godono sono vastissimi. NATO e CIA li finanziano abbondantemente: si pensi al MSI in Italia, all'Unione Nazionale in Grecia, al Movimento nazionalista in Turchia. In Francia il Fronte Nazionale è attivissimo. Le Pen, il suo leader, non fa che osannare Hitler e Pinochet. In Spagna la Nuova Forza, l'Alleanza apostolica anticomunista, la Solidarietà spagnola, la Gioventù nazional-rivoluzionaria sono finanziate esplicitamente da potenti gruppi come la Confederazione spagnola degli imprenditori, il Banco Atlantico, il Banco Union... In Germania chi 'paga' sono i consorzi e i miliardari come F. Flick, G. Quandt (parente di Goebbels), la grossa società chimica BASF; in Svezia il milionario Carlberg; In Giappone, Yasuda; in Portogallo, il banchiere Esperiti Santo e il monopolista Mello; negli USA i magnati della finanza Heritage Foundation. Alcune delle organizzazioni fasciste (ad es. i cosiddetti "lupi grigi" turchi), sotto pressione delle masse e dell'opinione pubblica mondiale, sono state sciolte, ma solo formalmente. Intanto, a livello internazionale, opera una forte Lega anticomunista semi-clandestina.
Tutti costoro hanno profondamente in odio il movimento pacifista e l'attuale tendenza al disarmo delle superpotenze. Nel contesto della crisi che scuote la società borghese, il programma terzoforzista (fra capitalismo monopolistico-statale e socialismo) di costruire una società sovraclassista, veramente nazionale, giusta, può avere un certo successo. Sottovalutare queste forze, questa tendenza e questa pseudo-cultura può diventare molto pericoloso.
-------------------------------------------------- ------------------------------
1. Forza Nuova: cos'è?
L'organizzazione Forza Nuova è un movimento politico con un ventaglio di penetrazione che va da Avanguardia nazionale ai naziskin: essa fa capo a due dirigenti, Roberto Fiore e Massimo Morsello condannati in contumacia per la strage di Bologna. Attualmente vivono a Londra e gestiscono una serie di ostelli denominati "Meeting Point", una rete di agenzie di viaggi presenti in Italia con la denominazione "Easy London", case discografiche, una colonia estiva per ragazzi diretta da un esponente di AN che ha ricevuto denunce dai genitori per maltrattamenti (Il servizio d'ordine è costituito da naziskin) e esibizione di svastiche, strutture sportive e una casa editrice.
"Forza nuova" è in contatto con associazioni culturali, come ad esempio il circolo culturale Guido Cavalcanti di Bergamo che si occupa di studi su un tema apparentemente innocuo come il Medio Evo, interpretato nella chiave di lettura del fascismo storico. Questo circolo propaganda l'ideologia e le pubblicazioni di Forza Nuova ed ha recentemente organizzato un convegno su Julius Evola. con il finanziamento dalla Regione Lombardia.
"Forza Nuova" gestisce inoltre un sito Internet sfruttando con competenza il potenziale di impatto che la nuova forma di comunicazione offre in forma di scatole cinesi, dove un'organizzazione rimanda all'altra (http://www.forzanuova.org. http://www.rsociale20.co.uk). Questo movimento è legato a sua volta ad un'associazione, "Il revisionismo storico", che sostiene che la camere a gas avevano la funzione di eliminare la propagazione di malattie fra gli ebrei.
Elementi di AN, fra i quali il deputato e presidente della regione Lazio Francesco Storace e rappresentante della destra storica all'interno del partito, hanno partecipato a un incontro organizzato da Forza Nuova. Questa organizzazione è presente non solo su scala nazionale, ma è collegata ad una struttura europea denominata Gilda che si rivolge ad insegnanti. Forza Nuova si è data come ideologo di riferimento lo stesso della Repubblica Sociale Italiana, Julius Evola, sul quale ha organizzato una mostra in Lombardia. La stampa alla quale si appoggia è rappresentata dal Borghese di Feltri, l'università è Monteridolfo, presso Rimini. Anche sul piano politico "Forza Nuova" si muove all'insegna di una certa duttilità, non disdegnando la politica delle alleanze: offre a Padova, nelle ultime elezioni comunali i propri voti al Polo nel turno di ballottaggio, partecipa con propri banchetti alla raccolta delle firme promosse dalla Lega per indire il referendum abrogativo della legge Turco-Napolitano sull'immigrazione. Sempre con la Lega occupa il Consiglio Comunale di Venezia nel giugno scorso in occasione di una discussione sul diritto di asilo per i profughi Rom.
Non limitandosi al "rituale " scontato ( per un'organizzazione neofascista ) della "celebrazione" della "marcia su Roma", protesta all'insegna di un Europa "cristiana, indipendente ed armata" contro gli Stati Uniti per la strage alla teleferica del Cermis, contro-manifesta in occasione del Gay Pride, promuove presidi contro la "droga di stato" e la "società multinazionale". Si fa denunciare per l'affissione di alcuni manifesti antiaboristi che ritraggono dei feti.
Nelle ultime elezioni europee ha tentato la carta elettorale presentando propri candidati nella "Lista Cito".
Un risultato deludente controbilanciato però da alcune affermazioni ( dato preoccupante ) conseguite invece con la presentazione di liste autonome ad elezioni provinciali e comunali: Provincia di Lodi 1,6% ( con punte del 14% a Somaglia e Salerano ), Comune di Padova 1,15%, Comune di Metaponto 8%, Comune di Bernalda ( Matera ) 2%.
2. La politica di FN
Il programma di Forza Nuova si articola sui seguenti punti:
-abrogazione delle leggi abortiste famiglia come fulcro della crescita demografica per superare l'espansione dei musulmani e creare una razza italica;
- blocco delle immigrazioni;
- principale nemico il "mondialismo" (la globalizzazione) e all'interno di questo la barbarie musulmana che avanza verso l'Europa;
- azzeramento del debito pubblico come rifiuto di un sistema bancario in mano agli ebrei;
- abrogazione delle leggi liberticide Mancino e Scelba perché applicano l'articolo della Costituzione che vieta la ricostituzione del partito fascista;
- rivendicazione di uno stato forte con un unico partito al potere;
- ricostituzione delle corporazioni che imponevano l'iscrizione obbligatoria di dirigenti e dipendenti in un unico organismo, per abolire la conflittualità. La soluzione dei problemi è demandata allo Stato imprenditore;
- uscita dalla democrazia formale;
- l'Italia è proclamata "eletta dal cielo all'impero radioso sull'umanità".
3. Estrema destra in Europa
Si chiama Euro-nat, è la rete europea dei gruppi della destra estrema e a cui, oltre quelli italiani, aderiscono il Partito Nazionalista Slovacco, il Vlaas Block belga, il Fronte Ellenico e Democracia Nacional (gli eredi della falange spagnola). In questo circuito sono presenti anche il Movimento Pattriottico Popolare Finlandese, il Partito della Grande Romania, il Partito Svedese Democratico, Aliancia Nacional portoghese, il Deutsche Volksunion e il Partito Nazionalista serbo.
Per consolidare questi contatti, nello scorso agosto, a Villa Umbra (Perugia), la rivista Orion di cui è editore Maurizio Murelli (condannato per l'uccisione del poliziotto Antonio Marino, avvenuta durante una manifestazione tenuta dall'MSI a Milano nel 1973), con la sigla Sinergie Europee, ha organizzato un convegno dal titolo innocuo, Università Estate, dove si sono dati appuntamento diversi esponenti della destra radicale europea.
L'articolazione delle presenze dà le dimensioni del fenomeno, che non può essere sottovalutato, sia per la capacità di mobilitazione che nei loro paesi alcune di queste sigle hanno, sia perché il successo avuto da Haider in Austria ha dimostrato che possono esistere, per queste frange neo-fasciste e neo-naziste, prospettive diverse da quelle che le hanno viste fin ad ora relegate al minoritarismo.
4. Far finta di niente?
Puntualmente, a chi protesta contro le adunate dei neofascisti, viene posta la solita questione: non siete democratici, tutti hanno il diritto di manifestare le idee in cui credono. Alla base di quest'accusa vi è una concezione mistificata della democrazia come contenitore universale. In effetti la democrazia deve favorire il libero sviluppo di qualsiasi tendenza, tranne di quelle che negano la democrazia, in particolare se lo fanno o progettano di farlo con mezzi violenti.
Un esempio interessante arriva dalla Germania, dove per anni Helmut Kohl, pressato dalle componenti più integraliste del suo partito (abbagliate dal cattolicesimo estremo propinato dai movimenti neonazisti, in risposta alla presunta islamizzazione della società tedesca) ha lasciato che neonazisti e simpatizzanti hitleriani sfilassero con i loro simboli bene in vista.
Adesso in Germania dopo l'escalation di violenze neo-naziste cominciano a dare le prime risposte (ricordiamo l'esemplare condanna di qualche settimana fa), ben coscienti della seria minaccia rappresentata da movimenti che fanno presa nelle classi sociali più emarginate. Fromm asserì che Hitler senza la necessaria dose di fortuna sarebbe stato un ottimo burocrate, lo vedeva dietro lo sportello di un ufficio postale, chiudere la porticina alle dodici in punto davanti ad una vecchietta pronta a ritirare la pensione. Così il nazifascismo oggi come ieri rappresenta l'unione tra diritto esasperato e la violenza. Ed oggi come ieri gli stati democratici non sanno rispondere, non sanno arginare la prepotente forza della violenza in nome del diritto. Gli esponenti di spicco delle forze nazifasciste europee (e non solo) si prodigano a costruire una fitta rete di odio, che fa presa sulle classi sociali più emarginate, poichè i concetti espressi sono drammaticamente semplici e di facile applicazione, dato che la "selezione sociale" non è basata sulla competitività o sullo status socio-economico (sistema capitalistico) nè sull'imperitura ed estremamente complicata lotta di classe, quanto piuttosto sul fenotipo dell'individuo.
5. Da noi che facciamo?
Mentre in Germania si sta lavorando per mettere fuori legge l'NPD, dunque, in Italia FN sta organizzando un'adunata a Trieste. È difficile ritenere che Trieste sia stata scelta a caso: la presenza della Risiera di San Sabba, unico lager nazista in Italia, riconosciuto come Monumento Nazionale, fa pensare che il luogo sia stato scelto ad hoc per sfidare l'opinone pubblica e le forze democratiche del nostro paese. Ad una sfida così palese bisogna rispondere fermamente: il Comune di Trieste, la Questura e la Prefettura non possono e non devono chiudere gli occhi di fronte a tutto questo; i partiti politici che si dimostrano democratici a parole devono dimostrare con i fatti che non sono disposti a permettere che venga offesa la memoria dei Martiri del Nazi-fascismo. Non vogliamo mai più sentire il nefasto grido "JUDEN RAUS" in Italia, non lo vogliamo sentire nella città della Risiera di San Sabba, dove troppi ebrei innocenti hanno visto la fine dei loro giorni. Non permettiamolo: se il buon senso esiste ancora, è arrivato il momento di dimostrarlo. Facendo appello alle istituzioni locali del comune di Trieste ci auguriamo che i responsabili sospendano il raduno nazifascista, tenendo conto tra l'altro che anche esporre una sola svastica in Italia costituisce, per fortuna, ancora un reato. Se gli appelli e le pressioni che ci auguriamo numerose, non dovessero sortire alcun effetto, e verrà dunque concesso ai neofascisti di manifestare le proprie idee, abbiamo più che il diritto, il dovere di sfilare per le vie di Trieste in nome della democrazia, sia che l'assemblea comunale autorizzi una manifestazione per il mantenimento della democrazia nel nostro paese e contro ogni alito di regime nazifascista, sia che , per evitatare scontri, ci venga assurdamente impedito di bloccare il raduno di FN (cosa che non speriamo si ripeta come a Bologna il 13 maggio 2000). Non possiamo permettere che accada in Italia ciò che è avvenuto in Germania, una folla ben più numerosa non può che far sentire alta la sua voce affinchè non risorgano i vecchi fantasmi che appena cinquan'anni fa distrussero nel profondo l'Europa tutta.
>> W prodi M prodi, W berlusca, M berlusca, W falce e
>> martello, M falce e martello, W Svastica, M
>> svastica...
>>
>> Ma viva anche un po' la pastasciutta...no?
>>
>>
>> si ma no col ragù ke la carne costa aho!
>
>
Vieni qui a Livorno, che il pesce è buono e costa poco! Ti invito a casa mia e si fa una Cacciuccata!!
>>> W prodi M prodi, W berlusca, M berlusca, W falce
>e
>>> martello, M falce e martello, W Svastica, M
>>> svastica...
>>>
>>> Ma viva anche un po' la pastasciutta...no?
>>>
>>>
>>> si ma no col ragù ke la carne costa aho!
>>
>>
>Vieni qui a Livorno, che il pesce è buono e costa
>poco! Ti invito a casa mia e si fa una Cacciuccata!!
>
BBBBOOOONOOOO :D
questa è l'ultima volta che scriviamo su questo blog perchè anzichè un dibattito politico è diventato un dibattito di offese con 4 individui di rifondazione comunista!!!!!!!!!!!!!!!!!!
vogliamo però precisare che i primi a offendere sono stati loro dandoci dei fascisti perchè votiamo da sempre lega nord e centro destra.......e appoggiamo in pieno silvio berlusconi!!!!!!!......
le nostre offese a luxuria derivano dalla rabbia provocata dalle offese a umberto bossi e alla sua malattia...........non sono da dimenticare le offese a berlusconi!!!!!!!!!!!!!!
anche noi per concludere abbiamo fatto una lista di alcuni politici di sinistra alle prese con la giustizia anche se mancano telecomserbia, iri, le coop rosse, la bnl, e tantissimi altri...........................................!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!
RINGRAZIAMO TUTTI QUELLI CHE APPOGGIANO LA CDL E LA LEGA NORD!!!!!!!!!!!!!!!!!!
CORAGGIO CHE ALLE ULTIME AMMINISTRATIVE ABBIAMO RIPORTATO SUCCESSI ELETTORALI OVUNQUE.......E APPENA SI TORNERà AL VOTO QUESTO GOVERNO SARà SPAZZATO VIA PER SEMPRE!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!
ULTIMA NOTA POLEMICA: purtroppo quando si parla di comunismo vuol dire che c'è un enorme ignoranza!!!!!!!!!!!!!!
SERGIO D'ELIA (DAL DOSSIER DELLA POLIZIA)
• Viene arrestato la prima volta a Firenze per resistenza e oltraggio a pubblico
ufficiale nell’ottobre del 1972 (fatto commesso durante una manifestazione) e
resta in carcere per una settimana.
• Viene arrestato di nuovo il 6 novembre 1977 per ricettazione in relazione al
furto nella Facoltà di Architettura occupata di materiale didattico e tecnico
(fotocopiatrici, proiettori ecc...). Al processo, che si celebra il 13 gennaio 1978,
viene condannato a due mesi e 7 giorni di reclusione con la condizionale e lo
stesso giorno esce dal carcere (una settimana prima del tentativo di evasione).
Si reca con la sua compagna in Puglia a trovare la madre, che era all’oscuro
della sua carcerazione, e nei giorni successivi si reca a Roma dove in un
albergo romano apprende dai Tg dell’assalto alle Murate. Nell’ambito di
questo processo, il primo fatto per cui viene condannato risale al 25 settembre
1977 (furto pluriaggravato).
Maggio 1979: l’arresto per banda armata
Sergio D’Elia viene arrestato a Firenze il 17 maggio 1979 - nel cumulo
giuridico c’è scritto per reati commessi tra il 25 settembre 1977 e il 22 maggio 1979 - e
detenuto alle Murate.
Viene prima imputato per partecipazione ad associazione sovversiva; il 13
giugno, viene imputato per costituzione di associazione sovversiva e partecipazione
a banda armata; il 21 novembre, viene imputato di organizzazione di banda armata e
alcuni reati minori; successivamente viene imputato di detenzione di armi (sulla base
di dichiarazioni – non veritiere, secondo D’Elia – rese già a maggio da un pentito,
secondo cui avrebbe frequentato la sua abitazione dove furono trovati bossoli di
pistola ed esplosivo). Era la tattica dei mandati di cattura “a grappolo” in voga in
quegli anni! A partire dal giugno 1980, con l’arresto e la collaborazione dei primi
pentiti di Prima Linea (Roberto Sandalo, Michele Viscardi e Marco Donat Cattin) i
magistrati fiorentini raccolgono ulteriori elementi sul ruolo dirigenziale di D’Elia
all’interno di Prima Linea. A quel punto, in base al teorema per cui il dirigente locale
con responsabilità anche a livello nazionale deve rispondere di tutte le azioni
condotte dall’organizzazione sul territorio di competenza, D’Elia viene imputato di
tutti i fatti avvenuti a Firenze tra cui anche l’assalto alle Murate.
1979 – 1984: il tour nelle carceri speciali
Sergio D’Elia fa il giro di un buon numero di carceri speciali – Novara,
Pianosa, Cuneo, Fossombrone, Trani, Nuoro - dove è sottoposto al regime dell’ex
Art. 90 (simile all’attuale 41 bis).
Tale regime comporta la riduzione drastica di ogni rapporto con l’esterno: un
colloquio al mese attraverso il vetro divisorio, limitazioni nella corrispondenza e
nella socialità interna, ma anche una pratica costante di pestaggi e di intimidazioni.
Nel dicembre 1984 arriva all’Area Omogenea di Rebibbia, carcere nel quale
rimarrà fino alla sua scarcerazione nel gennaio 1991.
Aprile 1983: la sentenza di primo grado
Il 24 aprile 1983, la Corte d’Assise di Firenze condanna Sergio D’Elia a 30 anni
di reclusione per concorso in omicidio (l’assalto al carcere delle Murate dove viene
ucciso l’agente Fausto Dionisi, fatto per cui il sostituto Procuratore Pierluigi Vigna lo
imputa addirittura di strage) e per altri 81 capi di imputazione, quasi tutti i fatti
compiuti da Prima Linea a Firenze, accogliendo le richieste e l’impostazione del
Procuratore Vigna, impostazione per la quale chi ha fatto parte di un determinato
livello organizzativo deve essere condannato per tutte le azioni addebitabili
all’organizzazione, indipendentemente dalla sua effettiva partecipazione ai singoli
fatti. Viene applicato anche l' art. 289 bis (il cosiddetto "sequestro di persona con
finalita' di terrorismo", introdotto in occasione del rapimento Moro) a una serie di
irruzioni armate compiute da Prima Linea durante le quali impiegati e presenti
vengono chiusi nel bagno.
Aprile 1983 – febbraio 1985: dallo scioglimento di Prima Linea
alla dissociazione politica dal terrorismo
• Il 25 novembre 1982, al processo di primo grado a Prima Linea a Firenze,
Sergio D’Elia proclama la sua appartenenza all’organizzazione e inizia il
percorso di revisione critica del suo passato. Insieme ai suoi compagni - è
scritto nella sentenza della Corte d’Assise del 24 aprile 1983 - mette “agli atti
un lungo documento ideologico, firmato da 36 imputati, contenente riflessioni
anche autocritiche sulla tematica della lotta armata, e sulle nuove forme di
antagonismo sociale.” Nel documento - scrive sempre la Corte - “pur
constatando l’esaurimento di una fase storica della lotta armata, si formula il
progetto di rilanciare, in forme rinnovate, l’esperimento rivoluzionario,
attraverso ‘movimenti di lotta e liberazione, dentro e fuori le carceri, che
facciano della liberazione dei prigionieri e della estinzione del carcere un
punto significativo del programma di trasformazione rivoluzionaria’.”
• Durante il processo di Firenze nei primi mesi del 1983, si svolge anche una
sorta di congresso di PL in cui viene deciso lo scioglimento
dell’organizzazione. Lo scioglimento viene annunciato il 14 aprile 1983 in una
conferenza stampa tenuta da due militanti di PL sotto processo a Bologna
(“Conferenza stampa degli imputati di Prima Linea al processo presso la Corte
d'Assise di Bologna, 14 aprile 1983).
• La fine dell’esperienza di PL viene ratificata in una Conferenza interna
d'Organizzazione tenuta nel carcere di Torino (primavera-estate 1983) in
occasione del processone per i “fatti specifici” compiuti in quella città. Le
ragioni del superamento della lotta armata vengono spiegate in un lungo
documento-manifesto del giugno 1983 dal titolo “Sarà che avete nella testa un
maledetto muro”, noto semplicemente come “Il Muro”.
• In questo documento, gli ex di Prima Linea prendono le distanze sia dal
continuismo brigatista sia dai primi fenomeni di “dissociazione” intesi come
pentitismo o mera collaborazione con la giustizia. Per gli ex di PL,
“all’opposto, è centrale il nodo della memoria, strumento prioritario di ogni
opzione critica”. La loro dissociazione dal terrorismo non significa la fine
dell’impegno politico. “La posta in gioco è la ripresa adeguata di un processo
rivoluzionario finalmente sgravato da ogni tesi totalizzante che depauperi
l'enorme ricchezza e complessità delle pratiche antagoniste.” Per gli ex di PL
“si tratta di capire il desiderio profondo di libertà, delle libertà personali e
collettive che percorre il corpo della società” e, quindi, si relazionano a quei
movimenti che “compiono incursioni, attraversamenti, intrecci con l'assetto
istituzionale della società, portando anche al suo interno critica radicale,
interagendo con esso per reimporre modificazioni o 'estorcere vittorie'. È il
caso delle grandi opzioni popolari in tema di libertà sociali e di destini umani,
aborto, divorzio, centrali nucleari, ecc.” (Stralci dal documento “Il Muro”, giugno
1983).
• Nel giugno del 1984, Prima Linea consegna le armi al cardinale di Milano
Carlo Maria Martini. “Una consegna extra-giudiziale delle armi perché siamo
fuori da ogni logica di guerra, rifiutiamo l'antinomia amico-nemico ed i suoi
addentellati mercantili e scambiali.” (Documento “In merito alla consegna delle
armi a S.E. il Cardinale Martini...”, S. Vittore, giugno 1984).
• Nel dicembre del 1984, al processo di secondo grado a Firenze contro Prima
Linea, D’Elia considera superata l’esperienza della lotta armata e sciolto il
patto associativo. Con ciò non si sottrae assolutamente alle sue responsabilità
politiche di dirigente dell’organizzazione e da quelle relative ai fatti specifici
che la corte gli avesse attribuito. “Si tratta di una dichiarazione politica
personale e unilaterale non sollecitata da nulla che non sia un libero
convincimento, da una acquisizione che è innanzitutto teorica e intellettuale,
di cui non vorrei esistessero risvolti pratici, meno che mai venisse tradotta in
termini di scambio, quindi di una sottrazione alle responsabilità penali e alla
pena”. (“Appunti di Sergio D’Elia relativi alle dichiarazioni spontanee rese al
processo di secondo grado”, dicembre 1984 – febbraio 1985)
• Nel corso del 1985, gli ex di Prima Linea adottano una serie di documenti che
segnano tappe importanti del movimento della dissociazione politica dal
terrorismo, tra cui un “Manifesto” dei detenuti politici sulla “riconciliazione”
(il documento fu pubblicato anche su “il manifesto” nel gennaio del 1985) e il
documento “Dallo scioglimento di Prima Linea alle Aree Omogenee”
(ciclostilato, Torino, 1985).
• Il fenomeno della dissociazione politica dal terrorismo fu la chiave
fondamentale per sconfiggere la lotta armata in Italia, tant’è che coloro che ne
furono protagonisti furono considerati dai brigatisti “irriducibili”, nelle carceri
e fuori, i nemici principali da colpire. (Sul significato politico del fenomeno della
dissociazione, vedi l’articolo di Giuseppe Pisauro pubblicato dall’Unità il 13 giugno
2006 e l’intervista a Tommaso Mancini su Radio Radicale del 16 giugno 2006).
Febbraio 1985: la sentenza di secondo grado
• Il 1° febbraio 1985, i giudici della Corte d’Assise d’Appello di Firenze
riducono notevolmente le pene comminate con la sentenza di primo grado e
condannano Sergio D’Elia a 25 anni di reclusione sulla base di 31 capi di
imputazione tra cui il concorso nel tentativo di evasione dal carcere delle
Murate di Firenze e l’uccisione del poliziotto Fausto Dionisi. (Per una analisi
critica della sentenza di secondo grado su questo episodio, vedi la nota dell’avvocato
Giuseppe Rossodivita)
• D’Elia viene assolto da 51 capi di imputazione e cade anche la fattispecie del
"sequestro di persona con finalità di terrorismo".
• La sentenza riconosce la dissociazione dal terrorismo di D’Elia e degli ex
"irriducibili" e concede quindi a tutti le attenuanti generiche prevalenti sulle
aggravanti.
• Il 9 giugno 2006, Pierluigi Vigna, pubblico ministero al processo di primo
grado, nel contestare le affermazioni di D’Elia contenute nella lettera del 4
giugno al Presidente della Camera e ai Colleghi deputati (vedi Lettera allegata)
secondo cui la sua condanna era frutto della dottrina emergenzialista
dell’epoca, dichiara: “D’Elia è stato assolto per
45 reati”. A parte il fatto che l’assoluzione riguarda ben 51 capi di imputazione
e, quindi, un maggior numero di reati, l’ex procuratore Vigna non ricorda che
fu proprio lui a chiedere e ottenere in primo grado la condanna anche per quei
fatti, compreso il sequestro di persona con finalità di terrorismo. Vigna non
dice anche che il sostituto procuratore generale Antonino Guttadauro ha
chiesto la conferma integrale del giudizio di primo grado. Se la logica
emergenzialista del processo di primo grado non è totalmente confermata in
appello, non è stato certo merito di Pierluigi Vigna.
Novembre 1986: l’iscrizione al Partito Radicale
Nel novembre del 1986, rispondendo all'appello per la vita del Partito radicale,
numerosi detenuti appartenenti alle Brigate rosse, Prima linea ed altre bande armate,
condannati all'ergastolo e a lunghe pene detentive, fra cui Sergio D'Elia e Maurice
Bignami, si iscrivono al partito del diritto e della nonviolenza.
Nell'impossibilità di muoversi dal carcere, inviano un intervento al Congresso
del Partito radicale che si svolge a Roma. “Siamo venuti qua per giurare sulla
democrazia (...) Ci dispiace tremendamente di aver fatto la lotta armata, ma, se
questo è possibile, ci dispiace ancora di più di non aver fatto sin da subito la
democrazia.” (“Lettera dall'ergastolo: quei Figli della Libertà”, Notizie Radicali del 22
novembre 1986)
Dicembre 1986: Appello ad Action Directe
Nel dicembre del 1986, Sergio D'Elia e altri ex terroristi detenuti a Rebibbia
lanciano un Appello ad Action Directe e lo affidano agli intellettuali francesi perchè
sia diffuso e utilizzato nel dibattito contro lo spreco terroristico della vita. “Sarebbe il
caso di fermarsi. E realizzare il sogno qui e ora, vivere la vita e salvare l'umanità; qui,
ora... Si può rischiare la pelle se si pensa che valga la pena di mettere in gioco la
propria vita, ma nulla vale quella del nostro vicino.” (Appello a Action directe, Rebibbia,
dicembre 1986)
Febbraio 1987: Appello alle Brigate Rosse
Il 14 febbraio 1987, le Brigate rosse assaltano a Roma un furgone postale per
rapinare un miliardo di lire. Due agenti di polizia rimangono uccisi. Sergio D’Elia,
insieme a un gruppo di ex appartenenti alle formazioni terroristiche, condannati
all'ergastolo o a decine di anni di reclusione, si rivolge con un appello ai ‘compagni
assassini’. “Non vi sono progetti, futuri, umanità, speranze, che valgano una vita, la
vita di chiunque... Non uccidete. Uccidere è sempre una perdita. Non vi è storia della
salvezza, compagni assassini, che possa proseguire se spezza una vita”. (“Compagno
assassino non uccidere”, Rebibbia, febbraio 1987)
Febbraio-Marzo 1987. Sergio D’Elia “consegna Prima Linea al
Congresso del Partito Radicale
Usufruendo di un permesso speciale un gruppo di ex terroristi, tra cui Sergio
D’Elia, partecipa al 32° Congresso del Partito radicale che si svolge a Roma dal 26
febbraio al 1° marzo 1987. “Noi vi consegniamo un'organizzazione terroristica, nuda,
mani e piedi, cuore e anima finalmente liberati”, afferma D’Elia nel suo intervento,
nel quale consegna simbolicamente al partito della nonviolenza sè stesso ed ex
appartenenti e dirigenti alla lotta armata, neoiscritti al Partito radicale. “Vi abbiamo
offerto disposizione dello spirito e piena dedizione, da voi ci aspettiamo un dono più
grande, ci aspettiamo una tecnica della speranza e della nonviolenza, un sentimento
della politica e della conoscenza, ci aspettiamo una filosofia politica ed una
educazione sentimentale... finalmente al servizio della Democrazia.” (“Vi consegniamo
Prima Linea...”, di Maurice Bignami e Sergio D'Elia, 26 febbraio-1 marzo 1987)
“C'è un profondo dispiacere per quanto di irreversibile la mia attività politica
ha prodotto nelle famiglie, soprattutto nelle famiglie delle vittime. Mi rendo conto di
aver apportato dei guasti irreparabili, a cui è impossibile anche pensare, sarebbe
volgare pensare in termini di risarcimento.” (Intervista di Carlo Romeo a Sergio D’Elia,
Teleroma 56, 3 marzo 1987)
Alla fine del Congresso, D’Elia viene chiamato a far parte della Segreteria
federale del Partito radicale.
Marzo 1987: Per la vita di Paula Cooper
Nel marzo del 1987, un gruppo di detenuti nel carcere di Rebibbia, tra cui
Sergio D’Elia, aderisce alla campagna per la vita di Paula Cooper, omicida a
quattordici anni, negra, rinchiusa nel braccio della morte di un penitenziario USA.
Da ex terroristi, che hanno anche ucciso, rivolgono un appello alla democrazia
americana perché non rinneghi se stessa, decidendo a sua volta di uccidere. “Amate
la democrazia, graziate Paula Cooper. Per lei, per voi e per tutti noi”. (Appello per
Paula Cooper, Rebibbia, marzo 1987)
Aprile 1987: dissidenti sovietici incontrano in carcere Sergio
D’Elia
Nell’aprile del 1987, un gruppo di ex terroristi aderenti al Partito radicale, tra
cui Sergio D’Elia, incontrano nel carcere romano di Rebibbia i tre dissidenti sovietici,
Bukovskij, Maximov e Pliusc. “Siamo ex terroristi, ma non ci sogniamo neanche di
provocare un'analogia tra la nostra violenza e la vostra dissidenza. Eppure oggi ci
piace considerarci come voi, approdati alla libertà, esuli dal terrore e dal
comunismo.”
In una nota di commento, l'agenzia sovietica TASS critica il governo italiano
che ha autorizzato l'incontro tra i “pericolosi criminali e i tre dissidenti rinnegati
FARINA DANIELE:
La giustizia in mano ad un balordo. E’ stato denunciato per traffico di droga, porto abusivo di armi, fabbricazione di bombe, violenze, lesioni: il neo onorevole Farina è il vicepresidente della Commissione Giustizia. Ha fatto scalpore il caso di Sergio D’Elia, già terrorista di Prima linea ed ora segretario d’aula a Montecitorio. Ma il centrosinistra e’ andato ben oltre, ha nominato numero due dell’ organismo che fissa le regole per i magistrati un uomo che ha messo insieme una fedina penale di quattro pagine. Sembra una barzelletta, invece è tutto vero.
LUCA CASARINI E VARI:
C’è anche il segretario bolognese di Rifondazione comunista, Tiziano Loreti, tra i 45 no global e «disobbedienti» rinviati ieri a giudizio dal giudice dell’udienza preliminare di Bologna Andrea Scarpa per l’assalto al Centro di permanenza temporanea per clandestini di via Mattei, avvenuto il 25 gennaio del 2002. Il bertinottiano dovrà rispondere delle accuse di invasione di edificio e danneggiamento.
A giudizio anche il leader dei disobbedienti del nordest, Luca Casarini, accusato però anche di resistenza e lesioni per avere colpito alcuni rappresentanti delle forze dell’ordine schierati a difesa della struttura, e un ex assessore Verde della giunta di Sergio Cofferati, Antonio Amorosi. La struttura venne assaltata e gravemente danneggiata dai militanti no global poco prima della sua apertura.
Nessun imbarazzo, però, nonostante la decisione del giudice, per il segretario dei bertinottiani, ieri unico imputato presente davanti alla Procura di Bologna, che alla domanda se lo rifarebbe, risponde senza esitazioni: «Assolutamente sì». Perché? «Le ragioni per cui l’azione di allora venne fatta sono ancora totalmente valide - spiega Loreti, nonostante oggi al governo ci sia l’Unione e lo stesso Prc -. I Centri continuano a essere strutture inumane e continueremo a portare avanti la nostra battaglia contro i Cpt e contro la Bossi-Fini che li ha creati». Poi conclude: «Credo che a volte le questioni etiche debbano superare quelle guidiziarie». C’è da chiedersi come Cofferati, il sindaco della legalità, prenderà la notizia che il segretario di uno dei partiti che sostengono la sua maggioranza, pur tra alti e bassi, dovrà presentarsi davanti a un giudice il prossimo 20 giugno. E proprio come ha detto Loreti, continuerà l’azione di lotta contro i Cpt di Rifondazione comunista, che domani parteciperà anche al presidio indetto in città contro il sì del presidente del Consiglio al raddoppio della base Usa di Vicenza: il 3 marzo è stata indetta a Bologna una manifestazione nazionale contro i centri per clandestini organizzata dal movimento no global e dai disobbedienti, che accusano il governo Prodi di non avere ancora fatto nulla contro quelli che loro chiamano «i lager». Minacciose, a questo proposito, le dichiarazioni di Luca Casarini, anch’egli rinviato a giudizio ieri: «Noi trasformeremo questo processo di Bologna in un processo al governo di centrosinistra che mantiene ancora questi centri».
RENATO CURCIO:
Curcio è, per un quadriennio, assieme a Margherita Cagol ed ad Alberto Franceschini, nel direttorio delle BR.
Tra le azioni rivendicate dalle BR in quel periodo, l'omicidio di Graziano Giralucci e Giuseppe Mazzola, militanti missini il 17 giugno 1974, uccisi nella sede del M.S.I. in via Zabarella a Padova. Curcio, condannato per concorso morale di quegli omicidi, scrisse il volantino di rivendicazione insieme agli altri dirigenti delle BR non senza titubanza, specificando come l'evento non fosse stato pianificato dall'organizzazione.
Silvano Girotto, un infiltrato che fu tra gli artefici del primo arresto di Curcio, interrogato il 26 settembre 1974 da Giancarlo Caselli riferisce alcune parole di Curcio relative alla pratica di lotta armata, dove specificava che "bisognava anche sapere che, se necessario, le Br uccidevano".
Quasi vent'anni dopo il fatto invece (nel 1993), il duplice omicidio viene ricordato da Curcio nella sua autobiografia/intervista con Mario Scialoja come un "incidente di percorso, un episodio non voluto". Curcio parla apertamente di "disastro politico" e di "errore grave", in quanto l'azione dei militanti padovani compromise notevolmente l'immagine delle BR costruita nei precedenti anni di attività. Curcio spiega che l'eventualità che l'organizzazione commettesse degli omicidi e ne subisse era un principio accettato nella logica della pratica rivoluzionaria, ma spiega che "uccidere consapevolmente in quel periodo lo escludevo: ritenevo che per il nostro tipo di organizzazione sarebbe stato un passo controproducente e negativo".
Viene arrestato l'8 settembre 1974 insieme a Franceschini a Pinerolo. Come conseguenza di un'azione diretta e guidata da Mara, Curcio evade dal carcere nel febbraio 1975 e rientra nelle Brigate Rosse, dove però ormai le sue posizioni sono marginali.
Sua moglie Margherita Cagol, detta "Mara", viene uccisa in un conflitto a fuoco con i carabinieri nel giugno del 1975, in cui rimane ucciso anche l'appuntato Giovanni D'Alfonso e ferito gravemente il tenente Umberto Rocca, durante la liberazione dell'industriale Gancia, sequestrato a scopo di autofinanziamento del gruppo. Il 18 gennaio 1976 Curcio viene riarrestato insieme a Nadia Mantovani in un appartamento a Via Maderno, a Milano.
Con la morte di Margherita Cagol e con la carcerazione di Curcio e di Franceschini, la direzione del movimento passa in mano ad esponenti della cosiddetta "ala militarista" con a capo Mario Moretti. Nel giugno del 1976 vengono ucciso il Procuratore Generale Francesco Coco e la sua scorta: si tratta del primo omicidio premeditato delle Brigate Rosse anche se le prime due vittime delle Br erano state Graziano Giralucci e Giuseppe Mazzola.
Il 10 maggio 1978, il giorno dopo l'omicidio seguito al rapimento dell'onorevole Aldo Moro, alla caserma Lamarmora a Torino, dove si celebra il processo ad alcuni dei capi storici delle BR, Renato Curcio prende la parola e attraverso un comunicato, condiviso con altri imputati, celebra così la morte del segretario della D.C. "... Ecco perché noi sosteniamo che l'atto di giustizia rivoluzionaria esercitato dalle Brigate Rosse nei confronti del criminale politico Aldo Moro, (...), è il più alto atto di umanità possibile per i proletari comunisti e rivoluzionari, in questa società divisa in classi." .
Curcio viene espulso dall'aula così come il coimputato Alberto Franceschini che cerca, subito dopo di lui, di ripetere le parole del comunicato, presto interrotto dall'intervento della forza pubblica.
Curcio viene condannato come mandante dell’omicidio di Giuseppe Mazzola e Graziano Giralucci, venendo riconosciuto come autore del proclama delle BR rivendicante gli omicidi.
Curcio non si è mai dissociato né pentito. Ha rivendicato tutte le azioni brigatiste fino alla metà degli anni '80.
Nel 1987 con una lettera aperta, firmata insieme a Mario Moretti ed altri, dichiara chiusa l’esperienza della lotta armata, rilevandone l’inattualità.
D'ALEMA:
finanziamento illecito per concorso esterno in associazione mafiosa,scandalo banca bnl(dal blog di beppe grillo)
>
> questa è l'ultima volta che scriviamo su questo
> blog perchè anzichè un dibattito politico è
> diventato un dibattito di offese con 4 individui di
> rifondazione comunista!!!!!!!!!!!!!!!!!!
> vogliamo però precisare che i primi a offendere
> sono stati loro dandoci dei fascisti perchè votiamo
> da sempre lega nord e centro destra.......e
> appoggiamo in pieno silvio berlusconi!!!!!!!......
> le nostre offese a luxuria derivano dalla rabbia
> provocata dalle offese a umberto bossi e alla sua
> malattia...........non sono da dimenticare le
> offese a berlusconi!!!!!!!!!!!!!!
> anche noi per concludere abbiamo fatto una lista di
> alcuni politici di sinistra alle prese con la
> giustizia anche se mancano telecomserbia, iri, le
> coop rosse, la bnl, e tantissimi
> altri...........................................!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!
> RINGRAZIAMO TUTTI QUELLI CHE APPOGGIANO LA CDL E LA
> LEGA NORD!!!!!!!!!!!!!!!!!!
> CORAGGIO CHE ALLE ULTIME AMMINISTRATIVE ABBIAMO
> RIPORTATO SUCCESSI ELETTORALI OVUNQUE.......E
> APPENA SI TORNERà AL VOTO QUESTO GOVERNO SARà
> SPAZZATO VIA PER
> SEMPRE!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!
> ULTIMA NOTA POLEMICA: purtroppo quando si parla di
> comunismo vuol dire che c'è un enorme
> ignoranza!!!!!!!!!!!!!!
>
> SERGIO D'ELIA (DAL DOSSIER DELLA POLIZIA)
> • Viene arrestato la prima volta a Firenze per
> resistenza e oltraggio a pubblico
> ufficiale nell’ottobre del 1972 (fatto commesso
> durante una manifestazione) e
> resta in carcere per una settimana.
> • Viene arrestato di nuovo il 6 novembre 1977 per
> ricettazione in relazione al
> furto nella Facoltà di Architettura occupata di
> materiale didattico e tecnico
> (fotocopiatrici, proiettori ecc...). Al processo,
> che si celebra il 13 gennaio 1978,
> viene condannato a due mesi e 7 giorni di
> reclusione con la condizionale e lo
> stesso giorno esce dal carcere (una settimana prima
> del tentativo di evasione).
> Si reca con la sua compagna in Puglia a trovare la
> madre, che era all’oscuro
> della sua carcerazione, e nei giorni successivi si
> reca a Roma dove in un
> albergo romano apprende dai Tg dell’assalto alle
> Murate. Nell’ambito di
> questo processo, il primo fatto per cui viene
> condannato risale al 25 settembre
> 1977 (furto pluriaggravato).
> Maggio 1979: l’arresto per banda armata
> Sergio D’Elia viene arrestato a Firenze il 17
> maggio 1979 - nel cumulo
> giuridico c’è scritto per reati commessi tra il 25
> settembre 1977 e il 22 maggio 1979 - e
> detenuto alle Murate.
> Viene prima imputato per partecipazione ad
> associazione sovversiva; il 13
> giugno, viene imputato per costituzione di
> associazione sovversiva e partecipazione
> a banda armata; il 21 novembre, viene imputato di
> organizzazione di banda armata e
> alcuni reati minori; successivamente viene imputato
> di detenzione di armi (sulla base
> di dichiarazioni – non veritiere, secondo D’Elia –
> rese già a maggio da un pentito,
> secondo cui avrebbe frequentato la sua abitazione
> dove furono trovati bossoli di
> pistola ed esplosivo). Era la tattica dei mandati
> di cattura “a grappolo” in voga in
> quegli anni! A partire dal giugno 1980, con
> l’arresto e la collaborazione dei primi
> pentiti di Prima Linea (Roberto Sandalo, Michele
> Viscardi e Marco Donat Cattin) i
> magistrati fiorentini raccolgono ulteriori elementi
> sul ruolo dirigenziale di D’Elia
> all’interno di Prima Linea. A quel punto, in base
> al teorema per cui il dirigente locale
> con responsabilità anche a livello nazionale deve
> rispondere di tutte le azioni
> condotte dall’organizzazione sul territorio di
> competenza, D’Elia viene imputato di
> tutti i fatti avvenuti a Firenze tra cui anche
> l’assalto alle Murate.
> 1979 – 1984: il tour nelle carceri speciali
> Sergio D’Elia fa il giro di un buon numero di
> carceri speciali – Novara,
> Pianosa, Cuneo, Fossombrone, Trani, Nuoro - dove è
> sottoposto al regime dell’ex
> Art. 90 (simile all’attuale 41 bis).
> Tale regime comporta la riduzione drastica di ogni
> rapporto con l’esterno: un
> colloquio al mese attraverso il vetro divisorio,
> limitazioni nella corrispondenza e
> nella socialità interna, ma anche una pratica
> costante di pestaggi e di intimidazioni.
> Nel dicembre 1984 arriva all’Area Omogenea di
> Rebibbia, carcere nel quale
> rimarrà fino alla sua scarcerazione nel gennaio
> 1991.
> Aprile 1983: la sentenza di primo grado
> Il 24 aprile 1983, la Corte d’Assise di Firenze
> condanna Sergio D’Elia a 30 anni
> di reclusione per concorso in omicidio (l’assalto
> al carcere delle Murate dove viene
> ucciso l’agente Fausto Dionisi, fatto per cui il
> sostituto Procuratore Pierluigi Vigna lo
> imputa addirittura di strage) e per altri 81 capi
> di imputazione, quasi tutti i fatti
> compiuti da Prima Linea a Firenze, accogliendo le
> richieste e l’impostazione del
> Procuratore Vigna, impostazione per la quale chi ha
> fatto parte di un determinato
> livello organizzativo deve essere condannato per
> tutte le azioni addebitabili
> all’organizzazione, indipendentemente dalla sua
> effettiva partecipazione ai singoli
> fatti. Viene applicato anche l' art. 289 bis (il
> cosiddetto "sequestro di persona con
> finalita' di terrorismo", introdotto in occasione
> del rapimento Moro) a una serie di
> irruzioni armate compiute da Prima Linea durante le
> quali impiegati e presenti
> vengono chiusi nel bagno.
> Aprile 1983 – febbraio 1985: dallo scioglimento di
> Prima Linea
> alla dissociazione politica dal terrorismo
> • Il 25 novembre 1982, al processo di primo grado a
> Prima Linea a Firenze,
> Sergio D’Elia proclama la sua appartenenza
> all’organizzazione e inizia il
> percorso di revisione critica del suo passato.
> Insieme ai suoi compagni - è
> scritto nella sentenza della Corte d’Assise del 24
> aprile 1983 - mette “agli atti
> un lungo documento ideologico, firmato da 36
> imputati, contenente riflessioni
> anche autocritiche sulla tematica della lotta
> armata, e sulle nuove forme di
> antagonismo sociale.” Nel documento - scrive sempre
> la Corte - “pur
> constatando l’esaurimento di una fase storica della
> lotta armata, si formula il
> progetto di rilanciare, in forme rinnovate,
> l’esperimento rivoluzionario,
> attraverso ‘movimenti di lotta e liberazione,
> dentro e fuori le carceri, che
> facciano della liberazione dei prigionieri e della
> estinzione del carcere un
> punto significativo del programma di trasformazione
> rivoluzionaria’.”
> • Durante il processo di Firenze nei primi mesi del
> 1983, si svolge anche una
> sorta di congresso di PL in cui viene deciso lo
> scioglimento
> dell’organizzazione. Lo scioglimento viene
> annunciato il 14 aprile 1983 in una
> conferenza stampa tenuta da due militanti di PL
> sotto processo a Bologna
> (“Conferenza stampa degli imputati di Prima Linea
> al processo presso la Corte
> d'Assise di Bologna, 14 aprile 1983).
> • La fine dell’esperienza di PL viene ratificata in
> una Conferenza interna
> d'Organizzazione tenuta nel carcere di Torino
> (primavera-estate 1983) in
> occasione del processone per i “fatti specifici”
> compiuti in quella città. Le
> ragioni del superamento della lotta armata vengono
> spiegate in un lungo
> documento-manifesto del giugno 1983 dal titolo
> “Sarà che avete nella testa un
> maledetto muro”, noto semplicemente come “Il Muro”.
> • In questo documento, gli ex di Prima Linea
> prendono le distanze sia dal
> continuismo brigatista sia dai primi fenomeni di
> “dissociazione” intesi come
> pentitismo o mera collaborazione con la giustizia.
> Per gli ex di PL,
> “all’opposto, è centrale il nodo della memoria,
> strumento prioritario di ogni
> opzione critica”. La loro dissociazione dal
> terrorismo non significa la fine
> dell’impegno politico. “La posta in gioco è la
> ripresa adeguata di un processo
> rivoluzionario finalmente sgravato da ogni tesi
> totalizzante che depauperi
> l'enorme ricchezza e complessità delle pratiche
> antagoniste.” Per gli ex di PL
> “si tratta di capire il desiderio profondo di
> libertà, delle libertà personali e
> collettive che percorre il corpo della società” e,
> quindi, si relazionano a quei
> movimenti che “compiono incursioni,
> attraversamenti, intrecci con l'assetto
> istituzionale della società, portando anche al suo
> interno critica radicale,
> interagendo con esso per reimporre modificazioni o
> 'estorcere vittorie'. È il
> caso delle grandi opzioni popolari in tema di
> libertà sociali e di destini umani,
> aborto, divorzio, centrali nucleari, ecc.” (Stralci
> dal documento “Il Muro”, giugno
> 1983).
> • Nel giugno del 1984, Prima Linea consegna le armi
> al cardinale di Milano
> Carlo Maria Martini. “Una consegna extra-giudiziale
> delle armi perché siamo
> fuori da ogni logica di guerra, rifiutiamo
> l'antinomia amico-nemico ed i suoi
> addentellati mercantili e scambiali.” (Documento
> “In merito alla consegna delle
> armi a S.E. il Cardinale Martini...”, S. Vittore,
> giugno 1984).
> • Nel dicembre del 1984, al processo di secondo
> grado a Firenze contro Prima
> Linea, D’Elia considera superata l’esperienza della
> lotta armata e sciolto il
> patto associativo. Con ciò non si sottrae
> assolutamente alle sue responsabilità
> politiche di dirigente dell’organizzazione e da
> quelle relative ai fatti specifici
> che la corte gli avesse attribuito. “Si tratta di
> una dichiarazione politica
> personale e unilaterale non sollecitata da nulla
> che non sia un libero
> convincimento, da una acquisizione che è
> innanzitutto teorica e intellettuale,
> di cui non vorrei esistessero risvolti pratici,
> meno che mai venisse tradotta in
> termini di scambio, quindi di una sottrazione alle
> responsabilità penali e alla
> pena”. (“Appunti di Sergio D’Elia relativi alle
> dichiarazioni spontanee rese al
> processo di secondo grado”, dicembre 1984 –
> febbraio 1985)
> • Nel corso del 1985, gli ex di Prima Linea
> adottano una serie di documenti che
> segnano tappe importanti del movimento della
> dissociazione politica dal
> terrorismo, tra cui un “Manifesto” dei detenuti
> politici sulla “riconciliazione”
> (il documento fu pubblicato anche su “il manifesto”
> nel gennaio del 1985) e il
> documento “Dallo scioglimento di Prima Linea alle
> Aree Omogenee”
> (ciclostilato, Torino, 1985).
> • Il fenomeno della dissociazione politica dal
> terrorismo fu la chiave
> fondamentale per sconfiggere la lotta armata in
> Italia, tant’è che coloro che ne
> furono protagonisti furono considerati dai
> brigatisti “irriducibili”, nelle carceri
> e fuori, i nemici principali da colpire. (Sul
> significato politico del fenomeno della
> dissociazione, vedi l’articolo di Giuseppe Pisauro
> pubblicato dall’Unità il 13 giugno
> 2006 e l’intervista a Tommaso Mancini su Radio
> Radicale del 16 giugno 2006).
> Febbraio 1985: la sentenza di secondo grado
> • Il 1° febbraio 1985, i giudici della Corte
> d’Assise d’Appello di Firenze
> riducono notevolmente le pene comminate con la
> sentenza di primo grado e
> condannano Sergio D’Elia a 25 anni di reclusione
> sulla base di 31 capi di
> imputazione tra cui il concorso nel tentativo di
> evasione dal carcere delle
> Murate di Firenze e l’uccisione del poliziotto
> Fausto Dionisi. (Per una analisi
> critica della sentenza di secondo grado su questo
> episodio, vedi la nota dell’avvocato
> Giuseppe Rossodivita)
> • D’Elia viene assolto da 51 capi di imputazione e
> cade anche la fattispecie del
> "sequestro di persona con finalità di terrorismo".
> • La sentenza riconosce la dissociazione dal
> terrorismo di D’Elia e degli ex
> "irriducibili" e concede quindi a tutti le
> attenuanti generiche prevalenti sulle
> aggravanti.
> • Il 9 giugno 2006, Pierluigi Vigna, pubblico
> ministero al processo di primo
> grado, nel contestare le affermazioni di D’Elia
> contenute nella lettera del 4
> giugno al Presidente della Camera e ai Colleghi
> deputati (vedi Lettera allegata)
> secondo cui la sua condanna era frutto della
> dottrina emergenzialista
> dell’epoca, dichiara: “D’Elia è stato assolto per
> 45 reati”. A parte il fatto che l’assoluzione
> riguarda ben 51 capi di imputazione
> e, quindi, un maggior numero di reati, l’ex
> procuratore Vigna non ricorda che
> fu proprio lui a chiedere e ottenere in primo grado
> la condanna anche per quei
> fatti, compreso il sequestro di persona con
> finalità di terrorismo. Vigna non
> dice anche che il sostituto procuratore generale
> Antonino Guttadauro ha
> chiesto la conferma integrale del giudizio di primo
> grado. Se la logica
> emergenzialista del processo di primo grado non è
> totalmente confermata in
> appello, non è stato certo merito di Pierluigi
> Vigna.
> Novembre 1986: l’iscrizione al Partito Radicale
> Nel novembre del 1986, rispondendo all'appello per
> la vita del Partito radicale,
> numerosi detenuti appartenenti alle Brigate rosse,
> Prima linea ed altre bande armate,
> condannati all'ergastolo e a lunghe pene detentive,
> fra cui Sergio D'Elia e Maurice
> Bignami, si iscrivono al partito del diritto e
> della nonviolenza.
> Nell'impossibilità di muoversi dal carcere, inviano
> un intervento al Congresso
> del Partito radicale che si svolge a Roma. “Siamo
> venuti qua per giurare sulla
> democrazia (...) Ci dispiace tremendamente di aver
> fatto la lotta armata, ma, se
> questo è possibile, ci dispiace ancora di più di
> non aver fatto sin da subito la
> democrazia.” (“Lettera dall'ergastolo: quei Figli
> della Libertà”, Notizie Radicali del 22
> novembre 1986)
> Dicembre 1986: Appello ad Action Directe
> Nel dicembre del 1986, Sergio D'Elia e altri ex
> terroristi detenuti a Rebibbia
> lanciano un Appello ad Action Directe e lo affidano
> agli intellettuali francesi perchè
> sia diffuso e utilizzato nel dibattito contro lo
> spreco terroristico della vita. “Sarebbe il
> caso di fermarsi. E realizzare il sogno qui e ora,
> vivere la vita e salvare l'umanità; qui,
> ora... Si può rischiare la pelle se si pensa che
> valga la pena di mettere in gioco la
> propria vita, ma nulla vale quella del nostro
> vicino.” (Appello a Action directe, Rebibbia,
> dicembre 1986)
> Febbraio 1987: Appello alle Brigate Rosse
> Il 14 febbraio 1987, le Brigate rosse assaltano a
> Roma un furgone postale per
> rapinare un miliardo di lire. Due agenti di polizia
> rimangono uccisi. Sergio D’Elia,
> insieme a un gruppo di ex appartenenti alle
> formazioni terroristiche, condannati
> all'ergastolo o a decine di anni di reclusione, si
> rivolge con un appello ai ‘compagni
> assassini’. “Non vi sono progetti, futuri, umanità,
> speranze, che valgano una vita, la
> vita di chiunque... Non uccidete. Uccidere è sempre
> una perdita. Non vi è storia della
> salvezza, compagni assassini, che possa proseguire
> se spezza una vita”. (“Compagno
> assassino non uccidere”, Rebibbia, febbraio 1987)
> Febbraio-Marzo 1987. Sergio D’Elia “consegna Prima
> Linea al
> Congresso del Partito Radicale
> Usufruendo di un permesso speciale un gruppo di ex
> terroristi, tra cui Sergio
> D’Elia, partecipa al 32° Congresso del Partito
> radicale che si svolge a Roma dal 26
> febbraio al 1° marzo 1987. “Noi vi consegniamo
> un'organizzazione terroristica, nuda,
> mani e piedi, cuore e anima finalmente liberati”,
> afferma D’Elia nel suo intervento,
> nel quale consegna simbolicamente al partito della
> nonviolenza sè stesso ed ex
> appartenenti e dirigenti alla lotta armata,
> neoiscritti al Partito radicale. “Vi abbiamo
> offerto disposizione dello spirito e piena
> dedizione, da voi ci aspettiamo un dono più
> grande, ci aspettiamo una tecnica della speranza e
> della nonviolenza, un sentimento
> della politica e della conoscenza, ci aspettiamo
> una filosofia politica ed una
> educazione sentimentale... finalmente al servizio
> della Democrazia.” (“Vi consegniamo
> Prima Linea...”, di Maurice Bignami e Sergio
> D'Elia, 26 febbraio-1 marzo 1987)
> “C'è un profondo dispiacere per quanto di
> irreversibile la mia attività politica
> ha prodotto nelle famiglie, soprattutto nelle
> famiglie delle vittime. Mi rendo conto di
> aver apportato dei guasti irreparabili, a cui è
> impossibile anche pensare, sarebbe
> volgare pensare in termini di risarcimento.”
> (Intervista di Carlo Romeo a Sergio D’Elia,
> Teleroma 56, 3 marzo 1987)
> Alla fine del Congresso, D’Elia viene chiamato a
> far parte della Segreteria
> federale del Partito radicale.
> Marzo 1987: Per la vita di Paula Cooper
> Nel marzo del 1987, un gruppo di detenuti nel
> carcere di Rebibbia, tra cui
> Sergio D’Elia, aderisce alla campagna per la vita
> di Paula Cooper, omicida a
> quattordici anni, negra, rinchiusa nel braccio
> della morte di un penitenziario USA.
> Da ex terroristi, che hanno anche ucciso, rivolgono
> un appello alla democrazia
> americana perché non rinneghi se stessa, decidendo
> a sua volta di uccidere. “Amate
> la democrazia, graziate Paula Cooper. Per lei, per
> voi e per tutti noi”. (Appello per
> Paula Cooper, Rebibbia, marzo 1987)
> Aprile 1987: dissidenti sovietici incontrano in
> carcere Sergio
> D’Elia
> Nell’aprile del 1987, un gruppo di ex terroristi
> aderenti al Partito radicale, tra
> cui Sergio D’Elia, incontrano nel carcere romano di
> Rebibbia i tre dissidenti sovietici,
> Bukovskij, Maximov e Pliusc. “Siamo ex terroristi,
> ma non ci sogniamo neanche di
> provocare un'analogia tra la nostra violenza e la
> vostra dissidenza. Eppure oggi ci
> piace considerarci come voi, approdati alla
> libertà, esuli dal terrore e dal
> comunismo.”
> In una nota di commento, l'agenzia sovietica TASS
> critica il governo italiano
> che ha autorizzato l'incontro tra i “pericolosi
> criminali e i tre dissidenti rinnegati
>
> FARINA DANIELE:
> La giustizia in mano ad un balordo. E’ stato
> denunciato per traffico di droga, porto abusivo di
> armi, fabbricazione di bombe, violenze, lesioni: il
> neo onorevole Farina è il vicepresidente della
> Commissione Giustizia. Ha fatto scalpore il caso di
> Sergio D’Elia, già terrorista di Prima linea ed ora
> segretario d’aula a Montecitorio. Ma il
> centrosinistra e’ andato ben oltre, ha nominato
> numero due dell’ organismo che fissa le regole per
> i magistrati un uomo che ha messo insieme una
> fedina penale di quattro pagine. Sembra una
> barzelletta, invece è tutto vero.
> LUCA CASARINI E VARI:
> C’è anche il segretario bolognese di Rifondazione
> comunista, Tiziano Loreti, tra i 45 no global e
> «disobbedienti» rinviati ieri a giudizio dal
> giudice dell’udienza preliminare di Bologna Andrea
> Scarpa per l’assalto al Centro di permanenza
> temporanea per clandestini di via Mattei, avvenuto
> il 25 gennaio del 2002. Il bertinottiano dovrà
> rispondere delle accuse di invasione di edificio e
> danneggiamento.
> A giudizio anche il leader dei disobbedienti del
> nordest, Luca Casarini, accusato però anche di
> resistenza e lesioni per avere colpito alcuni
> rappresentanti delle forze dell’ordine schierati a
> difesa della struttura, e un ex assessore Verde
> della giunta di Sergio Cofferati, Antonio Amorosi.
> La struttura venne assaltata e gravemente
> danneggiata dai militanti no global poco prima
> della sua apertura.
> Nessun imbarazzo, però, nonostante la decisione del
> giudice, per il segretario dei bertinottiani, ieri
> unico imputato presente davanti alla Procura di
> Bologna, che alla domanda se lo rifarebbe, risponde
> senza esitazioni: «Assolutamente sì». Perché? «Le
> ragioni per cui l’azione di allora venne fatta sono
> ancora totalmente valide - spiega Loreti,
> nonostante oggi al governo ci sia l’Unione e lo
> stesso Prc -. I Centri continuano a essere
> strutture inumane e continueremo a portare avanti
> la nostra battaglia contro i Cpt e contro la
> Bossi-Fini che li ha creati». Poi conclude: «Credo
> che a volte le questioni etiche debbano superare
> quelle guidiziarie». C’è da chiedersi come
> Cofferati, il sindaco della legalità, prenderà la
> notizia che il segretario di uno dei partiti che
> sostengono la sua maggioranza, pur tra alti e
> bassi, dovrà presentarsi davanti a un giudice il
> prossimo 20 giugno. E proprio come ha detto Loreti,
> continuerà l’azione di lotta contro i Cpt di
> Rifondazione comunista, che domani parteciperà
> anche al presidio indetto in città contro il sì del
> presidente del Consiglio al raddoppio della base
> Usa di Vicenza: il 3 marzo è stata indetta a
> Bologna una manifestazione nazionale contro i
> centri per clandestini organizzata dal movimento no
> global e dai disobbedienti, che accusano il governo
> Prodi di non avere ancora fatto nulla contro quelli
> che loro chiamano «i lager». Minacciose, a questo
> proposito, le dichiarazioni di Luca Casarini,
> anch’egli rinviato a giudizio ieri: «Noi
> trasformeremo questo processo di Bologna in un
> processo al governo di centrosinistra che mantiene
> ancora questi centri».
>
>
> RENATO CURCIO:
> Curcio è, per un quadriennio, assieme a Margherita
> Cagol ed ad Alberto Franceschini, nel direttorio
> delle BR.
>
> Tra le azioni rivendicate dalle BR in quel periodo,
> l'omicidio di Graziano Giralucci e Giuseppe
> Mazzola, militanti missini il 17 giugno 1974,
> uccisi nella sede del M.S.I. in via Zabarella a
> Padova. Curcio, condannato per concorso morale di
> quegli omicidi, scrisse il volantino di
> rivendicazione insieme agli altri dirigenti delle
> BR non senza titubanza, specificando come l'evento
> non fosse stato pianificato dall'organizzazione.
>
> Silvano Girotto, un infiltrato che fu tra gli
> artefici del primo arresto di Curcio, interrogato
> il 26 settembre 1974 da Giancarlo Caselli riferisce
> alcune parole di Curcio relative alla pratica di
> lotta armata, dove specificava che "bisognava anche
> sapere che, se necessario, le Br uccidevano".
>
> Quasi vent'anni dopo il fatto invece (nel 1993), il
> duplice omicidio viene ricordato da Curcio nella
> sua autobiografia/intervista con Mario Scialoja
> come un "incidente di percorso, un episodio non
> voluto". Curcio parla apertamente di "disastro
> politico" e di "errore grave", in quanto l'azione
> dei militanti padovani compromise notevolmente
> l'immagine delle BR costruita nei precedenti anni
> di attività. Curcio spiega che l'eventualità che
> l'organizzazione commettesse degli omicidi e ne
> subisse era un principio accettato nella logica
> della pratica rivoluzionaria, ma spiega che
> "uccidere consapevolmente in quel periodo lo
> escludevo: ritenevo che per il nostro tipo di
> organizzazione sarebbe stato un passo
> controproducente e negativo".
>
> Viene arrestato l'8 settembre 1974 insieme a
> Franceschini a Pinerolo. Come conseguenza di
> un'azione diretta e guidata da Mara, Curcio evade
> dal carcere nel febbraio 1975 e rientra nelle
> Brigate Rosse, dove però ormai le sue posizioni
> sono marginali.
>
> Sua moglie Margherita Cagol, detta "Mara", viene
> uccisa in un conflitto a fuoco con i carabinieri
> nel giugno del 1975, in cui rimane ucciso anche
> l'appuntato Giovanni D'Alfonso e ferito gravemente
> il tenente Umberto Rocca, durante la liberazione
> dell'industriale Gancia, sequestrato a scopo di
> autofinanziamento del gruppo. Il 18 gennaio 1976
> Curcio viene riarrestato insieme a Nadia Mantovani
> in un appartamento a Via Maderno, a Milano.
>
> Con la morte di Margherita Cagol e con la
> carcerazione di Curcio e di Franceschini, la
> direzione del movimento passa in mano ad esponenti
> della cosiddetta "ala militarista" con a capo Mario
> Moretti. Nel giugno del 1976 vengono ucciso il
> Procuratore Generale Francesco Coco e la sua
> scorta: si tratta del primo omicidio premeditato
> delle Brigate Rosse anche se le prime due vittime
> delle Br erano state Graziano Giralucci e Giuseppe
> Mazzola.
>
> Il 10 maggio 1978, il giorno dopo l'omicidio
> seguito al rapimento dell'onorevole Aldo Moro, alla
> caserma Lamarmora a Torino, dove si celebra il
> processo ad alcuni dei capi storici delle BR,
> Renato Curcio prende la parola e attraverso un
> comunicato, condiviso con altri imputati, celebra
> così la morte del segretario della D.C. "... Ecco
> perché noi sosteniamo che l'atto di giustizia
> rivoluzionaria esercitato dalle Brigate Rosse nei
> confronti del criminale politico Aldo Moro, (...),
> è il più alto atto di umanità possibile per i
> proletari comunisti e rivoluzionari, in questa
> società divisa in classi." .
>
> Curcio viene espulso dall'aula così come il
> coimputato Alberto Franceschini che cerca, subito
> dopo di lui, di ripetere le parole del comunicato,
> presto interrotto dall'intervento della forza
> pubblica.
>
> Curcio viene condannato come mandante dell’omicidio
> di Giuseppe Mazzola e Graziano Giralucci, venendo
> riconosciuto come autore del proclama delle BR
> rivendicante gli omicidi.
>
> Curcio non si è mai dissociato né pentito. Ha
> rivendicato tutte le azioni brigatiste fino alla
> metà degli anni '80.
>
> Nel 1987 con una lettera aperta, firmata insieme a
> Mario Moretti ed altri, dichiara chiusa
> l’esperienza della lotta armata, rilevandone
> l’inattualità.
>
> D'ALEMA:
>
> finanziamento illecito per concorso esterno in
> associazione mafiosa,scandalo banca bnl(dal blog di
> beppe grillo)
>
>
era ora...era un po' che aspettavo qst momento...uno che vota la lega+forza italia e da dei coglioni a qll di sinistra evidentemente un po' lo è anche lui!!! cioè..va bene forza italia..ma la lega...è la rovina e la vergogna dell'italia intera..anche del nord..bossi, ma vi rendete conto che qll vi prende x il culo più degli altri..parla male di roma ma lo stipendio lo prendeva da la..parla male dell'ue e dell' euro..ma lo stipendio ora lo prende da la..parla un gran bene di milano e di tt il nord..x operarsi nn credo sia andato in un ospedale milanese ma piuttosto in uno svizzero...allora vuol dire che anche il nord ha i suoi limiti nn credete?
ciao ciao..
ps: cm farò adesso a farmi 4risate se nn posso più leggere i vostri commenti? peccato!!!
5... vi siete dati da fare per trovare ben 5 (c-i-n-q-u-e) esponenti della sinistra processati e condannati... per completezza aggiungo all'elenco (..."elenco"...) un po' di esponenti della destra... sai, perché non vorrei essere imparziale, almeno così la gente si fa una giusta opinione su tutti e soprattutto su chi è meglio fra destra e sinistra...
Tutti i processi di Berlusconi
Bugie sulla loggia P2 (falsa testimonianza)
La Corte d'appello di Venezia, nel 1990, dichiara Berlusconi colpevole di aver giurato il falso davanti al Tribunale di Verona a proposito della sua iscrizione alla P2, ma il reato è coperto dall'amnistia del 1989. Interrogato sotto giuramento Berlusconi aveva detto: "Non ricordo la data esatta della mia iscrizione alla P2, ricordo comunque che è di poco anteriore allo scandalo . Non ho mai pagato una quota di iscrizione, né mai mi è stata richiesta". Berlusconi però si era iscritto alla P2 nel 1978 (lo scandalo è del 1981) e aveva pagato la sua quota. Così i giudici della Corte d'appello di Venezia scrivono: "Ritiene il Collegio che le dichiarazioni dell'imputato non rispondano a verità , smentite dalle risultanze della commissione Anselmi e dalle stesse dichiarazioni rese del prevenuto avanti al giudice istruttore di Milano, e mai contestate . Ne consegue quindi che il Berlusconi ha dichiarato il falso", rilasciato "dichiarazioni menzognere" e "compiutamente realizzato gli estremi obiettivi e subiettivi del delitto di falsa testimonianza". Ma "il reato va dichiarato estinto per intervenuta amnistia".
Tangenti alla Guardia di Finanza (corruzione)
I grado: condanna a 2 anni e 9 mesi per tutte e quattro le tangenti contestate (niente attenuanti generiche). Appello: prescrizione per tre tangenti (grazie alle attenuanti generiche), assoluzione con formula dubitativa (comma II art.530 c.p.p) per la quarta. Nelle motivazioni si legge: "Il giudizio di colpevolezza dell'imputato poggia su molteplici elementi indiziari, certi, univoci, precisi e concordanti, per ciò dotati di rilevante forza persuasiva, tali da assumere valenza probatoria". Cassazione: assoluzione. La motivazione contiene due riferimenti alla classica insufficienza di prove. La Cassazione non può entrare dichiaratamente nel merito, né dunque annullare la sentenza precedente con formula dubitativa: deve emettere un verdetto secco (conferma oppure annulla). Ma nella motivazione i giudici della VI sezione penale rimandano esplicitamente all'"articolo 530 cpv": dove "cpv" significa "capoverso", cioè comma 2 ("prova contraddittoria o insufficiente"). A 12 righe dalla fine, a scanso di equivoci, i supremi giudici hanno voluto essere ancora più chiari. Si legge infatti: "Tenuto conto di quanto già osservato sulla insufficienza probatoria, nei confronti di Berlusconi, del materiale indiziario utilizzato dalla Corte d'appello...".
All Iberian 1 (finanziamento illecito ai partiti)
I grado: condanna a 2 anni e 4 mesi per i 21 miliardi versati estero su estero, tramite il conto All Iberian, a Bettino Craxi. Appello: il reato cade in prescrizione, ma c'è: "per nessuno degli imputati emerge dagli atti l'evidenza dell'innocenza". Cassazione: prescrizione confermata, con condanna al pagamento delle 11 spese processuali. Nella sentenza definitiva tra l'altro si legge: "Le operazioni societarie e finanziarie prodromiche ai finanziamenti estero su estero dal conto intestato alla All Iberian al conto di transito Northern Holding furono realizzate in Italia dai vertici del gruppo Fininvest spa, con il rilevante concorso di Berlusconi quale proprietario e presidente. Non emerge negli atti processuali l'estraneità dell'imputato".
All Iberian 2 (falso in bilancio)
Processo sospeso in attesa che sulla legittimità delle nuove norme in materia di reati societari approvate dal governo Berlusconi si pronuncino l'Alta Corte di giustizia europea e la Corte costituzionale italiana. Se le eccezioni sollevate da vari tribunali verranno respinte, il reato sarà dichiarato prescritto.
Medusa Cinema (falso in bilancio)
I grado: condanna a 1 anno e 4 mesi (10 miliardi di fondi neri che, grazie alla compravendita, vengono accantonati su una serie di libretti al portatore di Silvio Berlusconi). Appello: assoluzione con formula dubitativa (comma 2 art. 530). Berlusconi, secondo il collegio è così ricco che potrebbe anche non essersi reso conto di come, nel corso della compravendita, il suo collaboratore Carlo Bernasconi (condannato) gli abbia versato 10 miliardi di lire in nero. Scrivono i giudici: "La molteplicità dei libretti riconducibili alla famiglia Berlusconi e le notorie rilevanti dimensioni del patrimonio di Berlusconi postulano l'impossibilità di conoscenza sia dell'incremento sia soprattutto dell'origine dello stesso". Cassazione: sentenza d'appello confermata.
Terreni di Macherio (appropriazione indebita, frode fiscale, falso in bilancio)
I grado: assoluzione dall'appropriazione indebita e dalla frode fiscale (per 4.4 miliardi di lire pagati in nero all'ex proprietario dei terreni che circondano la villa di Macherio, dove vivono la moglie Veronica e i tre figli di secondo letto), prescrizione per i falsi in bilancio di due società ai quali "indubbiamente ha concorso Berlusconi". Appello: confermata l'assoluzione dalle prime due accuse. Assoluzione anche dal primo dei due falsi in bilancio, mentre il secondo rimane ma è coperto da amnistia. Cassazione: in corso.
Caso Lentini (falso in bilancio)
I grado: il reato (10 miliardi versati in nero al Torino Calcio in occasione dell'acquisto del giocatore Luigi Lentini) è stato dichiarato prescritto grazie alla nuova legge sul falso in bilancio. Appello: in corso.
Consolidato gruppo Fininvest (falso in bilancio)
Il gip Fabio Paparella ha dichiarato prescritti, sulla base della nuova legge sul falso in bilancio, i 1500 miliardi di lire di presunti fondi neri accantonati 12 dal gruppo Berlusconi su 64 off-shore della galassia All Iberian (comparto B della Fininvest). Il pm Francesco Greco ha presentato ricorso in Cassazione perché la mancata fissazione dell'udienza preliminare gli ha impedito di sollevare un'eccezione d'incostituzionalità e di incompatibilità con le direttive comunitarie delle nuove norme sui reati societari e con il trattato dell'Ocse.
Lodo Mondadori (corruzione giudiziaria)
Grazie alla concessione delle attenuanti generiche il reato - che in primo grado ha portato alla condanna di Cesare Previti - è stato dichiarato prescritto dalla Corte d'Appello di Milano e dalla Corte di Cassazione. Nelle motivazioni della Cassazione, tra l'altro, si legge: "il rilievo dato alle attuali condizioni di vita sociale ed individuale del soggetto , valutato dalla Corte come decisivo, non appare per nulla incongruo.".
Sme-Ariosto (corruzione giudiziaria)
A causa dei continui "impedimenti istituzionali" sollevati da Berlusconi e dei conseguenti rinvii delle udienze, la posizione del premier è stata stralciata dal processo principale. Ed è stato creato un processo parallelo, che però Berlusconi ha sospeso fino al termine del suo incarico (o sine die, in caso di rielezione o di nomina ad altra carica istituzionale) facendo approvare a tempo di record il Lodo Maccanico, proprio alla vigilia della requisitoria, delle arringhe e della sentenza, e a 40 mesi dall'inizio del dibattimento.
Sme-Ariosto (falso in bilancio)
In seguito all'entrata in vigore delle nuove norme sul diritto societario, questo capo d'imputazione contestato a Berlusconi per il denaro versato - secondo l'accusa- ad alcuni giudici, è stato stralciato. Il processo è fermo in attesa che l'Alta Corte di giustizia europea si pronunci sulla conformità tra le nuove regole e le normative comunitarie. Ma, anche in caso di risposta positiva per i giudici, resterà bloccato per il Lodo Maccanico. Come tutti gli altri procedimenti ancora in corso a carico di Silvio Berlusconi.
Diritti televisivi (falso in bilancio -?- e frode fiscale)
Indagini preliminari in corso alla Procura di Milano (pm Alfredo Robledo e Fabio De Pasquale), a carico di numerosi manager del gruppo, più il presidente di Mediaset Fedele Confalonieri e il titolare Silvio Berlusconi, il quale - secondo l'ipotesi accusatoria - avrebbe continuato anche dopo l'ingresso in politica nel '94 ad esercitare di fatto il ruolo di dominus dell'azienda. Oggetto dell'indagine: una serie di operazioni finanziarie di acquisto di diritti cinematografici e televisivi da majors americane, con vorticosi passaggi fra una società estera e l'altra del gruppo Berlusconi, con il risultato di far lievitare artificiosamente il prezzo dei beni compravenduti e beneficiare di sconti fiscali previsti dalla legge Tremonti, approvata dal primo governo dello stesso Berlusconi per detassare gli utili reinvestiti dalle imprese. Un presunto falso in bilancio che i magistrati valutano in circa 180 milioni di euro nel 1994.
Telecinco (violazione delle leggi antitrust e frode fiscale in Spagna)
Il giudice anticorruzione di Madrid Baltasàr Garzòn Real, dopo aver chiesto nel 2001 al governo italiano di processare Berlusconi o, in alternativa, di privarlo dell'immunità in modo di poterlo giudicare in Spagna, non ha ancora ricevuto risposta. Per questo il procuratore anticorruzione Carlo Castresana, nel maggio 2002, ha pregato Garzòn di rivolgersi di nuovo alle autorità italiane. Berlusconi in Spagna è accusato - insieme a Marcello Dell'Utri e ad altri dirigenti del gruppo Fininvest - di aver posseduto, grazie a una serie di prestanomi e di operazioni finanziarie illecite, il controllo pressoché totalitario dell'emittente Telecinco eccedenti rispetto ai limiti dell'antitrust spagnola, negli anni in cui il tetto massimo era del 25 per cento delle quote azionarie.
Mafia (concorso esterno in associazione mafiosa e riciclaggio di denaro sporco)
Indagini archiviate a Palermo su richiesta della Procura per scadenza dei termini massimi concessi per indagare.
Bombe del 1992 e del 1993 (concorso in strage)
Le inchieste delle Procure di Firenze e Caltanissetta sui presunti "mandanti a volto coperto" delle stragi del 1992 (Falcone e Borsellino) e del 1993 (Milano, Firenze e Roma) sono state archiviate per scadenza dei termini d'indagine. A Firenze, il 14 novembre 1998, il gip Giuseppe Soresina ha però rilevato come Berlusconi e Dell'Utri abbiano "intrattenuto rapporti non meramente episodici con i soggetti criminali cui è riferibile il programma stragista realizzato". Cioè con il clan corleonese che da vent'anni guida Cosa Nostra, con centinaia di omicidi e una mezza dozzina di stragi. Aggiunge il giudice fiorentino che esiste "una obiettiva convergenza degli interessi politici di Cosa Nostra rispetto ad alcune qualificate linee programmatiche della nuova formazione : articolo 41 bis, legislazione sui collaboratori di giustizia, recupero del garantismo processuale asseritamente trascurato dalla legislazione dei primi anni 90". Poi aggiunge che, nel corso delle indagini, addirittura "l'ipotesi iniziale ha mantenuto e semmai incrementato la sua plausibilità". Ma purtroppo è scaduto "il termine massimo delle indagini preliminari" prima di poter raccogliere ulteriori elementi. Il gip di Caltanissetta Giovanni Battista Tona ha scritto: "Gli atti del fascicolo hanno ampiamente dimostrato la sussistenza di varie possibilità di contatto tra uomini appartenenti a Cosa Nostra ed esponenti e gruppi societari controllati in vario modo dagli odierni indagati . Ciò di per sé legittima l'ipotesi che, in considera- zione del prestigio di Berlusconi e Dell'Utri, essi possano essere stati individuati dagli uomini dell'organizzazione quali eventuali nuovi interlocutori". Ma "la friabilità del quadro indiziario impone l'archiviazione". C'è, infine, la sentenza della Corte di Assise di Appello di Caltanissetta, che il 23 giugno 2001 ha condannato 37 boss mafiosi per la strage di Capaci: nel 14 capitolo intitolato esplicitamente "I contatti tra Salvatore Riina e gli on. Dell'Utri e Berlusconi", si legge che è provato che la mafia intrecciò con i due "un rapporto fruttuoso quanto meno sotto il profilo economico". Talmente fruttuoso che poi, nel 1992, "il progetto politico di Cosa Nostra sul versante istituzionale mirava a realizzare nuovi equilibri e nuove alleanze con nuovi referenti della politica e dell'economia". Cioè a "indurre nella trattativa lo Stato ovvero a consentire un ricambio politico che, attraverso nuovi rapporti, assicurasse come nel passato le complicità di cui Cosa Nostra aveva beneficiato".
- - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - -
L'invincibile Armata
Antonio D’Alì
Neosottosegretario all’Interno, è un personaggio di tutto rispetto. Senatore di Forza Italia eletto a Trapani da tre legislature, in quella scorsa era addirittura vicepresidente della commissione Finanze, e per un po’ è stato pure responsabile economico di Forza Italia. Famiglia ricca e potente, proprietaria di saline, tenute agricole e sopratutto della Banca Sicula. Lo zio, Antonio il Vecchio, amministratore delegato dell’istituto deve lasciare la carica nel 1983: il suo nome risulta nelle liste della loggia P2 (sì, nel 1983 non si sarebbe potuto da piduisti diventare Presidente del Consiglio) Gli subentra il nipote e omonimo, Antonio jr.
Qualche anno dopo, il commissario di polizia Calogero Germanà ipotizza che l’Istituto, come la banca Rasini, venga usato per il riciclaggio del denaro sporco di Cosa Nostra: non a caso -sostiene il funzionario- il collegio dei sindaci è presieduto da Giuseppe Provenzano, presidente della regione e sopratutto ex commercialista dell’omonima famiglia Provenzano, quella del vecchio boss di Cosa Nostra.
I sospetti scompaiono nel 1991 insieme alla banca Sicula, inglobata dalla Comit, nel cui consiglio di amministrazione va così a sedere Giacomo d’Alì, figlio di Antonio il Vecchio e cugino del senatore. Ma la famiglia d’Alì è celebre a Trapani anche per aver dato per anni lavoro e stipendio a vari rampolli delle famiglie mafiose dei Minore e dei Messina Denaro.
Francesco Messina Denaro, storico boss di Trapani, è stato per decenni il “fattore” dei d’Alì. Poi cedette il testimone -di capomafia e di fattore- al figlio Matteo, che oggi, a 39 anni, è il nuovo numero uno di Cosa Nostra, latitante, condannato per le stragi del 1992-93.
Sembra di leggere la storia del mafioso Vittorio Mangano, “fattore” di villa Berlusconi dal 1973 al 1975. Alla Commissione parlamentare Antimafia sono conservati i documenti che testimoniano il pagamento di 4 milioni nel 1991 dai d’Alì all’INPS come indennità di disoccupazione di Matteo Messina Denaro, di professione “agricoltore”.Nelle carte dei giudici poi, le prove di una strana compravendita: quella di una vasta tenuta in contrada Zangara (Castelvetrano) passata dai d’Alì ai Messina Denaro, i quali però non hanno sborsato una lira. Un gentile omaggio oppure un’estorsione? E nel secondo caso perché nessuno l’ha mai denunciata? Oggi comunque quei terreni sono sotto sequestro perché il vero proprietario è Totò Riina, che usava Messina Denaro come testa di legno per nascondere i suoi beni.Che fine han fatto i protagonisti della nostra storia?
Giuseppe Provenzano è stato appena eletto deputato di Forza Italia. Il Commissario Germanà è stato trasferito altrove e ha pure subito un attentato da Luca Bagarella in persona. E Antonio d’Alì, come sottosegretario all’Interno, è ufficialmente un suo superiore; potrebbe anche diventare presidente delal commissione sui pentiti, carica che spetta tradizionalmente a un sottosegretario del Viminale; in alternativa c’è pronto l’avv. Taormina che avendo difeso fra gli altri Claudio Vitalone (omicidio Pecorelli, culo e camicia con la banda della Magliana e braccio destro di Andreotti) e il tenente Carmelo Canale, dei pentiti deve avere certamente un’ottima opinione e soprattutto molto serena.
Umberto Bossi
Leader della Lega Nord e neoministro delle Riforme Costituzionali e della Devoluzione è stato condannato in via definitiva dalla Cassazione a 8 mesi di galera per violazione sulla legge sul finanziamento pubblico ai partiti (i famosi 200 milioni che gli versò Carlo Sama nell’ambito della maxitangente Enimont).
Altri 8 mesi definitivi glieli ha inflitti la Cassazione per istigazione a delinquere: un giorno il Senatür invitò i suoi “ad andare a prendere i fascisti casa per casa”. I fascisti, per la cronaca, erano i suoi ex e odierni alleati di AN.
Non solo nell’aprile del 2001 il Tribunale di Cantù gli ha inflitto 1 anno e 4 mesi di galera per vilipendio della bandiera (il nostro patriota aveva rivelato “io il Tricolore lo uso per pulirmi il culo” e poi per avere la poltrona lo ha baciato giurandoci sopra).
E quello di Milano gli ha appioppato altri 7 mesi per resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale nei tafferugli seguiti alla perquisizione della sede leghista in via Bellerio a Milano da parte dela polizia inviata dal giudice Guido Papalia, procuratore capo di Verona.
Qui Bossi è indagato per attentato contro l’integrità dello Stato e alla Costituzione, a proposito delle “camicie verdi” reclutate dalla Lega. Finora la Camera l’ha salvato dal rinvio a giudizio, dichiarandolo “insindacabile”, ma Papalia ha sollevato il conflitto di attribuzione contro Montecitorio dinanzi alla Consulta, che ora dovrà decidere se autorizzare o meno il processo, congelato in udienza preliminare.
Sommatoria della galera che dovrebbe scontare Bossi Umberto: 8 mesi + 8 mesi + 1 anno e 4 mesi + 7 mesi = 3 anni e 3 mesi di gattabuia!
Aldo Brancher
Neodeputato forzista eletto in Veneto è il degno sottogretario unico alle Riforme e alla Devoluzione: un ministero, due condannati (l’altro è il ministro Bossi).
Ex sacerdote “paolino”, ex pubblicitario per il settimanale Famiglia Cristiana e poi per Publitalia, da 20 anni è il braccio destro di fedele Confalonieri alla Fininvest Comunicazioni. È il primo manager del Biscione a finire in galera nell’inchiesta Mani Pulite, il 18 giugno 1993, per corruzione: accusato di avere allungato una mazzetta di 300 milioni al ministro della Sanità Francesco De Lorenzo (figlio di quel Ferruccio corrotto da Berlusconi per sbolognare all’ENPAM l’invenduto di Milano Due) per la pubblicità anti-AIDS sulle TV berlusconiane, in cella non apre bocca e si guadagna l’eterna gratitudine del Cavaliere e dei suoi cari. Condannato in Appello a 2 anni e 8 mesi per falso in bilancio e violazione della legge sul finanziamento dei partiti, diventa nel 1999 responsabile di Forza Italia nel nord Italia.È lui l’artefice del riaggancio di Bossi. Ora i due lavoreranno insieme per riformare le vecchie istituzioni italiane portandovi una ventata di pulizia e di novità…
Vittorio Sgarbi
Eletto deputato per Forza Italia nel Friuli col ripescaggio proporzionale è il nuovo sottosegretaio ai Beni Culturali. Già presidente della Commissione Cultura della Camera, nel 1996 è stato condannato in via definitiva dalla Cassazione a sei mesi e 10 giorni di reclusione e 700mila lire di multa per truffa aggravata e continuata ai danni dello Stato: precisamente ai danni della Sovrintendenza ai Beni Artistici e Storici del Veneto, dove fu impegato per 3 anni ma lavorò soltanto 3 giorni, allegando per il resto certificati di false malattie mai sofferte (tra cui il cimurro, da quel cane che è… e i dottori che scrivevano le false ricette? Nel suo piccolo è un bel falsario anche lo Sgarbi, vi pare?)Il cumulo di questa pena con quelle per le continue diffamazioni (preferibilmente ai danni di magistrati, da buon deliquente li odia tutti…), alcune delle quali senza più la sospensione condizionale lo rende un soggetto a rischio: senza l’immunità parlamentare finirebbe ipso facto in galera.
Ma la condanna per truffa alla Sovrintendenza avrebbe dovuto sconsigliare la sua nomina proprio ai Beni Culturali, che è un po’ come mettere la volpe a guardia del pollaio… (ma essendo un governo di pregiudicati forse è normale)
Roberto Maroni detto Bobo
Leghista, già ministro dell’Interno nel Berlusconi I, già capo del “governo della Padania”, ora Ministro del Lavoro, Salute e Politiche Sociali, è l’unico condannato -provvisorio, per giunta- che ha subito veti per una poltrona nel governo Berlusconi.
La condanna è quella per resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale che gli è costato il posto di ministro della Giustizia dove nel 1994 Berlusconi pensò di piazzare il nobile Cesare Previti.
Condanna in 1° grado a 8 mesi di reclusione per gli scontri con la Polizia inviata dal Procuratore Papalia a perquisire la sede della Lega a Milano: Maroni, prima di finire in ospedale con il naso rotto, avrebbe tentato di mordere la caviglia di un agente…Il processo di appello, probabilmente, non si celebrerà mai: dopo la prima sentenza la Camera ha dichiarato insindacabili Maroni, Bossi e gli altri deputati leghisti condannati.
In più, sempre a braccetto col Senatùr, Bobo è indagato a Verona come ex-capo delle “camicie verdi” e “la guardia nazionale padana” per attentato all’integrità dello Stato e alla Costituzione, nonché per associazione antinazionale e paramilitare.
Infine, la procura di Roma ha chiesto il suo rinvio a giudizio per “favoreggiamento a istigazione alla corruzione” nella presunta compravendita di voti che movimentò la nascita del governo D’Alema: secondo l’accusa, l’ex-leghista Luca Bagliani, passato all’UDEUR, avrebbe “offerto denaro e altre utilità economiche” a 4 colleghi leghisti per convincerli a lasciare la Lega, passare all’UDEUR e votare pro-D’Alema. Maroni avrebbe aiutato Bagliani “a eludere le investigazioni degli inquirenti”, tenendosi nel cassetto una registrazione che provava il mercato dei voti. Udienza preliminare il 6 luglio.
Girolamo Sirchia
Chirurgo di fama internazionale, assessore uscente ai Servizi Sociali nella Giunta milanese di Gabriele Albertini e attuale Minitro della Sanità sarebbe al centro di un’indagine del pubblico ministero Fabio Napoleone, nata da un esposto della consigliera comunale diessina Emilia De Biasi. L’inchiesta partita il 5 aprile di quest’anno con l’acquisizione di documenti negli uffici comunali di Via Larga, è chiamata “adotta un nonno” e riguarda la campagna di beneficenza “Buon Natale, anziani! 1999-2000”, lanciata proprio dall’allora assessore Sirchia per raccogliere fondi per l’assistenza agli anziani bisognosi. Secondo l’esposto -scrive il Corriere della sera- l’anno scorso per la raccolta dei fondi erano stati aperti due conti correnti: uno intestato alla Fondazione Fratelli di San Francesco e l’altro ad Andrea Mascarti, consigliere della fondazione (e consigliere comunale di F.I.). De Biasi ha segnalato inoltre che il denaro raccolto non è transitato sul Bilancio del comune.
Uno degli ultimi filoni dell’inchiesta ipotizza una gestione clientelare di quei fondi, che -secondo l’accusa- sarebbero stati erogati ad anziani “vicini” ai partiti della maggioranza.
Sirchia ha sempre smentito di essere formalmente indagato. Si vedrà.
Antonio Martino
Economista, deputato forzista eletto in Sicilia al proporzionale, già ministro degli Esteri nel Berlusconi I, ora “declassato” alla Difesa, straccia un altro tabù: mai, finora, un piduista aveva retto il ministero delle Forze Armate, nemmeno negli anni d’oro della loggia del Venerabile Licio Gelli. Il nome di Antonio Martino compariva nelle liste P2 scoperte a Castiglion Fibocchi nel 1981: fra coloro che avevano inoltrato a Gelli regolare domanda di iscrizione ma non c’era stato il tempo di perfezionarla (erano arrivati prima i giudici).
Martino ha sempre negato di aver presentato quella richiesta ma nelle carte del Venerabile fu ritrovata la sua domanda con tanto di firma e data: 6 luglio 1980; la Commissione Anselmi raccolse la testimonianza del “fratello” massone che l’aveva “presentato” alla pia confraternita dei ladroni e degli assassini: un certo Giuseppe Donato, strettissimo collaboratore di Gelli.
(il papà di Antonio si rivolta nella tomba…)
Giuseppe Pisanu detto Beppe
Deputato dal 1972, prima nella DC e poi in Forza Italia, già capogruppo forzista della Camera, candidato al ministero dell’Interno e poi dirottato all’ultimo momento sulla neonata poltrona della “Attuazione del programma di Governo” (sic!) è un altro che gli ambienti piduisti li ha conosciuti bene, tanto che, nella vita precedente, quando non era ancora anticomunista e portava la borsa a Benito Zaccagnini (Sinistra DC), fu travolto da uno scandalo per i suoi rapporti con il banchiere bancarottiere e piduista Roberto Calvi, presidente del banco Ambrosiano, con il Gran Maestro della massoneria Armando Corono e con il faccendiere Flavio Carboni, plurinquisito, pluriarrestato, legato a varie esponenti della banda della Magliana.
Sassarese, ex amico del cuore di Francesco Cossiga, già capo della segreteria Zaccagnini negli anni del compromesso storico DC-PCI, Pisanu diventa sottosegretario al tesoro e alla Difesa in vari governi. Ma ai tempi del Fanfani V (1983), saltano fuori le sue liasons dangereuses con alcuni imbarazzanti compagni di vacanze in barca: Flavio Carboni e Silvio Berlusconi!
Tutto comincia nell’estate el 1980, quando Berlusconi e Flavio brigano per regalare a Porto Rotondo una bella colata di cemento (progetto “Olbia 2”). Carboni ospita Pisanu e Berluskatz sulla sua Punto Rosso, una tinozza di 22 metri!
L’estate seguente, Beppe fa un’altra conquista: veleggia, sempre sulla barca di Carboni, al largo della Costa Smeralda, ma stavolta a bordo c’è pure il bancarottiere Calvi, fresco di condanna, in libertà provvisoria. Memorabile la testimonianza di Pisanu davanti al PM milanese Pier Luigi Dell’Osso che indaga sul crac Ambrosiano e lo interroga per sei ore l’11 settembre 1982 (mentre Carboni si trova in carcere da qualche giorno a Milano perché coinvolto nelle indagini sulla fuga e sulla morte di Calvi): Carboni -spiega Pisanu- era un interlocutore valido per le forze politiche richiamantisi alla ispirazione cattolica.
Insomma, il pio terzetto non discuteva di affari ma di teologia e mariologia…
Carboni, prosegue Pisanu, riuscendo a restare serio, mi disse che il Berlusconi aveva interesse a espandere Canale 5 in Sardegna, tal che lo stesso Carboni si stava interessando per rilevare a tal fine la più importante rete TV sarda, Videolina (quella fondata dal discusso finnziere Niki Grauso). Non solo: il Carboni mi disse di essere in affari col signor Berlusconi anche con riguardo a un grosso progetto edilizio di tipo turistico denominato ‘Olbia 2’. Fin dall’inizio ritenni di seguire gli sviluppi delle varie attività di Carboni, trattandosi di un sardo che intendeva operare in Sardegna.Il pio sodalizio Carboni-Pisanu si estende poi miracolosamente all’affaire Ambrosiano. Il sottosegretario al Tesoro portato dall’amico Flavio incontra Calvi per ben 4 volte, e subito dopo l’8 giugno 1982, risponde alla Camera alle allarmate interrogazioni delle opposizioni sul colossale buco dell’Ambrosiano, aggravato dai debiti miliardari del Banco Andino. Niente paura -rassicura Pisanu- è tutto sotto controllo! Nessun allarme: Le indagini esperite all’estero sull’Ambrosiano non hanno dato alcun esito.
La sera dopo, 9 giugno, Pisanu è di nuovo a cena con Carboni: pare che il tema della serata sia la nomina a nuovo procuratore Generale di Milano di un “amico”, il giudice Consoli, presente al convivio.L’indomani, 10 giugno, Calvi fugge dall’Italia per finire come sappiamo, impiccato sotto il ponte dei Frati Neri a Londra!Nove giorni dopo, il Governo dichiara insolvente l’Ambrosiano, mettendo sul lastrico migliaia di risparmiatori. Pochi mesi dopo sia l’Ambrosiano sia l’Andino fanno bancarotta.
Racconterà Angelo Rizzoli alla Commissione Parlamentare di inchiesta sulla P2: a proposito dell’Andino, Calvi disse a me e a Tassa Din che il discorso dell’on. Pisanu in Parlamento l’aveva fatto fare lui. Qualcuno mi ha detto che per quel discorso Pisanu aveva preso 800 milioni da Flavio Carboni. Accusa mai dimostrata, anche se il portaborse di Calvi, Emilio Pellicani, dirà all’Espresso che Calvi aveva stanziato (per “comprare” il proprio salvataggio) 100 miliardi, dei quali “poche decine di milioni” sarebbero finite anche nelle tasche di Pisanu, tramite Carboni; e aggiunge che Pisanu si interessò attivamente del progetto di cessione del Corriere della Sera da parte di Calvi, tentando di pilotare l’operazione “in favore dell’on. Piccoli”.
Cioè di garantire una sorta di controllo DC sul primo quotidiano d’Italia. Pisanu smentisce e querela Pellicani. Memorabili gli attacchi che gli sferrano in quel periodo i due membri più battaglieri della Commissione P2: il missino Mirko Tremaglia e il radicale Massimo Teodori.Tremaglia denuncia l’assalto partitocratico al Corriere della Sera tramite manovre che di volta in volta sono passate attraverso Andreotti, Bagnasco, Pisanu, Carboni o Rizzoli. E quanto all’Ambrosiano appena dichiarato insolvente, punta il dito sulle gravissime responsabilità degli organi di Governo, compreso il sottosegretario Pisanu, amico non per caso di Carboni, che aveva dichiarato alla Camera che nulla era emerso di irregolare nell’Ambrosiano. Senonché esattamente 9 giorni dopo il Tesoro dispose lo scioglimento degli organi amministrativi dell’Ambrosiano.E Teodori: alcuni fatti sono incontrovertibili: i rapporti strettissimi e continuativi tra Pisanu e Carboni; i rapporti di Pisanu con Calvi tramite Carboni, i rapporti di Pisanu con Calvi e Carboni per la sitemazione del Corriere della Sera; i rapporti di Pisanu con Calvi e Carboni quando, sottosegretario al Tesoro, il ministero prendeva importanti decisioni sull’Ambrosiano; il sottogretario rispose per due volte alla Camera sulla questione Ambrosiano. Poi, il 19.1.1983 aggiunge: il sottosegretario Pisanu deve dimettersi: se c’è ancora un minimo di moralità è inconcepibile che l’on. Pisanu resti al governo.Non mi dimetterò su richiesta di Teodori, schiuma Pisanu. Poi però cambia idea, o gliela fanno cambiare: 2 giorni dopo il 21 gennaio si dimette da sottosegretario, per consentire il chiarimento della mia posizione senza condizionamenti legati all’incarico di governo ricoperto… ma il suo caso continuerà ad arroventare la Commissione P2 nei mesi avvenire.In febbraio Teodori torna a denunciare l’arroganza socialista e democristiana che vuole affossare la commissione d’inchiesta e pretende una condizione di speciale intoccabilità per tutti i politici, da Pisanu a Piccoli ad Andreotti.
Pisanu viene ascoltato una seconda volta dalla Commisisone Anselmi, e lì -pur rivendicando l’assoluta correttezza e “trasparenza” dei suoi rapporti con Carboni e Calvi- ammette di avere un po’ sottovalutato la delicatezza di certe frequentazioni.
Dopo un breve purgatorio, Pisanu risalta in sella nel 1987: sottosegretario alla Difesa del nuovo governo Fanfani. Poi un altro po’ di oblio, e la resurrezione “azzurra” grazie all’inseparabile Silvio, sempre riconoscente con i vecchi compari: nel 1994 lo promuove “vicecapogruppo vicario” alla Camera, nel 1996 capogruppo al posto del povero Vittorio Dotti, colpevole di essere amico dell’Ariosto, e quindi colpevole di avere sbagliato fidanzata, e sopratutto non era amico né di Calvi né di Carboni.
Nel 2001 l’ultimo balzo: ministro nel Berlusconi II, un’occasione per rivedere tanti vecchi amici…Come il ministro per gli Italiani all’Estero Mirko Tremaglia, e il neodeputato di F.I, Massimo Teodori; come passa il tempo…(i due grandi accusatori oggi gli leccano il culo e dicono che sa di buono…)
Claudio Scajola
È il primo Ministro dell’Interno della storia d’Italia ad avere conosciuto le patrie galere: non per le solite visite umanitarie ma per esservi stato detenuto per 70 giorni.
Nato a Imperia 53 anni fa, ha la politica nel sangue, anzi, nell’albero genealogico. La sua famiglia superdemocristiana ha regalato a Imperia tre sindaci: il padre Ferdinando (costretto a dimettersi negli anni ’50 perché sospettato di aver favorito il cognato per un posto da primario), il fratello Alessandro ed infine lui, nel 1982.
L’anno seguente però è già in manette. Arrestato dai carabinieri il 12 dicembre 1983, per ordine dei giudici milanesi (PM Davigo, DiMaggio e Carnevali, giudici istruttori Arbasino e Riva Crugnola), che indagano sullo scandalo dei casinò: una storiaccia di clan mafiosi siciliani che ha messo le mani sulle case da gioco di Sanremo e Campione d’Italia, accordandosi con i politici locali. Scajola è accusato di essersi incontrato in Svizzera con il sindaco di Sanremo ed il conte Giorgio Borletti -che aspirava al controllo del casinò sanremese- e di avergli chiesto alcune decine di milioni (una cinquantina, pare, dell’epoca) a titolo di “rimborso spese” per l’impegno profuso dai politici liguri. L’accusa è di tentata concussione aggravata (anche se Scajola sostiene di aver fatto con Borletti solo discorso sulle sue “intenzioni politiche” nella gestione del casinò). Settanta giorni a San Vittore (ma senza ciapà i bott).
Ma alla fine, dopo una lunga e accidentata indagine, nel 1990 Scajola viene prosciolto. Non perché i fatti non siano realmente accaduti ma perché -spiega il fratello Alessandro- Claudio fece quel viaggio su incarico del partito.
L’accusa insomma non sarebbe riuscita a dimostrare che avesse chiesto quel denaro per sè o per il collega sanremese.
Dopo quella triste disavventura, Scajola si riprende prontamente, si fa rieleggere sindaco di Imperia dalla DC e nel 1995 si ricandida con una lista civica.
Di Forza Italia, alleata con A.N., non ha una grande opinione: sono solo dei fascistelli.L’anno seguente cambia idea e si candida coi fascistelli: carriera folgorante. Berlusconi lo promuove responsabile organizzativo e lui in pochi anni trasforma il partito di plastica in una macchina da guerra radicata nel territorio. Nel 2001 arriva il premio: ministro dell’Interno.
Giovanni Alemanno detto Gianni
Ministro delle Politiche Agricole, è il genero di Pino Rauti, avendone sposato la figlia. Fascista della seconda ora viene arrestato due volte per le sue intemperanze di segretario nazionale del Fronte della Gioventù. La prima il 20.11.1981 a Roma, con l’accusa di aver partecipato insieme ad altri 4 camerati all’aggressione di uno studente di 23 anni: un pestaggio con tanto di spranghe di ferro, costato al giovane il ricovero in ospedale per 10 giorni.
Il secondo arresto risale al 29.5.1989, a Nettuno: l’aitante Alemanno finisce in cella con altri 12 camerati per resistenza aggravata a pubblico ufficiale, manifestazione non autorizzata, tentato blocco di corteo ufficiale, lesione ai danni di due poliziotti. L’allegro squadrone era sceso in piazza per contestare l’allora presidente degli USA, George Bush senior, in visita al cimitero di guerra americano.
Una provocazione intollerabile per la giovane camicia nera, che organizza subito un contro-corteo riparatore.
Per rappresentare, recita il comunicato, un monito per chi troppo facilmente dimentica il nostro passato e offende la memoria di migliaia di caduti che si sono battuti per la dignità della Patria, mentre altri pensavano solo a guadagnarsi i favori dei vincitori!
Cioè un monito per chi, visitando un cimitero, offendeva la memoria dei caduti di Salò privilegiando quegli opportunisti dei partigiani, noti servi degli amerikani.
Di Gianni Alemanno si parla diffusamente nelle carte dell’inchiesta palermitana “Nuovi sistemi criminali” (di cui la Procura ha appena chiesto l’archiviazione) per via del suo ruolo in alcuni movimenti di estrema destra di stampo “sudista”, in parallelo con il boom della Lega Nord.
Il 13.6.1991 Bossi partecipa a una manifestazione della Lega Sud Sicilia, e viene aspramente contestato dal Fronte della Gioventù guidato da Alemanno.
Due anni dopo i due “fronti” fanno la pace… l’occasione -come segnala il Sisde al ministero dell’Interno- è data da una manifestazione dell’ala rautiana del Fronte della Gioventù, organizzata da Alemanno il 15.9.1993 ai Giardini di Castel Sant’Angelo.
È la festa delle Comunità Nazionalpopolari, che si propone di gettare le basi per un fronte unico nazionalpopolare che convogli la protesta del Sud. Partecipa fra gli altri, con uno suo stand, la Lega Nazionalpopolare di cui è fondatore e segretario l’estremista nero Stefano Delle Chiaie. Nel suo padiglione vengono avvistati Adriano Tilgher e il prof. Paolo Signorelli, ideologi dell’estremismo nero passati di lì per una breve visita.
La Lega Nord è presente con gli onorevoli Irene Pivetti, Mario Borghezio e Oreste Rossi. Un passo in avanti -secondo i Servizi- verso un accordo tra lega Nazionalpopolare e Lega Nord.
Una prospettiva che però nel MSI vede favorevole solo Rauti, e infatti si parla di una sua possibile scissione.
Secondo gli investigatori sarebbe collegato a questo gruppo anche Angelo Manna, ex-missino e fondatore del Fronte del Sud, uno dei tanti movimenti separatisti siciliani nati nei primi anni Novanta e poi confluiti nella Lega Nazionalpopolare di Delle Chiaie.
Enrico La Loggia
Ex assessore DC a Palermo (giunta Orlando), poi senatore forzista, ora ministro degli Affari regionali, guai giudiziari non ne ha mai avuti, ma certe intercettazioni telefoniche “siciliane” che lo riguardano sono tutt’altro che rassicuranti.
Sarà perché sua padre Giuseppe, agrigentino, capo di una dinastia di avvocati DC, due volte presidente della Regione Sicilia e diverse volte deputato, morto nel 1994, era il cognato dell’ex-ministro DC Attilio Ruffini, più volte citato nelle inchieste di mafia. O sarà per una certa sfortuna nelle amicizie.Come quella che lo lega a Nino Mandalà, imprenditore di Villa Abate, membro del coordinamento provinciale di FI, arrestato nel 1999 per associazione mafiosa nell’inchiesta che riguarda pure il deputato forzista Gaspare Giudice (per il quale la Camera, 2 anni fa, negò l’autorizzazione all’arresto al GIP di Palermo).Mandalà a Villa Abate è una potenza, economica e politica; e, secondo gli inquirenti, gli capita spesso di chiacchierare a ruota libera con gli uomini più vicini a Bernardo Provenzano.Il 4.5.98, intercettato, Mandalà parla con Simone Castello, uno dei colonnelli del boss dei boss. E gli racconta il suo ultimo burrascoso incontro con Enrico La Loggia.Dice di averlo insultato e minacciato perché quello, dopo l’arresto di suo figlio Nicola (coinvolto nelle indagini su alcuni omicidi) aveva preso ad evitarlo, a fingere di non conoscerlo.Lui invece si aspettava almeno un cenno di solidarietà in nome dell’antica amicizia, un rapporto che risale alla notte dei tempi, quando eravamo tutti e due piccoli.
Non solo: Mandalà e il padre di La Loggia erano stati “soci in affari” in una società di brokeraggio assicurativo (la Broker Sicula), con La Loggia presidente e Mandalà amministratore delegato.Senza contare che 3 anni prima La Loggia, è sempre Mandalà che parla, gli aveva chiesto di procurare al responsabile legislativo di FI, on. Renato Schifani (eletto a Corleone) una consulenza a 54 milioni l’anno al comune di Villa Abate.I due si rivedono in un congresso di FI, sette otto mesi dopo la liberazione di mio figlio riprende la telefonata intercettata col boss mafioso, e La Loggia sarebbe andato incontro a Mandalà, ma questi l’avrebbe zittito e cacciato in malo modo: Senti, devi farmi una cortesia, pezzo di merda che sei, non ti devi permettere di rivolgermi la parola. E La Loggia (sempre secondo la telefonata di Mandalà): Ma Nino, è mai possibile che mi tratti così? I nostri rapporti…Ma quali rapporti!
A quel punto La Loggia, allarmatissimo avrebbe invitato Mandalà a proseguire l’incontro in privato, nel suo studio palermitano in via Duca della Verdura.
Un incontro di un’ora nel quale Mandalà minaccia di scoprire alcuni altarini del senatore e della sua famiglia:Alla fine gli dissi: senti tu a me non mi devi cercare più! Devi dimenticare che esisto… Siccome io sono mafioso, come tuo padre, purtroppo, perché io con lui me ne andavo a cercargli i voti da Turiddu Malta, il capomafia di Vallelunga… io posso sempre dire che tuo padre era mafioso.
A quel punto LaLoggia si è messo a piangere. “Mi rovini… mi rovini…” piangeva ma non perché era mortificato, ma per la paura.
Castello a quel racconto sbotta: No, ma quant’è cretino.
E Mandalà: Vedi quant’è cornuto, minchia, ha pensato veramente che io lo andavo a rovinare… Io volevo solo spaventarlo, impaurirlo, per fargli male.La Loggia nega quel vertice a quattr’occhi. con minacce e lacrime, ammette solo di avere incontrato Mandalà a un congresso di FI e di avere brevemente parlato con lui dell’arresto di suo figlio.
In ogni caso Carabinieri osservano nei loro rapporti che Mandalà è una figura centrale in Forza Italia siciliana: parla al telefono con vari esponenti del partito del piduista Berlusconi con parole e toni che lasciano chiaramente intendere una sua non giustificata -o forse sì?- autorità nei confronti degli stessi (da verbale)Altre telefonate imbarazzanti sono quelle di un quasi omonimo di Mandalà, il ragionier Pino Mandalari, gran maestro massone che, secondo gli inquirenti era il commercialista di fiducia di Salvatore Riina, nonché presidente della Ri.Sa., la Riina Salvatore srl.
Telefonate intercettate alla vigilia delle elezioni del 27 marzo del 1994: il 17.3.1994 il Mandalari telefona al numero privato di Enrico La Loggia cheidendo di “Enrico”, però assente, pregando di essere richiamato.
Il 19.3.1994 dà indicazioni di voto a un mafioso: Tutti per Forza Italia nella terza scheda… Bisogna vedere il candidato nel collegio… La Loggia è il nostro… rapporti ottimi, ci siamo incontrati qua con La Loggia per una riunione…La Loggia smentisce di avere mai conosciuto Mandalari e gli dà del millantatore e persona poco raccomandabile. Mandalari gli fa rispondere da un avvocato in maniera quanto mai sibillina: Mandalari pretende scuse pubbliche dal senatore La Loggia che dovrebbe ringraziarlo per avergli dato il suo voto e aver avuto fiducia in lui come politico: tutto questo senza conoscerlo…
Gianfranco Micciché
Figlio del banchiere Gerlando (vicedirettore generale del banco di Sicilia), già braccio destra di Dell’Utri in Publitalia, è il nuovo viceministro dell’Economia e delle Finanze, nonché il coordinatore di Forza Italia in Sicilia.
Le intercettazioni si sprecano anche sul suo conto.
Nel novembre scorso vengono arrestati tra Terrasini e Cinisi quattro colonnelli di Provenzano. Uno di questi è Giuseppe Leone, presunto capomafia di Carini (comune a due passi da Cinisi) intercettato a lungo dai ROS per conto delle procure i Palermo e Caltanissetta.
Secondo Leone, Micciché avrebbe una vecchia amicizia con il presunto boss di Terrasini, Salvatore d’Anna.
Leone lo racconta in automobile al suo braccio destro. Non solo, il primo aprile 1993, in un villino di Santa Flavia, vicino a Palermo, il vertice di Cosa Nostra -Messina Denaro, Leoluca Bagarella e Giuseppe Graviano- si riunisce per deliberare le stragi di Firenze, Milano e Roma. Il villino è di proprietà di Giuseppe Vasile, figlio del vecchio capomafia di Brancaccio, già condannato per favoreggiamento nei confronti dei fratelli Graviano (i nuovi boss di Brancaccio), molto amico di Guglielmo Micciché, fratello di Gianfranco; i due sono accomumati dalla passione per le corse in auto.
Il pentito Fulvio Cannella parla, a questo proposito, di una movimentazione di capitali destinata a finanziare l’organizzazione Cosa Nostra nel 1993.
Il 12 maggio 1993, 48 ore prima dell’attentato a Maurizio Costanzo in via Fauro, avviene un fatto strano: Vasile e il suo amico Agostino Imperatore entrano nell’agenzia n. 27 del Banco di Sicilia, diretta da Guglielmo Micciché, e gli chiedono di cambiare 25 milioni in contanti in assegni circolari. Gli assegni verranno poi utilizzati per tentare di affittare una villa in Versilia, per ospitare sotto falso nome tre latitanti: i fratelli Graviano e Messina Denaro.L’operazione immobiliare è gestita dall’imprenditore milanese Enrico Tosonotti, amico di Agostino Imperatore, l’uomo che sceondo il settimanale Sette avrebbe presentato a Marcello dell’Utri la futura moglie Miranda.A fine 1994, dopo le stragi, nei giorni dela caduta del governo Berlusconi, Tosonotti incontra Micciché per tentare di fare ottenenere a un amico l’iscrizione all’albo dei fornitori del Ministero dei Trasporti, come ha ammesso lo stesso Micciché (a quell’epoca sottosegretario uscente ai Trasporti).
Tosonotti e Imperatore finiscono sotto inchiesta a Firenze per favoreggiamento ai Graviano nella strage del 1993.Di Micciché parla anche Lorenzo Rossano, un imprenditore in cattive acque, già fondatore di un club di Forza Italia:ricordo di aver capito il peso del personaggio Micciché dalla deferenza con cui veniva trattato da persone del calibro di Franco Madonìa, Onofrio Greco, Bino Catania (…) personaggi di calibro mafioso (…). Circa il Micciché ricordo che Pino Mandalari non lo considerava granché e diceva testualmente: è stato voluto da personaggi importanti ma non vale niente. Quando dico “personaggi importanti” mi riferisco a personaggi di spessore mafioso. Anche su queste deposizioni, che risalgono al 1996, e sono inserite nel processo dell’Utri, la procura di Palermo sta indagando. Anche se Micciché non risulterebbe, al momento, iscritto nel registro degli indagati.
Ma di Micciché parla anche Micciché medesimo: quando il PM di palermo gli domanda se abbia mai incontrato personaggi poi risultati mafiosi, si ricorda di un vecchio pranzo con uno del Madonìa, poi arrestato per associazione mafiosa nel 1996. Sfortunato nelle amicizie anche lui come Berlusconi, come Pisanu, come d’Alì, come La Loggia, come Alemanno… tutti al governo!
Gianantonio Arnoldi
Deputato di Forza Italia
Ex assistente del ministro Prandini (DC), è accusato di aver falsificato le tessere del suo partito, di avere falsificato le firme di presentazione per le liste del PS di De Michelis travasandole da Forza Italia. È accusato di falso in bilancio e bancarotta con coinvolgimento di extracomunitari.
Massimo Maria Berruti
Deputato di Forza Italia
Già capitano della Finanza, comprato dal Berlusconi nel 1979 ai tempi della prima indagine sul denaro sporco che veniva dalla Svizzera per la costruzione di Milano Due, quando Berlusconi dichiarò di non essere lui il costruttore, di non sapere nulla di quei soldi, perché lui era consulente esterno!
Arrestato per corruzione negli anni ottanta, poi assolto.
Poi di nuovo condannato in primo e secondo grado per corruzione dei suoi vecchi compagni della Guardia di Finanza! Ha organizzato la campagna elettorale per Forza Italia in Sicilia: accusato di nuovo di aver fatto società con dei mafiosi, non è in prigione ma a Montecitorio…
Alfredo Biondi
Ha patteggiato una condanna per frode fiscale.
Carmelo Briguglio
Deputato di Alleanza Nazionale
Indagato per truffa nell’allestimento dei corsi professionali in Sicilia.
Vito Bonsignore
Condannato a 2 anni per corruzione, Biancofiore in Calabria.
Giampiero Cantoni
Senatore della Casa delle Libertà
Accusato in quanto ideatore e promotore di un piano fraudolento per commettere truffe ai danni dello Stato, ha patteggiato la pena ricoscendosi quindi colpevole.
Francesco Colucci
Deputato di FI - Sottosegretario
Ex socialista, condannato per voto di scambio.
Romano Comincioli
Senatore della Casa delle libertà
Imputato per i suoi rapporti con la Mafia e con la banda della Magliana, poi assolto ma poi di nuovo latitante perché accusato di falsa fatturazione in Publitalia.
Giuseppe Degennaro
Senatore della Casa delle Libertà
Condannato a 16 mesi per voto di scambio: comprati dal clan dei Capriati duemila voti di preferenza. Capofila nelle società che dirigono l’interporto di Bari.
Marcello Dell’Utri
Senatore di Forza Italia
Condannato a Torino alla galera in via definitiva per truffa e falso. Sotto processo per mafia e per corruzione sia in Italia che in Spagna.
Antonio Del Pennino
Senatore della Casa delle Libertà
Coinvolto nello scandalo Enimont patteggia una pena di due mesi, e per la corruzione nell’affaire del Metrò patteggia ancora: un anno e tre mesi di carcere! Accusato anche dal boss Epaminonda, invece di andare in galera eccolo a Montecitorio come gli altri.
Gianni De Michelis
Portatore d’acqua della Casa delle Libertà, segretario del PS
Indimenticato ministro craxiano, ha lasciato alcune centinaia di milioni da pagare all’hotel Plaza di Roma. Ha patteggiato per le tangenti.
Walter De Rigo
Senatore della Casa delle Libertà
Presidente degli industriali di Belluno. Patteggiò una pena di un anno e quattro mesi per una truffa architettata ai danni del ministero del lavoro e della Cee. Ecco un grande italiano per Forza Italia.
Giuseppe Filippo Drago
Deputato del CCD
Figlio di Nino Drago. Entrambi processati per tangenti, della corrente di Salvo Lima. Forza mafia!
Giuseppe Fallica detto Pippo
Deputato di FI
Braccio destro e segretario di Micciché. Condannato a 15 mesi per fatture false. Cognato di Gaspare Giudice, altro inquisito di FI.
Un altro grande italiano per Forza Italia!
Giuseppe Firrarello
Senatore di Forza Italia
Ex DC andreottiano, accusato nelle tangenti per l’ospedale di Catania. Richiesto l’arresto ma il Senato nega l’autorizzazione.
Sparite le cassette con le intercettazioni dei suoi dialoghi coi mafiosi, resta solo quella con il boss Enrico Incognito.
Ilario Floresta
Deputato di FI
Imprenditore telefonico. Due volte indagato e due volte prosciolto per presunte relazioni telefoniche coi mafiosi.
Michele Forte
Senatore del CCD
Ex sindaco di Formia. Arrestato negli anni Ottanta e ancora in attesa di giudizio definitivo.
Gianstefano Frigerio
Deputato di Forza Italia
Campione di Forza Italia!
Candidato ed eletto in Puglia è stato arrestato subito dopo le elezioni. Latitante anche durante le elezioni, pluripregiudicato, condannato a più di 7 anni di reclusione, in attesa del cumulo della pena. Divertente: la candidatura proposta da Berlusconi era sotto falso nome! Infatti è stato presentato come Carlo Frigerio… Grandissimo. Un altro vero probo italiano per Forza Italia!
Pippo Gianni
Deputato del CDU
Arrestato e condannato per tangenti a tre anni di galera. Ora è coordinatore del CDU…
Gaspare Giudice
Deputato di Forza Italia
Accusato di essere “a disposizione” del boss Caccamo Giuseppe Panzeca.
Accusato di riciclaggio con intercettazioni di capi mafia che gli ricordavano di dover a loro la sua elezione! Chiesto il suo arresto.
Forza mafia!
Luigi Grillo
Senatore di Forza Italia
Fu uno di quelli che passò con Berlusconi dopo essere stato eletto nel centrosinistra. È accusato di truffa aggravata per l’Alta velocità.
Lino Jannuzzi
Deputato di Forza Italia
Cacciato da L’Espresso per i suoi insulti a Falcone, ha preso dei soldi da Pippo Calò per scrivere un libro sulla mafia. Forza mafia!
Giorgio La Malfa (Il figlio! Povero Ugo!!!!)
Deputato della CdL
Condannato per uno scherzo genetico, e per finanziamento illecito al PRI.
Guido Lo Porto
Deputato di Alleanza Nazionale
Condannato a 16 mesi di galera nel 1969 per possesso di armi da guerra in macchina, con Pierluigi Concutelli di Ordine Nuovo, quelli che hanno messo le bombe in giro per l’Italia.
Maurizio Lupi
Deputato di Forza Italia
Indagato a Milano per abuso di ufficio e truffa nella sua qualità di assessore comunale.
Raffaele Lombardo
Deputato di Forza Italia
Due volte in manette, poi rilasciato perché le tangenti sono passate come finanziamento illecito ai partiti. Torna per rifinanziare come sa fare lui…
Giovanni Mauro
Deputato di Forza Italia
Arrestato nel 1998 per tangenti. Sotto processo per associazione per delinquere finalizzata alla corruzione: un vero berlusconide!
Nino Mormino
Deputato di Forza Italia
Eletto a Cefalù. Indagato per contatti mafiosi da molti pentiti, che poi hanno ritrattato…
Vincenzo Nespoli
Deputato di Alleanza Nazionale
Rinviato a giudizio per pressioni su una società che gestisce l’Ipercoop: voleva l’assunzione di 250 dei suoi. Si difende dicendo che è “normale attività politica”…
Nicolò Nicolosi detto Ciccio
Ha il primato delle assoluzioni! Tre volte arrestato, altre due volte indagato, sempre assolto: un eroe!
Massimo Pini
Ex detenuto di mani Pulite.
Cesare Previti
Deputato di Forza Italia
Il più famoso dei corruttori. Sotto processo per corruzione di magistrati (IMI-SIR) e del giudice Metta nel caso Mondadori.
Rocco Salini
Senatore della Casa delle Libertà
Da presidente della regione Abruzzo venne arrestato con tutta la giunta. Condannato a 1 anno e 4 mesi di galera ha patteggiato riconoscendosi colpevole. Ecco un altro senatore reo confesso.
Domenico Sudano
Senatore del CCD
Condannato per aver truccato il concorso di un’asta. Patteggia per un anno e mezzo di carcere, riconoscendo la colpa.
Un altro delinquente reo confesso e subito eletto.
Antonio Tomassini
Senatore di Forza Italia
Condannato in via definitiva a 3 anni di galera per falso ai danni di una bambina cerebrolesa. Forza schifo!
Denis Verdini
Deputato di Forza Italia
Indagato per falso in bilancio come presidente del Credito Fiorentino.
Antonio Verro
Deputato di Forza Italia
Manager berlusconiano della Edilnord (tò, proprio come si chiamava quella società svizzera che mandava 500 milioni al giorno di soldi misteriosi per costruire Milano Due!). Indagato per abuso d’ufficio.
Alfredo Vito
Deputato di Forza Italia
Il capolavoro!!! 14 condanne con patteggiamento per furto, illeciti e restituzione di 5 miliardi di bottino!!! Candidato in Campania nonostante il mugugno di Fini! La Mussolini lo definì un ladrone della DC napoletana, vera associazione per delinquere. Spera tanto nella libertà della Casa delle Libertà dalla galera…
Carlo Vizzini
Senatore della Casa delle Libertà
Condannato a 10 mesi per la tangente Enimont.
Massimo Maria Berruti (deputato FI):
8 mesi definitivi per favoreggiamento nel processo tangenti Guardia di Finanza.
Alfredo Biondi (senatore FI):
2 mesi patteggiati per evasione fiscale a Genova.
La sentenza di condanna a suo tempo resa dal tribunale di Genova nei confronti di Alfredo
Biondi è stata revocata in data 28 settembre 2001 per intervenuta abrograzione del reato.
Vito Bonsignore (eurodeputato Udc):
2 anni definitivi per tentata corruzione appalto ospedale Asti.
Mario Borghezio (eurodeputato Lega Nord)
Condannato in via definitiva per incendio aggravato da "finalità di discriminazione", per aver
dato fuoco ai pagliericci di alcuni immigrati extracomunitari che dormivano sotto un ponte di
Torino, a 2 mesi e 20 giorni di reclusione commutati in 3.040 euro di multa.
Umberto Bossi (eurodeputato e segretario Lega Nord):
8 mesi definitivi per tangente Enimont.
Giampiero Cantoni (senatore FI):
Come ex presidente della Bnl in quota Psi, inquisito e arrestato per corruzione, bancarotta
fraudolenta e altri reati, ha patteggiato pene per circa 2 anni e risarcito 800 milioni.
Marcello De Angelis (senatore AN):
Condannato in via definitiva a 5 anni di carcere per banda armata e associazione sovversiva
come elemento di spicco del gruppo neofascista Terza Posizione.
Marcello Dell’Utri (senatore FI e membro del Consiglio d’Europa):
Condannato definitivamente a 2 anni per frode fiscale e false fatturazioni a Torino (false fatture
Publitalia); ha patteggiato 6 mesi a Milano per altre vicende di false fatture Publitalia.
Antonio Del Pennino (senatore FI):
Condannato per finanziamento illecito.
Gianni De Michelis (eurodeputato Nuovo Psi):
1 anno e 6 mesi patteggiati a Milano per corruzione per le tangenti autostradali del Veneto; 6 mesi patteggiati per finanziamento illecito Enimont.
Lino Jannuzzi (senatore FI):
Condannato definitivamente a 2 anni e 4 mesi per diffamazioni varie, è stato graziato dal capo
dello Stato proprio mentre stava per finire in carcere.
Giorgio La Malfa (deputato Gruppo Misto):
Condanna definitiva a 6 mesi e 20 giorni per finanziamento illecito Enimont.
Roberto Maroni (deputato Lega Nord):
Condannato definitivamente a 4 mesi e 20 giorni per resistenza a pubblico ufficiale durante la
perquisizione della polizia nella sede di via Bellerio a Milano.
Giovanni Mauro (senatore FI):
Condannato per diffamazione aggravata.
Domenico Nania (senatore An):
Condannato per lesioni volontarie personali.
Aldo Patriciello (eurodeputato Udc):
Condannato per finanziamento illecito.
Cesare Previti (deputato FI):
Condannato a 6 anni per corruzione giudiziaria.
Egidio Sterpa (senatore FI):
Condannato a 6 mesi definitivi per tangente Enimont.
Antonio Tomassini (senatore FI):
Medico chirurgo, condannato in via definitiva dalla Cassazione a 3 anni per falso.
Alfredo Vito (deputato FI):
2 anni patteggiati e 5 miliardi restituiti per 22 episodi di corruzione a Napoli.
PS: non sentiremo la vostra mancanza, patetici lecchini!
non riusciamo a capire:"LUXURIA"
E' UNA FEMMINA COL PISELLO O UN MASCHIO CON LE TETTE?
RISPONDETE NUMEROSI PERCHè LE VOSTRE RISPOSTE SARANNO IMPORTANTI PER RISPONDERE A QUESTO DUBBIO!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!
non riusciamo a capire:"CALDEROLI"
E' UNA SCIMMIA TROPPO INGRASSATA O UN MAIALE CHE HA IMPARATO A PARLARE?
RISPONDETE NUMEROSI PERCHè LE VOSTRE RISPOSTE SARANNO IMPORTANTI PER RISPONDERE A QUESTO DUBBIO!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!! !!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!
PS:
"Nella guerra contro L'Islam...(foto di Calderoli)...Quel che conta è l'intelligenza"
"immigrati clandestini a volontà? no grazie ci basta calderoli"
CALDEROLI CONSOLE A BENGASI!