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Cuba: è finita l'era di Fidel Castro

Il leader cubano ha annunciato le sue dimissioni. Per Bush questa decisione segnerà l'inizio di una svolta democratica nell'isola

Commenti dal 45 al 49
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s.a. domenica, 2 marzo 2008

a mafia rossa hai rottercazzooooooh

^^

n° 49
^^ domenica, 2 marzo 2008

Re: a mafia rossa hai rottercazzooooooh

> ^^

basterebbe segnalare i messaggi di apologia del fascismo alla redazione e se non basta alla polizia postale...

s.a.s. o s.n.c.? domenica, 2 marzo 2008

Re: a mafia rossa hai rottercazzooooooh

quando non sai come rispondere... zac ti inventi una censura così falsa ed eviti la discussione democratica... che tristezza che fai...

^^ lunedì, 3 marzo 2008

Re: a mafia rossa hai rottercazzooooooh

> quando non sai come rispondere... zac ti inventi
> una censura così falsa ed eviti la discussione
> democratica... che tristezza che fai...

che poi è proprio quello che facevate voi... anzi se ti dice qualcosa il nome Matteotti...

s.a.s o s.n.c. ??? domenica, 2 marzo 2008

la mafia esiste e il suo colore è rosso...

Nessuno vi può giudicare perchè siete il potere.... la verità ti fa MALE lo so...

s.a. lunedì, 3 marzo 2008

Re: la mafia esiste e il suo colore è rosso...

> Nessuno vi può giudicare perchè siete il potere....
> la verità ti fa MALE lo so...

Ti sei accorto che non è per niente in metrica ?? non avete il senso dell'armonia, voi.

la mafia rossa domenica, 2 marzo 2008

le sinistre sono servi dei padroni...

Le esilaranti contraddizioni
Le incredibili leggerezze delle “illuminate” sinistre-Ulivo
La truffa dell’euro a 1936 lire ha dimezzato stipendi e pensioni: per gli italiani, tranne per Prodi, il cambio giusto era a 1000 lire.
di Gaetano Saglimbeni
Continuano a sparare ad alzo zero, i pifferai della grancassa propagandistica delle sinistre-Ulivo, contro il governo Berlusconi ed i commercianti che non avrebbero fatto nulla per impedire il dissennato aumento dei prezzi in coincidenza con il passaggio dalla lira all’euro. E la cosa strana è che delle due grandi associazioni dei commercianti, una di centrodestra (la Confcommercio, guidata da Sergio Billè) e l’altra delle sinistre (la Confesercenti, guidata da Marco Venturi), quella che si tira addosso gli strali dei super-critici di sinistra è la Confcommercio di centrodestra: l’altra non viene mai chiamata in causa, come se al momento del cambio della moneta si fosse trovata ad operare, che so, sulla Luna o su Marte, anziché sul pianeta Terra. Per il Tg3 ed i giornali votati più all’indottrinamento del popolo che ad una seria informazione, sono queste le regole della obiettività.
Non è mio compito indottrinare o difendere alcuno. Sull’aumento non sempre giustificato dei prezzi ho espresso anch’io le mie critiche, con molta serenità e severità, all’indirizzo sia degli uomini di governo che avevano competenza specifica in questo campo sia delle associazioni di categoria (senza far differenza tra Confcommercio di centrodestra e Confesercenti di sinistra). Ma il compito del giornalista non è soltanto di criticare quello che non va: deve pure spiegarlo perché certe cose non vanno, senza infingimenti o strizzatine d’occhio alla propaganda in favore di questa o quella parte politica.
Nel caso in ispecie, penso sia doveroso spiegare bene alla gente, giustamente esasperata, quello che è accaduto. Ma non soltanto quello che abbiamo visto e toccato con mano tutti al momento dell’entrata in vigore dell’euro: soprattutto, quello che era accaduto prima, quando erano stati decisi i cambi ufficiali della moneta unica con quelle dei Paesi aderenti alla Unione europea. Ed è proprio su questo punto, di assoluta rilevanza, che i pifferai dell’indottrinamento politico hanno sorprendentemente smesso di suonare: per non mettere in imbarazzo i leader della “illuminata” sinistra italiana, chiaramente.
Sì, perché a provocare tanti guai all’Italia, come ormai tutti sappiamo e soltanto Prodi ed i suoi amici fingono di non sapere, non sono stati tanto o soltanto i prezzi cresciuti in maniera indiscriminata (per colpa di Billè, del governo o di altri), quanto e soprattutto il disastroso cambio dell’euro che l’Unione europea ha imposto all’Italia ed i nostri dirigenti hanno con molta leggerezza e superficialità (c’è chi parla di irresponsabilità) accettato.
Economisti seri (e naturalmente inascoltati dai “padreterni” della politica e della economia che sedevano a Palazzo Chigi e dintorni) hanno sostenuto a suo tempo e sostengono ancora oggi (nel silenzio assoluto dei giornali di parte) che il cambio “giusto, realistico ed onesto” per l’Italia non era, non poteva e non doveva essere di “un euro contro 1936,27 lire”, come imponeva l’Unione europea dominata allora da Germania e Francia, ma di “un euro contro 1000 lire”, e cioè il cambio che sarà poi stabilito dal mercato (sempre giudice supremo, in questi casi). Legittimo a me pare il sospetto che i vertici europei, con un cambio che si prospettava sin da allora “disastroso per l’economia italiana”, intendessero favorire in qualche modo gli interessi dei due nostri grandi concorrenti d’oltralpe.
E’ arrivato il disastro per l’Italia, purtroppo, prima ancora che i prezzi schizzassero verso l’alto. Chi percepiva uno stipendio o pensione di 2 milioni di lire al mese, avrebbe dovuto percepire, per essere in regola con un cambio “giusto, realistico ed onesto”, quasi 2000 euro, e ne ha avuti invece soltanto 1000, esattamente la metà. Un colpo durissimo, che ha messo in ginocchio, dall’oggi al domani, milioni di famiglie e fatto crollare d’un colpo (era inevitabile) l’economia italiana.
Tutti contro Berlusconi ed il suo governo, naturalmente, politici e pifferai delle sinistre-Ulivo. “E’ lui, il pluri-miliardario di Arcore, il vero e unico responsabile”, tuonava il prof. Prodi dalla sua poltrona di presidente della Commissione europea da 55 milioni delle vecchie lire al mese (per la quale, è il caso di ricordarlo, era stato indicato dal D’Alema che gli aveva sottratto la poltronissima di presidente del Consiglio dopo la “pugnalata” di Bertinotti). Ed aveva certamente buon gioco, il professore, nella drammatica situazione in cui l’Italia era crollata d’un colpo, strumentalizzata dalle mistificazioni di una stampa fin troppo compiacente. Nessuno che accennasse alle vere cause di quel disastro. Colpe e responsabilità erano (dovevano essere, perché così avevano deciso Prodi ed i suoi amici) di Berlusconi, e soltanto sue, come se mezzo stipendio e mezza pensione li avesse tolti lui, dall’oggi al domani, alle famiglie italiane, non i manovratori dell’euro-truffa.
Che cosa è successo, nella realtà? E’ successo che gli “illuminati” ministri delle sinistre di casa nostra, rimasti “orfani” del Prodi cacciato da Palazzo Chigi e passato poi alla presidenza della Commissione europea, anziché fare la voce grossa contro i vertici europei e dunque anche contro il loro ex presidente del Consiglio (come hanno fatto Germania, Francia ed altri Paesi dell’Unione per cercare di ottenere cambi più favorevoli e soprattutto realistici), hanno accettato senza fiatare le imposizioni di Bruxelles, ignorando i preziosissimi suggerimenti di autorevoli economisti non di parte, ed il patatrac è stato inevitabile.
Certo, le speculazioni sui prezzi ci sono state (e ci sono ancora, purtroppo). Ma è fin troppo chiaro che, senza quella “rapina” di metà stipendio o pensione, anche l’aumento dei prezzi sarebbe stato accettato dalle famiglie italiane: non dico senza affanni, ma certamente con minori preoccupazioni. Una cosa è affrontare le spese di un mese con 2000 euro in tasca ed altra cosa (mi pare una ovvietà del Catalano di “Quelli della notte”) con soli 1000 euro. Più che comprensibile, dunque, la esasperazione della gente, di fronte ad una situazione così spaventosa e drammatica.
Qualche esempio può far capire meglio, ai pifferai della falsa informazione, come stanno realmente le cose. Le 600 mila lire che un impiegato statale tirava fuori per comprare un vestito, prima dell’avvento dell’euro, rappresentavano all’incirca un terzo dello stipendio; mentre oggi, per comprare con l’euro lo stesso vestito, deve consegnare al venditore non meno di due terzi dello stipendio. Le proporzioni sono queste, purtroppo. La pizza costava 7 mila lire quando l’impiegato statale incassava 2 milioni di lire al mese; ed oggi costa 7 euro, quasi 14 mila delle vecchie lire, a chi incassa solo 1000 euro, e cioè la metà di quello che incassava allora. Così per il latte, il pane, la carne, la frutta, il biglietto del cinema o del tram: un euro, sul mercato, equivale a 1000 lire, non alle 1936,27 lire del cambio truffaldino che l’Unione europea ci ha imposto. Più disastro di così?
Continuano a dirci, i signori delle sinistre, che “i prezzi alti ci hanno divorato e divorano stipendi e pensione degli italiani”. Ma sono i prezzi alti a divorarli o l’euro-truffa imposto al nostro Paese dalle dissennate decisioni dell’Unione europea ed accettato con tanta superficialità dai nostri governanti di allora? Dobbiamo dirlo con estrema chiarezza, amici lettori: il disastro, più che dalla crescita a dismisura dei prezzi, è stato provocato dalla scandalosa “rapina” che è stata perpetrata ai nostri danni, nella assoluta indifferenza dei grandi economisti delle sinistre-Ulivo che sedevano al governo.
E di queste cose dovrebbero scrivere i giornali italiani: spiegar bene a milioni di famiglie come sono andate le cose, non cercare capri espiatori per mascherare negligenze e responsabilità. Dov’erano i Bertinotti, Fassino, Diliberto, D’Alema, Rutelli, Pecoraro Scanio, grandi alleati di ieri e di oggi del professore, quando il super-carrozzone europeo imponeva all’Italia quel dissennato e vergognoso cambio-capestro? Nessuno che si preoccupasse delle povera gente, nel governo delle sinistre-Ulivo: delle pensioni e degli stipendi che, con quel rovinoso cambio euro-lira, si sarebbero drammaticamente dimezzati. Possibile che nessuno, con tanti illustri economisti al governo, fosse in grado di capire che si andava incontro al disastro? Che, scomparendo dall’oggi al domani nelle famiglie italiane metà degli stipendi e pensioni. i consumi si sarebbero ridotti al lumicino, le aziende sarebbero state costrette a ridurre la produzione e il prodotto interno lordo sarebbe crollato? Era un disastro annunciato, quello che si profilava, e non soltanto per il povero lavoratore.
Paghiamo tutti, purtroppo, per colpa di chi avrebbe dovuto far valere le ragioni italiane e non l’ha fatto. Per leggerezza, negligenza, incapacità o altro, non sta a noi dirlo. Perché il presidente Ciampi, sempre premuroso e partecipe delle ansie dei cittadini, non lo spiega come sono andate realmente le cose? Lui era ministro del Tesoro, con Prodi presidente del Consiglio. E dovrebbe saperlo chi è stato ad infiocchettare quel bellissimo “pacco-truffa” destinato all’Italia.
Abbiamo sentito il professore ripetere più volte che si sente “particolarmente orgoglioso di averci portato in Europa, di averci regalato l’euro, di averci salvato con l’euro”. Ce lo dica, il presidente Ciampi, se dobbiamo essere grati o no, al suo grande amico Prodi, per quello che ha fatto. Gli italiani sanno per adesso una cosa sola: che con l’euro le loro pensioni e i loro stipendi si sono ridotti della metà e nessuno, purtroppo, sarà mai in grado di restituir loro quello che hanno perduto. In omaggio a chi ed a che cosa, questo incredibile sacrificio di un popolo che sacrifici ne ha fatti tanti e molto spesso per nulla, i pifferai della grancassa propagandistica delle sinistre non ce l’hanno ancora spiegato.
Gaetano Saglimbeni

n° 48
la mafia rossa domenica, 2 marzo 2008

Brogli elettorali??? la sinistra lo sa bene

I brogli elettorali li fa la sinistra, parola di studiosi

dal blog dell'Anarca










Oddio, hai visto mai che Berlusconi sui brogli elettorali aveva ragione? E se a dirlo non è Bonaiuti, né qualche berluscones del centrodestra, il problema si fa grave. A dirlo, ma guarda un po’, sono Luca Ricolfi e Silvia Testa in un saggio pubblicato all’interno del volume di prossima uscita "Nel segreto dell'urna" (edizioni Utet, di cui Ricolfi è uno dei curatori). La considerazione di partenza è che i brogli elettorali ci sono sempre stati e che si sviluppano non a livello centrale ma periferico. In altre parole la famosa tesi di Enrico Deaglio, secondo cui l’alterazione delle schede nelle ultime elezioni sarebbe avvenuta direttamente nel cervellone del Viminale, appare incoerente e impossibile. Per farlo si dovrebbero alterare anche i verbali e le procedure di voto; al contrario è facile che irregolarità si siano sviluppate a livello periferico, cioè nei conteggi delle sezioni elettorali. Certo, dicono i due studiosi, che a questo livello l’errore è psicologicamente diverso. Può essere frutto di ignoranza del regolamento da parte del presidente di seggio, può essere frutto anche di errore casuale da parte degli scrutatori. Chi, come noi, ha spesso partecipato a scrutini elettorali in diverse elezioni, sa che la capacità di manipolazione a livello territoriale è direttamente proporzionale alla forza di copertura dei seggi da parte di presidenti, segretari, scrutatori e rappresentanti di lista; capacità che la sinistra possiede e la destra no. E troppe volte, da semplici rappresentanti di lista, ci siamo trovati immersi in sezioni dove l’intero personale impegnato era dichiaratamente di sinistra, a cercare di contrastare conteggi fortemente modificati e non solo a livello di preferenze, ma spesso a livello di voti di lista. Denunce o contestazioni messe a verbale servono spesso a poco.
I due studiosi confermano questa tesi con dati storici. Nei riconteggi delle elezioni passate la destra ha recuperato il doppio delle schede della sinistra. Quindi a livello periferico chi è più in grado di alterare i risultati? Chiaro, la sinistra. Qualche esempio:
Regionali del Lazio 1995:
Piero Badaloni (centrosinistra) vince su Alberto Michelini (centrodestra) per 7.000 voti (0,2%). Dopo il riconteggio il centrodestra recupera 2.000 voti, facendo scendere la differenza tra i due candidati allo 0,16% (il calcolo, aggiungiamo noi, non tiene però conto che le schede annullate, non quelle contestate, furono quasi 30.000).
Politiche 2001: su un campione di 337 schede riesaminato 227 vanno al centrodestra e 110 al centrosinistra.
Politiche 2006:(quelle contestate da Berlusconi):
"su 1290 schede contestate, la Giunta delle elezioni della Camera, ne ha riassegnate 499: precisamente 340 (oltre due terzi) alla destra, 159 alla sinistra. Il rapporto di recupero in sede di riconteggio del centrodestra, insomma, risulta essere doppio di quello della sinistra (D/S= 2,1)".
Ovviamente, aggiungiamo sempre noi, i due studiosi si basano solo sulle schede contestate che vengono riconteggiate al seggio centrale; non si considerano le migliaia di schede annullate e mai ricontrollate. Questo è il dato veramente eclatante perché se il broglio avviene a livello periferico, a maggior ragione sono le schede annullate quelle che determinano la differenza. Nelle Regionali in Puglia del 2005, Vendola sconfisse Fitto di 10.000 voti circa con oltre 130.000 schede annullate e mai ricontrollate.
Ricolfi e Testa fanno anche gli esempi aritmetici di come, con pochissima fatica, nelle ultime elezioni si sarebbe potuto ribaltare il risultato "in cui la coalizione X batte la coalizione Y per 24 mila voti su 38 milioni di voti validi". Per esempio bastava che "in una sezione su dieci gli scrutatori della coalizione Y riescono a spostare da destra a sinistra un ‘pacchetto’ di tre voti (un voto spostato da una parte all’altra conta il doppio)" e il gioco è fatto (gli altri esempi ve li leggete direttamente nell'articolo...)
Insomma, se bastava così poco per condizionare il risultato elettorale delle ultime elezioni, qualcuno immagina cosa può essere successo in sezioni di regioni come Emilia Romagna, Umbria, Toscana o Marche dove presidenti, segretari, scrutatori, rappresentanti di lista, uscieri, messi comunali, mura, porte e sedie hanno una precisa tessera di partito o di sindacato in tasca?...

n° 47
la mafia rossa domenica, 2 marzo 2008

la massoneria alimentata da sempre a sinistra

CORRIERE DELLA SERA 29 dicembre 2004

L’INTERVISTA

Mola: Democratici di sinistra e Cgil sono gli unici ad aver mantenuto il divieto, ma credo che ce ne siano anche in Parlamento.

Lo storico: tanti massoni tra i Ds. Lo era anche un collaboratore di Togliatti


FIRENZE - «Iscritti alla Massoneria nei Ds? Ce ne sono molti e verosimilmente qualcuno siede anche in Parlamento. Non è una novità: nella storia delle logge e della sinistra italiana, comunista compresa, c’è stato sempre un rapporto di amore e di odio. Massoni sono stati sindaci e deputati del Pci, persino uno dei più stretti collaboratori di Palmiro Togliatti era stato iniziato alla libera muratoria». Lo storico Aldo Alessandro Mola, già professore all’università di Milano, è il massimo esperto di Massoneria in Italia. La studia da decenni, da non iscritto. «Se fossi massone non potrei essere obiettivo», spiega.
Professore, i Ds sono tra i pochi partiti in Italia a vietare l’iscrizione ai massoni. Ci sono motivazioni storiche?
«I Ds sono rimasti l’unico partito dell’arco costituzionale ad avere mantenuto questo divieto che arriva da molto lontano, da quarto congresso della Terza Internazionale del 1922 a Mosca. Fu allora che i comunisti fissarono il principio di incompatibilità con un’associazione, appunto la Massoneria, considerata borghese. La scelta fu presa per mettere con le spalle al muro i comunisti francesi, diversi dai massimalisti russi, molti dei quali massoni. Il Pci, che era nato l’anno prima a Livorno, non fece che recepire la direttiva senza però condividerla troppo».
Perché, ai comunisti italiani piacevano i massoni?
«Nei comunisti italiani c’erano molti "fratelli", arrivavano dalla tradizione socialista. D’altra parte nella sinistra italiana, da Garibaldi in poi che è stato un gran maestro, i massoni sono sempre stati presenti e numerosi perché la Massoneria ha una filosofia progressista».
Qualche nome, professore
«Andrea Costa, già leader del Partito socialista rivoluzionario della Romagna, prima di convertirsi al riformismo. E ancora Ivanoe Bonomi, Leonida Bissolati, Orazio Raimondo, Giovanni Lerda, fino ad arrivare a Lelio Basso».
Sono socialisti, però. E i comunisti dove sono?
«É comunista Bruno Sonnino, uno dei collaboratori più stretti di Palmiro Togliatti. É regolarmente iscritto al Pci e Togliatti lo sa benissimo, ma tollera questa doppia appartenenza. É massone Domenico Coggiola, sindaco comunista di Torino nell’immediato Dopoguerra. Sono massoni due sindaci di Pistoia e tanti altri amministratori. Lo stesso Gramsci, nel maggio del 1925, in Parlamento interviene a favore della Massoneria e più tardi, dal carcere, la giudicherà l’ala avanzata della borghesia».
E allora perché il divieto?
«É un enigma che si può spiegare solo con la paura dei dirigenti di perdere il controllo di un partito che allora era ancora totalitario».
Sì, ma ci sono stati anche scandali, poca trasparenza, affarismo. La P2 non è un enigma...
«Scandali ci sono da ogni parte e non spiegano un divieto che è molto più profondo, storico appunto, e sinceramente non capisco perché continui ad essere mantenuto. Così come non capisco perché lo stesso divieto sia inserito nello statuto della Cgil».
Il sindacato?
«Sì, che fu fondato da molti massoni nel 1906. Pensi che agli inizi del Novecento la Massoneria versava fondi a sostegno dei lavoratori in sciopero e dei sindacati, Cgil compresa».
E oggi qual è la situazione?
«La sinistra ha molti amministratori e politici massoni. I Ds pure, credo anche in Parlamento. Non sono dichiarati, ma nel partito in molti lo sanno e lo tollerano».
Quale sarà il futuro del rapporto tra Massoneria e sinistra italiana?
«Credo che il fantasma antimassonico sia destinato a scomparire per sempre. É un residuo della rivoluzione di ottobre e della guerra fredda, perché l’Urss considerava la Massoneria il grimaldello degli Usa per penetrare nel suo sistema. Lo disse esplicitamente Nikita Kruscev a chi gli domandava perché Mosca fosse contrario alle logge. Pensi che oggi in Francia esiste un’ala della Massoneria dichiaratamente trozkista».

Marco Gasperetti

n° 46
la mafia rossa domenica, 2 marzo 2008

L'Unipol?? è stato tutto abbuiato MAFIOSI....

UNIPOL COOPERATIVE ROSSE E' SCANDALO

Affari e “questione morale”: un duro colpo per le sinistre Si è rotto il “bel giocattolo” nelle mani di Prodi e compagni Tutti contro tutti nella Unione: i comunisti “doc” Bertinotti e Diliberto, spalleggiati questa volta da Margherita e Udeur, accusano gli ex comunisti D’Alema e Fassino di essere interessati più alle scalate di banche (con l’Unipol delle cooperative “rosse”) che ai problemi della gente. Proteste nella Quercia per la barca da milionario in euro di D’Alema. Beppe Grillo lo attacca duramente. E l’estrema sinistra si scaglia con i Verdi contro Ciampi perché, smentendo le loro menzogne, ha detto che i nostri soldati sono andati in Iraq a guerra finita”. Quello che a sinistra erano in molti a temere (e nel centrodestra a sperare, ovviamente) si è verificato a tre mesi dalle elezioni politiche del 9 aprile. Il “bel giocattolo” si è rotto, nelle mani di Prodi e compagni, e adesso per la coalizione delle sinistre-Ullivo tutto diventa meno facile, se non proprio difficile. Perché le mistificazioni e le menzogne, che sono servite per 4 anni e 9 mesi a gettare fango sul governo Berlusconi, non riescono a impedire che finisca nel grottesco (non dico nel fango) la famosa “questione morale” che Berlinguer considerava “fiore all’occhiello” del vecchio Pci ed i “furbetti della finanza rossa” hanno fatto d’un colpo rinsecchire. Tutti contro tutti, adesso, nella Unione: i comunisti “doc” Bertinotti e Diliberto, spalleggiati questa volta dai moderati della Margherita e Udeur, accusano gli ex comunisti D’Alema e Fassino di occuparsi più di “affari” e di scalate alle banche (con l’Unipol delle cooperative “rosse”) che dei problemi della gente e degli interessi dei lavoratori. Protestano duramente, all’interno della Quercia, vecchi leader del passato e giovani militanti di oggi: per la barca da milionario in euro di Massimo D’Alema e le “non certo disinteressate” telefonate del segretario Piero Fassino all’ex presidente della società assicurativa “rossa” Giovanni Consorte sulla scalata alla Banca nazionale dei Lavoro, che (piaccia o non piaccia al segretario della Quercia) erano e sono comunque la conferma ufficiale dello strettissimo intreccio tra politica ed affari che ha sempre legato e continua a legare il più grande partito della opposizione alla società assicurativa Unipol ed alle cooperative rosse. Un giro d’affari enorme, che i magistrati inquirenti di Milano valutano almeno quattro volte quello di Tangentopoli 1992-93. Ed un caso di scalata ad una banca, quello della Unipol alla Bnl, decisamente anomalo. Di solito, è il pesce più grosso che mangia il piccolo, non il piccolo che mangia il grosso; ma nel caso in ispecie è la società assicuratrice Unipol (con un patrimonio valutato attorno ai 2 miliardi di euro) che acquista la Bnl (valutata 8 miliardi di euro). Dove li prende i soldi necessari per un acquisto del genere?, si domandano i saggi del vecchio Pci. C’è un pool di banche che offre il denaro per l’operazione,la risposta della società acquirente. E allora siamo padroni di una banca?, la prima domanda che (cito dal “Corriere della Sera” del 3 gennaio) http://www.corriere.it/Primo_Piano/Cronache/2006/01_Gennaio/03/guerzon i.shtml Fassino ha rivolto a Consorte nelle conservazioni fatte registrare dalla Procura di Milano tra il 7 e il 17 luglio. E’ chiusa, sì, è fatta,la risposta dell’allora presidente dell’Unipol (si dimetterà dopo le contestazioni dei primi interrogatori). Si è corretto subito, il leader della Quercia: Beh, sì, siete voi i padroni della banca, io non c’entro niente…. Ma ormai la frittata era fatta. Poi, con l’apprensione di chi è chiaramente interessato al buon esito della operazione: Il problema è dimostrare che abbiamo un piano industriale… Tu, ora, che operazione fai? Hai già lanciato l’Opa obbligatoria? Noi abbiamo il 15, più 4 delle Coop fa il 19 a noi; ma come arrivi al 51 tu?. Con le banche, lo ha subito tranquillizzato il presidente della Unipol. Nell’ascoltare poi da Consorte una chiara minaccia nei confronti di chi aveva cercato di mettere i bastoni tra le ruote al compimento della operazione, il segretario della Quercia non ha nascosto la sua preoccupazione, concludendo con un interessatissimo consiglio: No, è meglio aspettare a fare le denunce contro chi ci ha osteggiati… Prima portiamo a casa tutto. Dichiarazioni così imprudenti da parte del segretario del partito,dicono vecchi e nuovi militanti della Quercia, rappresentano il colpo più duro che sia mai venuto alla nostra credibilità. Comportamento politicamente sbagliato ed eticamente riprovevole, lo definisce il deputato Peppino Caldarola, ex direttore de “l’Unità” e dalemiano di ferro, proponendo come unica soluzione al segretario Fassino, per uscire da una situazione estremamente pericolosa alla vigilia di una difficile campagna elettorale, una “ammissione dell’errore compiuto”. Più che convinto, Caldarola, che sia stato un grosso errore il sostegno dato ufficialmente dalla Quercia alla scalata della Bnl da parte di Unipol; ma lui, pur criticando Fassino severamente, non chiede la testa di nessuno. A differenza del comico Beppe Grillo che, dicendosi certo di averlo individuato in D’Alema il capro espiatorio di questa poco edificante storia di ordinari affari all’ombra della politica, ne pretende immediatamente la testa. Sì, è lui (a sentire Grillo) quello che ha sbagliato: per la scalata alla Bnl e per l’acquisto di quella sua favolosa barca da milionario in euro, che non poteva non suscitare stupore, rabbia e polemiche tra i militanti che vivono del loro lavoro e spesso in cassa integrazione. Fassino, tira fuori i globuli rossi, fai pulizia e appèllati alla base, per celebrare il funerale politico di D’Alema e, visto che ci sei, anche quello di Violante, ha scritto il comico nel suo sito web, ricevendo l’immediato plauso del Dario Fo amareggiato per il “no” dello stato maggiore della Quercia alla sua candidatura a sindaco di Milano. Spietata l’analisi del Grillo anti-dalemiano. Su Consorte, D’Alema sapeva e ha taciuto (e non lo credo) o non sapeva e ha fatto un grave errore politico a sostenere la sua scalata alla Bnl,ha scritto. E su Fiorani sapeva e ha taciuto (e non lo credo) o non sapeva e in questo caso è stato sfortunato ed anche un po’ cocciuto, dopo le intercettazioni telefoniche dello scorso luglio tra Fiorani e Fazio, a voler mantenere un mutuo di 8 mila euro mensili presso la Banca popolare italiana (ex Popolare di Lodi), amministrata da Fiorani, per pagare le rate della sua barca Ikarus II. Sono due i conti correnti che l’europarlamentare Massimo D’Alema ha utilizzato e utilizza per pagare le rate della sua barca. Uno è quello che ha aperto qualche anno fa presso la Unipol Banca di Consorte (da quando la società di assicurazioni “rossa” ha aperto pure degli sportelli bancari) e l’altro presso la Banca popolare di Fiorani, dal quale trasferiva gli euro che gli serviva no mensilmente per pagare la rata del leasing. E sono questi due conti correnti (che probabilmente solo per puro caso sono stati aperti a suo tempo nelle banche amministrate dai due grandi protagonisti finanziari di questa “Bancopoli 2005-2066”) ad alimentare congetture e sospetti, tra gli avversari politici del D’Alema presidente della Quercia e tra i suoi vecchi e nuovi compagni di partito. D’Alema, vai pure a farti un giro in barca di 20 o 30 anni. Poi magari ci fai un libro e te lo fai pubblicare dalla Mondatori di Berlusconi, ha scritto sul blog di Beppe Grillo il militante comunista Marco Oliva. E Artemio Liberato: D’Alema ha uno stipendio come eurodeputato superiore ai 20 mila euro. Si può permettere un mutuo mensile di 8 mila euro, certo. Ma, dichiarazione sua, più della metà dello stipendio lo dà al partito. E a questo punto mi pare che i conti non tornino più…. I conti in tasca, al presidente della Quercia, glieli fa anche Natalia Rossi, che (da quello che scrive e come lo scrive) penso non sia una militante della Quercia, forse neppure della coalizione delle sinistre. “Secondo l’ufficio ipoteche di Roma”, ha scritto nel sito di Beppe Grillo, oltre al mutuo per la barca, D’Alema ne ha due immobiliari: uno di 250 milioni di vecchie lire a rate semestrali e tasso del 4,6 per cento, contratto nel 1997 con il Banco di Napoli, e un altro di 500 milioni di lire con la Banca del Salento. Ma quanto guadagna, questo signor deputato, per pagare due mutui immobiliari, quello (altissimo) per la barca, le spese straordinarie per la gestione e manutenzione della barca e quelle ordinarie per il mantenimento della famiglia?. Un consiglio-invito al segretario della Quercia viene da Michelangelo Martelli: Abbia il coraggio di mandare a casa l’appassionatissimo skipper D’Alema che pensa più alla sua barca che alla politica…). Alberto Diaspro, ripensando al vecchio partito della falce e martello, sostiene che un po’ di ripetizioni gioverebbero ai rampanti dell’ex Pci,lamentando che la grande lezione morale di Berlinguer, purtroppo, non è stata recepita da tutti. Più drastico il militante Pasqualino Messina: Via D’Alema e quelli come lui dallo schieramento di sinistra. E’ rivolta piena, insomma, nel primo partito della opposizione: tra militanti e simpatizzanti di oggi, che si servono di internet per esprimere le loro proteste, ed i vecchi tesserati del Pci di Berlinguer che temono, con il dissolvimento della “questione morale”, la fine di una utopia durata mezzo secolo. Ma i timori, è chiaro, non sono e non possono essere limitati alla Quercia di Piero Fassino. E’ l’intera coalizione delle sinistre-Ulivo che traballa. Con la credibilità, rischiamo di perdere anche le elezioni, dice Cesare Salvi, leader del “Correntone” Ds, che ha già avuto il coraggio, l’estate scorsa, di denunziare sperperi, pateracchi e follie amministrative di Regioni, Provincia e Comuni delle sinistre-Ulivo. Certo, i rischi ci sono: perché il “bel giocattolo” nelle mani del Prodi si è ormai rotto, definitivamente, e nessuno potrà mai rimetterlo in sesto. “La questione morale”, spiegano i politologi non di sinistra, è soltanto la punta di un iceberg che vien fuori dal ghiacciaio di una coalizione dove, su undici partiti, gruppi e gruppuscoli, è difficile se non impossibile trovarne due o tre che la pensino alla stesso modo; e non si riesce a capire come il prof. Prodi possa tentare di metterli d’accordo. Con un Prodi, bisogna dire, che viene interpellato da tutti e su tutto e non riesce a dare una risposta seria e concreta su nulla, sicché tutto resta come prima, nel caos più assoluto e preoccupante. L’ultima preoccupazione a Prodi (in ordine di tempo) è arrivata dal Bertinotti segretario di Rifondazione comunista che nel 1998 lo buttò fuori da Palazzo Chigi senza pensarci due volte. Dopo aver ascoltato il discorso di fine anno del presidente della Repubblica, il leader dell’estrema sinistra, in perfetta sintonia con i Cossutta ed i Diliberto del Partito dei comunisti italiani ed il verde Pecoraro Scanio, ha espresso all’indirizzo di Carlo Azeglio Ciampi una vibrata protesta, per aver voluto precisare il capo dello Stato che i soldati italiani sono andati in Iraq quando la guerra era finita, in missione di pace non di guerra. No, a sentire i rappresentanti della estrema sinistra italiana, non doveva dirle quelle cose, il presidente Ciampi. Loro volevano, pretendevano che confermasse per filo e per segno, almeno fino alle elezioni del 9 aprile, le menzogne che con il neo compagno Prodi ripetono da anni, e cioè che il guerrafondaio Berlusconi è stato alleato di Bush e Tony Blair nella guerra all’Iraq. Siamo al paradosso, al grottesco, purtroppo. Per la grande utopia della questione morale, che è stata per mezzo secolo fiore all’occhiello dei vecchi leader comunisti italiani e della quale i furbetti delle finanza rossa si sono sempre fatti beffa, e per gli stravaganti e dissennati diktat che la pittoresca e tumultuosa armata Brancaleone messa su dal vecchio capitano di lungo corso Romano Prodi avrebbe voluto e vorrebbe imporre ad un galantuomo vecchio stampo come Ciampi, obbligandolo a uniformarsi alle loro mistificazioni, alle loro menzogne. Ha risposto con grande serietà, onestà e dignità, il capo dello Stato: nel rispetto assoluto della verità, come impongono le regole delle libertà democratiche che quei signori sconoscono. La verità (sui militari italiani che in Iraq sono andati a guerra finita in missione di pace) è quella delle persone serie, che i nostri figli leggeranno nei libri di storia. Le cose che dicono Prodi e compagni non entreranno mai nei libri di storia, destinate come sono alla pattumiera della storia. Gaetano Saglimbeni

n° 45
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