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Umberto Bossi contro le schede elettorali

Il leader della Lega Nord si dichiara pronto a prendere le armi se non saranno stampate nuove schede elettorali, perché con quelle attuali c'è il rischio di errori

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siete sempre voi i malvagi venerdì, 11 aprile 2008

la SINISTRA sinonimo di Brogli elettorali

Cospirativismo a sinistra sui brogli elettorali: l'analisi di Orsina
di Giovanni Orsina

Gli mancava proprio, al nostro povero paese, una bella cagnara sui brogli elettorali. Come se non avessimo già abbastanza guai, e ci servisse il doppio danno che verrà da questa vicenda. Il danno derivante dal colpo ulteriore inferto alle istituzioni pubbliche, ossia a quell’insieme di organismi e procedure che tutte le forze politiche dovrebbero accettare e soprattutto di cui l’intero paese dovrebbe fidarsi. E il danno derivante dal fatto che quel colpo è stato inferto sul terreno delicatissimo dei processi elettorali, sulla cui attendibilità si fonda la legittimità del nostro regime democratico.

La denuncia dei presunti brogli informatici che sarebbero avvenuti al Ministero dell’Interno nella notte fra il 10 e l’11 aprile, mossa dall’ormai noto film «Uccidete la democrazia!» di Deaglio e Cremagnani, appartiene a un genere politico antico e pernicioso: quello cospirativistico. Un genere fondato sulla convinzione che il potere sia conseguito e conservato ricorrendo a strumenti occulti e malvagi, tali che la realtà percepita dagli osservatori esterni – ossia dalle vittime di quel potere – altro non sia che una rappresentazione teatrale: una mera finzione destinata a gabbare i moltissimi gonzi, coprendo gli ingranaggi politici veri, che sono in pochissimi a far girare.

Ora, non è che questo sia un genere soltanto italiano. Tutt’altro. In epoca contemporanea, l’archetipo di ogni teoria cospirativistica è con ogni probabilità un bestseller internazionale come i «Protocolli dei savi anziani di Sion»: un documento totalmente fasullo, uscito più d’un secolo fa, che avrebbe dovuto dimostrare l’esistenza di una cospirazione giudaico-massonica finalizzata alla conquista del mondo. Mentre l’ultimo e più illustre esempio è ovviamente rappresentato dalle «teorie alternative» sull’attentato dell’11 settembre: un avvenimento che ha tutte le caratteristiche, ma proprio tutte, necessarie a scatenare le più accese fantasie dietrologiche.

Fantasie che debbono rispondere a una qualche esigenza psicologica diffusa, se destano tanto interesse e incontrano un così ampio successo mediatico. Chissà, forse l’ostilità che gli uomini qualunque nutrono innata verso i potenti. Oppure una diffusa riluttanza ad accettare il «disincantamento del mondo»: la convinzione che dietro ogni evento debba esservi una volontà, che a tirare ogni filo sia un grande vecchio immenso nell’astuzia così come nella perfidia. Fantasie, d’altra parte, che prosperano soprattutto nel ricco brodo ideologico formatosi alla fine della guerra fredda, in cui si sono riversati molti dei temi caratteristici dello scontro pluridecennale fra Occidente e comunismo, primo fra tutti l’antiamericanismo.

Proprio perché il nostro paese nel brodo ideologico della guerra fredda c’è sguazzato a lungo, e ne porta ancora addosso tracce consistenti, se è vero che il cospirativismo esiste ovunque, è vero pure che in Italia ne abbiamo in discreta abbondanza. Non per caso, nel loro film Cremagnani e Deaglio ripartono da Portella della Ginestra, riconnettendo – anche grazie al tramite improbabile di un giornalista americano ultranovantenne (a proposito di «grande vecchio»…) – la presunta cospirazione informatica berlusconiana a un cinquantennio di cospirazioni altrettanto presunte, che avrebbero reso fittizia la nostra repubblica. «Uccidete la democrazia!» si inserisce così in un filone cospirativistico, in questo caso tutto italiano, le cui ascendenze ideologiche vanno ricercate in certo antifascismo radicale: quello che per meglio combattere la Democrazia cristiana negava che il regime da essa governato fosse democratico, assimilandolo piuttosto alla dittatura mussoliniana. Un filone poi non troppo minoritario, considerato che entro i suoi argini ha navigato molto spesso anche il Partito comunista, pentendosene poi, segnatamente nei cinquantacinque giorni del rapimento Moro. E un filone che, defunta la Dc, ha riciclato infine tutto il proprio impolverato arsenale ideologico in chiave antiberlusconiana.

Delle presunte cospirazioni progettate e attuate nel corso dei decenni repubblicani gli storici non è che abbiano poi trovato grandi prove. Studiosi stimati, per altro spesso presenti sulle pagine di questo giornale, come Piero Craveri e Giovanni Sabbatucci hanno criticato in maniera rigorosa alcune delle tesi cospirativistiche più diffuse. Altri ricercatori danno a quelle teorie maggior credito, ma pochissimi negherebbero che, con tutti i suoi difettacci, la repubblica italiana sia stata una democrazia. L’ipotesi cospirativa di Deaglio e Cremagnani ha tutta l’aria di essere ancora più inconsistente di quelle che l’hanno preceduta, se non altro perché in Italia non spetta al potere esecutivo certificare ufficialmente i dati elettorali, ma a quello giudiziario. Messe sotto accusa, le istituzioni italiane sembra intendano dissipare ogni dubbio, e forse a questo punto è bene che sia così. Quando però i dubbi saranno stati dissipati, come credo avverrà, non sarebbe male se il paese facesse tesoro di questa lezione. Rivolgendo il proprio scetticismo non soltanto contro i potenti, ma anche contro chi li immagina perennemente intenti a tessere trame oscure e inique.

n° 17
siete sempre voi i malvagi venerdì, 11 aprile 2008

Re: la DESTRA sinonimo di Brogli elettorali

L'infiltrazione neofascista delle curve - I parte 1995-2000 ·
L’INFILTRAZIONE NEOFASCISTA DELLE CURVE – I parte: 1995-2000

di Ugo Maria Tassinari* Italia-germania43.jpg



È proprio il movimento ultrà l’altro luogo di riaggregazione dei naziskin, anche se forse è più semplice parlare di un gruppo umano polimorfo, le cui vicende si intrecciano tra violenza politica, devianza sociale e criminalità comune. Pochi giorni prima del fermo del leader dei naziskin per l’attacchinaggio pro Priebke, il pm di Brescia Paola De Martiis aveva concluso l’inchiesta per il raid squadristico al margine dell’incontro calcisticio Brescia–Roma del 20 novembre 1994, segnata da ben 19 arresti, chiedendo il rinvio a giudizio di “Boccacci+26” per reati che comportano pene fino a un massimo di 15 anni e che vanno dall’apologia di fascismo alle lesioni gravissime e alla resistenza aggravata, dalla detenzione e dal porto d’arma all’attentato alla pubblica sicurezza.

La maggior parte degli elementi di prova a carico degli ultrà è costituita da fotografie e riprese televisive, che l’accusa usa con criterio estensivo: ogni partecipante all’assalto è stato ritenuto ugualmente responsabile senza valutare il grado di effettiva partecipazione. Il saluto romano, gli inni cantati, lo schieramento a falange non appena la banda è scesa dal pullman costituiscono per il pm manifestazioni usuali del disciolto partito fascista. Un’applicazione estensiva di questa valutazione giuridica porterebbe a denunciare ogni domenica alcune decine di migliaia di persone per violazione della legge Scelba. gpboniperti.jpgL’intero comando della spedizione punitiva, programmata da mesi, è costituito da militanti neofascisti: con Maurizio Boccacci figurano Alfredo Quondamstefano, Corrado Ovidi, Paolo Consorti, Massimiliano D’Alessandro e Giuseppe Meloni. Quest’ultimo, con Luca Alberti, Armando Sagrestani (un altro candidato di AN alle elezioni circoscrizionali, accusato di aver portato le armi a Brescia) e Daniele De Santis sono considerati responsabili dell’accoltellamento del vicequestore Selmin. Due di questi, Meloni e D’Alessandro, sono riconosciuti come leader di una “ciurma” ultrà, l’Opposta fazione, un centinaio di “duri e puri”, slogan preferito “meno calcio e più calci”. Meloni detto “pinuccio la rana” ha trentun anni e un passato militante. Ex consigliere circoscrizionale del MSI nel centro storico, supervotato ma costretto a dimettersi per i precedenti di violenza politica. Opposta fazione fa base nella sua pizzeria al Tiburtino, “Mezzanotte e dintorni” da cui parte la spedizione punitiva, condotta da lui e Boccacci. Accusato di aver accoltellato Selmin nega e rivendica l’amicizia con il sottosegretario agli Interni Gasparri (che due anni prima aveva organizzato il convegno Una patria chiamata curva). A Radio Incontro Bruno Ripepi detto “il comandante” il giorno dopo gli scontri di Brescia informa gli ultrà che “Pinuccio la rana” è stato ferito alla testa con 30 punti di sutura. Quando la magistratura allarga l’indagine ai rapporti tra società e capi ultrà il centravanti Andrea Carnevale racconta che la sua presenza a Trigoria era abituale. Massimiliano D’Alessandro, detto “er polpetta”, ha 25 anni ed è un ex di MP. Tra i suoi precedenti una rissa allo stadio nel 1990 ma anche l’arresto nel 1994 per diverse rapine col taglierino a banche e uffici postali. Lo accusano di aver bastonato per primo Selmin. Nega di essere fascista e di avere partecipato agli scontri. Si difende: sono cardiopatico. Giuseppe Meloni quando si è sposato ha rinunciato alla militanza politica ma non alla leadership di Opposta fazione. Le prime condanne per il raid di Brescia arrivano nel marzo 1996: Armando Sagrestani (20 mesi) Alfonso Argentino (18 mesi) Luigi Falchi (un anno) patteggiano la pena e godono di un sostanzioso sconto, visti i capi di imputazione (lesioni, resistenza, detenzione di armi ed esplosivo ma anche apologia di fascismo). Un mese dopo due giovanissimi tifosi calabresi della Juve sono accoltellati dopo la partita da quattro ultrà giallorossi, all’uscita della curva Nord.
La repressione non piega gli irriducibili ultrà giallorossi che – del tutto indifferenti alle ragioni del tifo anche più esasperato – si distinguono nei festeggiamenti per la promozione del Bologna partecipando a un raid nel capoluogo emiliano che si conclude con l’accoltellamento di un algerino e l’aggressione di altri otto extracomunitari e di un italiano. Sono 11 i bolognesi arrestati per tentato omicidio e lesioni aggravate da motivi razzisti. Allo stadio spicca uno striscione giallorosso, marchiato con un simbolo di destra: Una grande amicizia, un grande ritorno: onore. Dopo la partita si scatena la caccia al nero. La vittima più grave, Jachine Sabi, 26 anni, aveva la bandiera rossoblù addosso: un rene bucato da una coltellata, la faccia gonfia di botte. L’esistenza di un piano preordinato è evidente: le aggressioni ai danni degli extracomunitari si consumano in quattro distinti punti della città. L’allenatore del Bologna Ulivieri, fama di rosso, un milione donato ai carabinieri per risarcire un auto sfasciata dagli ultrà sbotta: «Meglio chiudere la curva». A fine luglio scattano le manette per quattro ultras di Opposta fazione: Giulio Moretti, 23 anni, figlio di un ingegnere con lussuosissima casa, il già noto Corradetti, Fabio “Sudo” Giglio, disoccupato di 25 anni, Roberto “Robertino” Fuligni, barista di 28 anni. Nel corso delle perquisizioni sono sequestrati fumogeni, bombe carte e pallottole calibro 9. I quattro erano già stati coinvolti nelle indagini sul raid di Brescia e membri di Opposta fazione erano stati identificati dalla polizia in occasione della partita Bologna– Brescia, a conferma di una organica alleanza con i Mods emiliani, un’altra banda di ultras fascisteggianti e di un conto aperto con i bresciani. La curva bolognese è un’altra tifoseria con una spiccata attitudine violenta: quando alla tradizionale carica data dai derby si aggiunge l’odio politico per gli ultrà rivali, la miscela esplode. E’ il caso dei rapporti con i modenesi, uno dei pochi club in cui il tifo è ancora egemonizzato dagli “autonomi”. Gravissimi gli scontri nel derby dell’aprile 1995, in serie C: gli ultrà calano su Modena in assetto di guerra. Alle 11 i Mods assaltano il centro sociale 22 aprile, nei pressi dello stadio: una rissa che coinvolge 100 persone ed è già finita quando arriva la polizia «Cretini, fascisti e cretini – commentano i giovani autonomi – Tutte le volte la stessa cosa. I bolognesi vengono prima per fare a botte. Ma stamattina sono arrivati con le spranghe e i coltelli. Ci hanno sparato con le pistole lanciarazzi, tirato i sassi e le pile. Che cosa volessero non si sa. Il Bologna è oltretutto già in B». I modenesi non si limitano al lamento ma replicano attaccando il corteo dei bolognesi arrivati con il treno delle 15, nonostante le forze dell’ordine abbiano mobilitato un uomo per ogni dieci spettatori (240 contro 2500, compresi vecchi e bambini: è come se per il derby romano si schierassero 7–8mila agenti). Bilancio finale: due poliziotti feriti, 5 ultrà finiti in ospedale e 8 arrestati (tre minorenni denunciati) per la solita sfilza di reati da scontro di piazza. Per tutti scatta il divieto per due anni di frequentare gli stadi. Lungo è anche il contenzioso con la tifoseria fiorentina, considerata “rossa”, da quando un lancio di molotov contro il treno, all’ingresso della stazione di Firenze, ridusse in fin di vita un quatordicenne bolognese, Ivan Dell’Olio, nel giugno 1989. Nell’ottobre 1996 il presidente del Bologna, Giuseppe Gazzoni Frasca, confortato dal presidente di AN, Gianfranco Fini, tifoso rossoblù, protesta con la polizia: come mai nello stadio blindato gli ultrà viola in trasferta hanno potuto introdurre e lanciare una decina di razzi contro la curva rossoblù dopo il gol di Batistuta? Il questore parla di razzi folcloristici ma una dozzina di spettatori finiscono in ospedale feriti da oggetti lanciati e alcuni tifosi fiorentini sono denunciati per porto di mazze e coltelli. Nel giugno 1995 il collettivo autonomo viola Valdarno, 17 ultrà tra i 20 e i 29 anni, operai e disoccupati, sono denunciati per associazione a delinquere. Il disegno criminoso unitario si era manifestato in una lunga catena di episodi: incidenti fuori e dentro lo stadio, l’incendio dell’auto di un calciatore, la lettera di condanna a morte a un ultrà juventino, una rissa selvaggia nel grill di Montepulciano, in 50 contro una trentina di romanisti. I pullman viaggiavano su corsie opposte e il luogo dello scontro è la galleria prensile che congiunge le due stazioni di servizio. La maxirissa è registrata dall’impianto di sicurezza. Sei i romanisti leggermente feriti, fermati tutti i partecipanti: e per i tifosi viola salta la trasferta a Foggia. Nel marzo 1996 il pm Fleury ordina un’altra serie di perquisizioni nelle sedi di Collettivo viola e di Viola korps. A un ultrà di San Giovanni Valdarno è sequestrato un machete. La fama di sinistra non preclude una forte pulsione securitaria: nel marzo 1996 due spacciatori sorpresi in servizio sotto la curva, alla fine di Fiorentina– Sampdoria, sono pestati a sangue. Uno, italiano, aveva appena scontato il divieto di accesso allo stadio: col socio libanese chiede soccorso alle volanti ma i giustizieri circondano i poliziotti per continuare il pestaggio. L’attitudine violenta dei tifosi viola sarà punita con cattiveria dagli ultrà della Salernitana, nell’ottobre 1998: inferociti dai pestaggi subiti a Firenze dopo una partita senza storia (finita 4 a 0 per la Fiorentina) approfittano di una clamorosa svista regolamentare per vendicarsi. A brevissima distanza dagli incidenti, infatti, è previsto che la Fiorentina, campo squalificato per le intemperanze dei tifosi, giochi la partita di ritorno di Coppa Uefa a Salerno. La sede non può essere cambiata nonostante gli evidenti rischi di ordine pubblico. L’esito agonistico è scontato: la squadra toscana ha già vinto in Svizzera e conduce alla fine del primo tempo ma il lancio dal settore dei tifosi locali di una bomba carta contro il quarto uomo determina la perdita della partita a tavolino e la beffarda eliminazione dei viola, puniti da un’interpretazione ottusamente letterale del principio della responsabilità oggettiva del club ospitante. La polizia, sotto accusa per gli insufficienti controlli, individua dai filmati 5 presunti responsabili, entrati allo stadio forzando il varco disabili e denuncia un parcheggiatore abusivo di 24 anni, senza precedenti penali. Il questore si giustifica: avevamo disposto gli agenti per scongiurare risse tra ultrà (e infatti ai viola erano stati sequestrati coltelli, bastoni e uno striscione offensivo: Ma che gemellaggio, terroni di merda e non sono mancate scaramucce, con 4 salernitani feriti). Pochi giorni dopo, riconosciuto in fotografia, è arrestato un liceale diciottenne, Antonio Avossa: si difende sostenendo che lui non è mancino, come il lanciatore e che poi l’ordigno è stato scagliato dall’anello superiore della tribuna, cinque o sei metri più in alto di dove si trovava con i suoi amici.
E sono proprio quattro ragazzi salernitani le ultime vittime della follia che accompagna il calcio e che non è riduci. Morti carbonizzati, all’alba di lunedì 24 maggio 1999, nel rogo del vagone del treno che li riporta a Salerno dopo la sconfitta di Piacenza, che ha deciso la retrocessione in serie B. Probabilmente nelle menti di qualcuno c’è un orrido piano: incendiare tutto il treno a pochi metri dalla stazione di Salerno, per emulare gli ultrà laziali, autori di un simile attentato una settimana fa, nella stazione di Campo di Marte a Firenze. C’erano già stati morti di trasferta in circostanze analoghe, due ragazzini, ai primordi del movimento ultrà. Entrambi vittime di giochi pericolosi, per alleviare la noia del ritorno, quando l’adrenalina e le “sostanze” per tenersi su sono finite: il 21 marzo 1982 nei pressi di Civita Castellana un petardo aveva causato l’incendio di un vagone del treno Milano-Roma carico di tifosi dl ritorno dalla partita Bologna-Roma. Nell’incendio Andrea Vitone, 14 anni, muore per soffocamento. Il 13 aprile 1986 ancora un tifoso della Roma, Paolo Saroli, di 16 anni, è carbonizzato nell’incendio di un vagone del treno Pisa-Roma, anche questo provocato dall’esplosione di un petardo. Alla stazione di Piacenza c’è ressa. La polizia riesce a dirottare 200 esagitati su un treno verso Sud, gli altri però restano sui marciapiedi, guardati a vista dagli agenti. E’ allestito un convoglio speciale con undici vagoni. Salgono tutti senza biglietto e molti sono costretti a viaggiare nel corridoio. Ci sono solo una dozzina di poliziotti a fare da scorta armata. Dagli zaini iniziano a spuntare pietre, razzi, qualche spinello. L’età media è sui diciotto anni, ma c’è chi non raggiunge i sedici. Tra i molti studenti c’è anche qualcuno che lavora già. A Bologna sno aggiunti altri cinque vagoni per evitare il sovraffollamento ma la ciurma ormai è scatenata e semina il terrore in quasi tutte le stazioni. Pietre contro i treni in transito, stazioni (come quelle di Firenze e Prato) devastate dai teppisti. Ad ogni fermata scattano i controlli della Polfer, ma si continua così per tutta la notte. All’alba si contano i danni e si arriva in Campania. Ancora scaramucce a Napoli, nella stazione dei Campi Flegrei, e quindi a Torre Annunziata. Poi l’arrivo a Nocera Inferiore, intorno alle 6,50. Qui succede di tutto, con due donne che vengono ferite mentre si trovano a bordo delle proprie auto, ferme ad un passaggio a livello. Volano pietre, bottiglie ed anche qualche sciacquone, divelto dai wc delle carrozze. I poliziotti tentano di far scendere dal treno i più facinorosi per identificarli ma ogni tentativo di stanarli è impossibile. Dopo un’ora di nuovo tutti a bordo, si entra nel tunnel della morte. Dalla quinta carrozza si sprigiona una fiamma. Il fumo acre avvolge tutto il convoglio, c’è chi tira il freno d’emergenza. Il macchinista capisce il dramma e riesce a portare il treno fuori dalla galleria. Ma per Simone Vitale, di 21 anni, giocatore della squadra di A2 di pallanuoto Rari Nantes Salerno, Vincenzo Lioi di 15 anni, Giuseppe Diodato, di 23 anni, e Ciro Alfieri, 16 anni, è già troppo tardi. I loro corpi sono già carbonizzati, li ha soffocati il fumo mentre dormivano rannicchiati in uno scompartimento zeppo di gente. Scatta l’allarme lungo tutta la linea, le fiamme sono alte cinque metri: le lingue di fuoco avvolgono i 1500 ragazzi che fuggono, arrancando tra i binari, tendendo mani verso qualcuno che non c’è. Scatta la caccia ai responsabili: l’accusa è di omicidio. L’inchiesta si risolve in una decina di giorni. Sarà una maglietta nera, una Nike, a tradire Raffaele Grillo, l’incendiario che girava come un forsennato per la carrozza numero cinque. Lo incastrano alcuni testimoni oculari, come il teste Alfa, uno dei nove feriti nel vagone della morte, o S.N., altro giovane salernitano. La maglietta nera è trovata dagli inquirenti a casa di Grillo il giorno dell’arresto. Un indumento cercato dagli stessi investigatori: gli incendiari erano stati visti con abbigliamento sportivo. Son quattro in tutto gli arrestati: Grillo, Massimo Iannone, e due minorenni L.M. e V.N. Le indagini partono da una videocassetta della polizia scientifica: le forze dell’ordine, infatti, aspettavano il convoglio ferroviario alla stazione con tanto di videocamera per riprendere e identificare i tifosi più facinorosi. rivabonimba2.jpgUtilissima la deposizione di S.N. che ha dichiarato di aver visto «personalmente un ragazzo appiccare il fuoco prima nel bagno e poi nella cabina al centro del vagone del treno», fornendo anche un identikit di Raffaele Grillo: «un tipo biondino, con i capelli rasati e la maglietta nera». S.N. era sul quinto vagone, nella stessa cabina dove erano altri ragazzi feriti, Andrea, Oreste e Gianluca. Lo stesso S.N. in una dichiarazione successiva, presentatosi spontaneamente, racconta una storia particolare: recatosi in ospedale a trovare il testimone Alfa (quello che accusa i quattro) si ritrova con lui su tutti i passaggi avvenuti in quei drammatici momenti. I due ragazzi però riferiscono ai giudici due versioni totalmente differenti. Da una parte S.N. dice di aver visto soltanto due ragazzi appiccare il fuoco, vale a dire Raffaele Grillo e Giuseppe Diodato, una delle quattro vittime. Dall’altra c’è Alfa che dice di conoscere personalmente tre dei quattro arrestati (e dell’ultimo, V.N. descrive un particolare riscontrato, 4 o 5 nei in faccia) e di averli visti nel corridoio della carrozza «con una matassa di carte e un accendino tenuto da Raffaele mentre gli altri reggevano pezzi di spugna e altro materiale infiammabile». Il bagno incendiato è quello della carrozza successiva alla sua: non ha visto direttamente il gruppo appiccare il fuoco, ma ne ha percepito distintamente le presenza e l’azione mentre tornano sui propri passi per appiccare il fuoco nella parte centrale del vagone. Raffaele Grillo dà ogni colpa a Giuseppe Diodato, riferendo che erano presenti anche Vincenio Lioi e Ciro Alfieri, vale a dire tre delle quattro vittime. Massimo Iannone, da parte sua, dice di essere rimasto da Nocera Inferiore a Salerno nel quarto vagone e di essersi reso conto delle fiamme affacciandosi dal finestrino. Dichiarazioni smentite dai due minorenni. V.N. ha riferito di trovarsi nella terza carrozza: «Tra il mio vagone e quello incendiato ce n’era un altro».
La violenza degli ultrà e la leadership esercitata in numerose tifoserie da militanti neofascisti non sono riconducibili a un disegno strategico o alla ricerca a tavolino di una massa di manovra. Sono autentici tifosi romanisti e leader riconosciuti dei Feddayn, due ex leader del Fuan come Guido Zappavigna e Mario Corsi che si sono fatti anni di carcere per i NAR (il primo prosciolto in istruttoria, il secondo condannato per reati minori e assolto dall’accusa di omicidio del militante del Pci Ivo Zini) ma anche Bruno Petrella consigliere provinciale di AN e vicepresidente della quarta circoscrizione, uno dei protagonisti del comitato di difesa di Valerio e Francesca per la strage di Bologna (sarà lui a consegnare la loro lettera al Papa). Nell’autunno 1996 la magistratura romana presenta il conto a Corsi e alla sua banda. Una prima raffica di 7 arresti scatta a fine settembre: per le pressioni e le violenze esercitate per assicurarsi ingressi di favore allo stadio e trasferte pagate, sotto la minaccia di scatenare disordini in curva e danneggiare così la società. Un mese dopo per 4 leader ultrà scatta un nuovo arresto (domiciliare), per i ricatti, le botte e le minacce ai cronisti del calcio, costretti talvolta a firmare articoli sotto falso nome per paura di rappresaglie: Corsi, Fabrizio “er Mortadella” Carroccia, 26 anni, Giuseppe “Peppone” De Vivo, 36 anni, leader di Frangia ostile, già sospettato per il raid di Brescia, Fabio “er Mafia”, Mazzei, 33 anni. Guglielmo “Willy” Criserà, già in libertà vigilata, si vede interdetto per un anno l’accesso alle manifestazioni sportive. Gli episodi contestati sono numerosi: il blitz a Tele Roma Europa nel gennaio 1993, dove la presenza in video di De Vivo e Criserà è imposta minacciando di sfasciare tutto, telefonate minatorie alle redazioni di Radio Incontro, Radio Radio, Tolk Radio e Spazio Aperto, un’irruzione nel gennaio 1996 a Radio Radio per imporre la messa in onda di un comunicato registrato con pesanti accuse a un cronista del Messaggero (Corsi, Carroccia e Criserà), il lancio in aria per tre volte di un radiocronista tra insulti, sputi, pugni e slogan fascisti durante il derby di febbraio 1996, l’ordine agli addetti di aprire i cancelli della tribuna Monte Mario durante Roma–Torino per fare entrare gratis una pattuglia di una ventina di ultras (Mazzei), un capannello minaccioso in tribuna stampa il 12 maggio 1996, dove nonostante la vittoria sull’Inter “er Mortadella” insulta il presidente Sensi, gli insulti contro un giornalista dell’Unità (aveva fatto un’inchiesta sui giri di hashish e di prostituzione minorile in curva, nella zona controllata dai Boys, gli dedicano uno striscione: Tua sorella è qui con noi). Il giornalista aveva raccontato così l’approccio con una delle ragazzine («giovani, giovanissime, potrebbero avere 15, 16 anni… sono vestite alla moda, il look è quello della ragazze che frequentano lo stadio, due sono truccatissime, la terza per niente: esitiamo, a metà delle scale. Troppo. Perché quasi subito appare un gigante con la faccia da bambino (avrà al massimo 18 anni, proprio a esagerare) ma i modi da duro, alla vita è cinto da una bandiera della Roma arrotolata: con lui c’è un piccoletto avvolto in una sciarpa giallorossa e i capelli a spazzola. “Che caz…fai? Se voi anna’ colle ragazzine, devi pagà, scegli chi ti piace, caccia i soldi e te le porti ar cesso. Sennò vaff… e gira al largo”. L’invito eloquente è del minaccioso piccoletto. L’altro resta lì in silenzio»). Ad ogni modo, il cronista aveva avuto il tempo di contare, prima dell’incidente, una decina di “marchette” in mezz’ora. Le radio dei tifosi smentiscono la Digos: per l’editore di Radio Radio gli ultras chiesero di partecipare a un dibattito e lo ottennero pacificamente, sulla stessa linea Tele Roma Europa: anzi, il conduttore ebbe persino il premio Cuore di curva.
Dalla curva nerazzurra di San Siro, dai Boys SAN, proviene il gruppo dirigente di Azione Skinhead, nata come organizzazione dalla fusione, alla fine degli anni ’80, tra una sparuta pattuglia di fedelissimi dello stile skin, sopravvissuti a una decennale selezione naturale e le truppe fresche degli ultrà. Le fedine penali e le vicende dei più facinorosi permettono di individuare una vasta gamma di nemici ma anche esiti umani assai variegati. Paolo Coliva, detto “l’armiere”, è arrestato nel marzo 1990 insieme ad altri due boys, Massimiliano Bergomi e Adone Gagliardi, per il pestaggio di due extracomunitari a Varese. Nove mesi dopo i primi due tornano in galera per aver accoltellato durante un attacchinaggio un “leoncavallino”. Si fanno più di un anno di carcere e all’uscita escono dal giro. Franco Caravita, altro leader storico dei Boys, rifiuta la scelta neofascista: inquisito nel 1983 per l’accoltellamento di un tifoso austriaco in un incontro di Coppa, al convegno degli ultrà dopo l’uccisione del tifoso genoano “Spagna” a Marassi è contestato per le sue posizioni pacifiste. Garante dell’armistizio che dal 1983 ha assicurato la fine delle violenze nel derby, ha finito per mettersi in affari con l’amico nemico rossonero, Giancarlo Capelli, leader delle Brigate: per anni gestiscono in società la Bottega del tifo. Erano skin duri e puri il manipolo di interisti responsabili della morte di un tifoso ascolano nel novembre 1988, Nazareno Filippini, ucciso da un calcio alla nuca. All’epoca dei fatti la stampa dà gran risalto alla figura imponente di “Metallica”, muscoli ipertrofici e testa pelata, considerato il capo della banda. Poi, con l’ingrossarsi del fascicolo di polizia, ha preso rilievo la figura del più giovane del commando. “Nino” Ceccarelli, nato a Pescara nel 1969, cresciuto a Quarto Oggiaro. Primo arresto a 19 anni, a Como, per armi improprie. Incarcerato per l’omicidio di Ascoli, se la cava con una condanna per rissa. Leader dei Viking, un’altra banda di estrema destra, “Nino” manifesta un temperamento violento anche fuori degli stadi. Nel febbraio 1990 è arrestato per il tentato omicidio di un “pusher” libanese di hascisc: gli ha bucato un polmone. Nel dicembre 1994 è lui ad essere accoltellato fuori una discoteca. Tre mesi dopo, il 5 marzo, è arrestato con due coltelli nei pressi dei pullman dei tifosi juventini a San Siro: qualcuno vede la lama e chiama la polizia. Gli era scaduto da poco il divieto di accesso allo stadio. Nel novembre 1997, mentre è già detenuto per altri reati, gli arriva un ordine di cattura per lo spaccio di hashish sulle gradinate di San Siro. A tirare le fila un boss calabrese, Vittorio Boiocchi, arrestato in un blitz antindrangheta. Al suo servizio altri ultrà: “Metallica”, ovvero Marcello Ferrazzi, e un altro leader dei Boys, Mario Serafini, 28 anni, titolare di un’agenzia di servizi di sicurezza per manifestazioni sportive e artistiche. A casa di Cristian Scalari, 22 anni, di Cinisello Balsamo, la polizia trova 7 chili di hashish e un chilo e un quarto di marijuana. Secondo un pentito, l’organizzazione riforniva di cocaina numerosi locali notturni: gli altri tre arrestati nel blitz, non coinvolti nel giro ultrà, avrebbero curato questo settore, smerciando almeno 3 chili di polvere. Non è il primo caso: nel marzo 1993 un ultrà bresciano è arrestato per spaccio allo stadio, nel gennaio 1994 la polizia trova un chilo di hashish in un bar ritrovo delle Brigate rossonere, nel novembre 1994 lo scandalo delle “marchette” e dello spaccio nella curva dell’Olimpico.
Anche tra i tifosi juventini forte è la componente apertamente fascista: i Drughi (i teppisti di Arancia meccanica) si sciolgono per questioni di merchandising e sono ben presto rimpiazzati dai Fighters, con tanto di marchio commerciale registrato. I milanesi Mauro Cordisco, 22 anni, e Alberto Nai, 27 anni, ultrà al seguito della squadra, sono condannati a 4 mesi senza condizionale per il pestaggio il 17 maggio 1990 di due africani che telefonavano alla stazione di Genova Principe: il pretore concede la pena alternativa di 60 giorni di lavoro in una comunità di accoglienza della Caritas, un intelligente contrappasso. Anche i Viking vanno al Delle Alpi con le celtiche: nonostante gli striscioni contro i giornalisti in curva, i leader viaggiano gratis sull’aereo sociale e in passato sono stati assunti per il servizio d’ordine allo stadio.
Una curva tradizionalmente “nera” è quella di Verona. Nel 1986 l’intero gruppo dirigente delle Brigate gialloblù – quasi tutti militanti del Fronte – è denunciato per associazione a delinquere: è il primo caso. Saranno condannati in dodici nel 1990 e in vista del processo d’appello, nel novembre 1991 si autosciolgono: da allora non esistono più gruppi organizzati. Tra i leader storici della curva c’è il giovanissimo deputato Nicola Passetto (che già dai banchi del consiglio comunale si era fatto onore lanciando topi contro il sindaco) ma anche Fresa, uno degli animatori dei raduni skin di Ritorno a Camelot. Nella primavera 1995 per violazione della legge Mancino sono perquisiti una ventina di militanti e sono arrestati 7 dirigenti del Veneto Fronte Skinhead. Tra questi Alessandro Castorina, 25 anni, titolare di una boutique molto chic in centro, Francesco Guglielmo Mancini, 30 anni, di S. Bonifacio, fissato di bomber e tuta mimetica ma iscritto modello del CAI, Paolo Rinaldi, leader degli skin veronesi. I principali capi di imputazione: gli striscioni neonazisti durante la partita Italia– Uruguay, nel 1989 e una cena conviviale per il centenario della nascita di Hitler (il 18 aprile dello stesso anno). Il razzismo la curva gialloblù lo profonde a piene mani ogni volta che il Verona ospita il Napoli. Stanchi di insulti e di appelli al Vesuvio a risvegliarsi, gli ultrà azzurri risolvono la partita con uno striscione poetico: Giulietta è una zoccola. Nel maggio 1996 a finire agli arresti (domiciliari) è il trevigiano Alberto Lomastro, 29 anni, reduce dalla candidatura per la Fiamma alle elezioni politiche, precedenti penali per oltraggio, danneggiamenti e lesioni. Insieme ad altri ultrà del Verona, tra i quali il ventenne Juri Chiavenato, anche lui arrestato, è accusato di aver impiccato sugli spalti – in occasione del derby col Chievo, il 28 aprile – un manichino vestito da calciatore e col volto dipinto di nero, con un eloquente cartello appeso al collo: Negro go away. Non gli è servito dissociarsi dall’azione con i giornalisti: «Una goliardata, ma se fosse serio sarebbe un atteggiamento da condannare». Quel giorno in curva, tra le altre, spiccava la sciarpa gialloblù del sindaco, Manuela Sironi, di Forza Italia. Si difenderà: «Se mi fossi accorta di quelle scritte non sarei entrata e avrei ordinato di toglierle. Sono indignata perché per quattro idioti si sporca l’immagine della città». Dopo gli insulti in vari stadi a Ince, Desailly e Winter, l’episodio più grave di razzismo è un avvertimento alla società che aveva resa nota l’intenzione di acquistare un coloured olandese, Ferrier. Per l’occasione gli ultrà si erano bardati con cappucci e mantelli bianchi, a mo’ del Ku Klux Klan. Nelle perquisizioni di rito è recuperato il solito armamentario: bandiere naziste, svastiche, simboli delle SS, un coltello e una bomboletta di gas paralizzante. A ottobre ancora manette per i naziskin, per due aggressioni, una nei pressi dello stadio, nell’agosto 1995, l’altra in un bar cittadino, nel luglio 1996: tra gli arrestati ci sono ancora Mancini e Castorina. Il gip contesta la violazione del decreto Mancino sull’odio razziale ma si tratta di un regolamento di conti. I due sono condannati a un anno con Fabrizio Bazzerla (un altro imputato, incensurato, se la cava con 10 mesi) per aver aggredito due volte Enrico De Angelis, uscito dal gruppo naziskin veronese, e sua moglie Alessia Avesani, per ritorsioni dovute a disaccordi interni all’organizzazione. In molte città gli ultrà neofascisti alternano violenze da stadio e violenze politiche. Da Bari, dove l’imbianchino Biagio Gregorio, 20 anni, già interdetto dallo stadio per un anno è denunciato per lesioni e favoreggiamento nel pestaggio, nel gennaio del 1995 alla Taverna del Maltese, un ritrovo di sinistra, a Torino, dove un minorenne già denunciato per gli scontri allo stadio, è accusato per un assalto degli skin contro una scuola occupata, nell’autunno 1994. A Roma, dove la tifoseria tradizionalmente “nera” era quella della Lazio, che non esita a contestare come calciatore il fuoriclasse olandese Winter perché è “negro” (in realtà delle Indie occidentali, come Gullit o Rjkijard) ed “ebreo” (ha un nome biblico: Aaron). Così a Roma le comuni simpatie neofasciste non attenuano i toni in occasione del derby. Il 20 febbraio 1996 i romanisti attaccano con uno striscione: “Avete i colori degli ebrei”; la risposta è pronta: “e voi la puzza”. Significativo è l’elenco degli ultrà biancazzurri arrestati il 19 dicembre 1994 per gli scontri del derby. Roberto Amico ha 25 anni e precedenti vari per violenza e reati contro il patrimonio, politici e comuni. Massimiliano Butteroni, 24 anni, già denunciato per rapine, oltraggio e violenza a pubblico ufficiale, simpatizzante neofascista. Tre mesi dopo è di nuovo arrestato: ha accoltellato alle natiche 4 soldati prima della partita con la Juventus. Gli era vietato uscire di casa la domenica pomeriggio ma la Coppa Italia si gioca il mercoledì sera… Tra gli altri arrestati, un poliziotto 23enne in servizio alla squadra tecnica della Questura e un ultrà duro e puro (solo precedenti da stadio), spicca il nome di Marco Fanelli, 21 anni, precedenti vari per rissa, lesioni e violenze in incontri sportivi e militante di MP. Quattro ultrà di Latina, Andrea Castellucci, Antonio Di Silvio, Gianluca Lovello, sessant’anni in tre e Amadio Giordani, 32 anni, sono arrestati nello stesso mese per spaccio di stupefacenti. A casa sono sequestrate foto in cui sono immortalati mentre fanno il saluto romano in curva Nord. Le accuse: associazione a delinquere finalizzata allo spaccio, ricettazione e porto d’arma, resistenza e false generalità, aggravata da finalità politiche e razziali. A casa di Lovello sono sequestrati oggetti e simboli neonazisti e documenti di MP e Meridiano Zero. Dallo scantinato di via Domodossola alla curva Nord al marciapiede di una banca di periferia si consuma la tragedia del trasteverino Claudio Marsili, 32 anni, leader degli Irriducibili. Una sfilza di precedenti penali (risse, oltraggi, detenzione e spaccio di droga, reati vari contro il patrimonio) e politici (un arresto in un covo di naziskin tra svastiche, eroina e croci celtiche). E’ ucciso venerdì 11 gennaio 1998 dalla guardia giurata di una filiale della Cariplo. La domenica in curva Nord spunta uno striscione enorme: “Claudio per sempre nei nostri cuori”. Dal giorno dopo, come già per Kapplerino, comincia il pellegrinaggio militante, con le scritte che invocano vendetta (“Sangue chiama sangue”, “Metronotte assassino”, “Claudio vive”), i riti sul luogo della morte, le minacce e gli insulti al collega dell’”infame”. Infine il funerale: teso, commosso e aperto da uno striscione ancora più duro: Tre spari infami ci hanno tolto un amico.
La tragedia di Genova, il 29 gennaio 1995, l’uccisione dell’ultrà rossoblù Vincenzo “Spagna” Spagnolo, militante del Centro Sociale Zapata, fa giustizia di tanta facile sociologia della miseria e delle semplicistiche assimilazioni tra violenza degli ultrà e neofascismo militante. Il capo della banda, le Brigate rossonere due, di cui faceva parte il giovanissimo assassino, Simone Barbaglia è Carlo Giacominelli, 31 anni e una laurea in economia e commercio, detto il “chirurgo” per la precisione negli accoltellamenti al gluteo. Comincia nelle Brigate rossonere, notoriamente di sinistra. È pubblicamente schiaffeggiato per un ammanco di cassa. Vanta un arresto a Perugia nel 1983 per un accoltellamento e poi è coinvolto in una sparatoria per motivi di traffico. Nell’estate 1994 guida la scissione delle Brigate. Ai giudici si dichiara leghista. Alcuni testimoni lo hanno visto in prima linea, altri lo avrebbero sentito minacciare Barbaglia: guai a te se fai il mio nome. Anche per Simone non c’è nulla che autorizzi il corto circuito ultrà uguale fascisti. Nessun precedente politico, nessun riferimento iconografico o di look. La sua microbanda è nota come il gruppo del Barbour, il costoso giaccone griffato che è un must nei giri giovanili da discoteca. Un gruppo di pischelli che era andato a Genova armato di coltelli per guadagnare punti nel branco e così Simone finisce per ammazzare “Spagna” per paura, per inettitudine. Nell’assalto il giovane milanista si trova in prima fila, sguaina il coltello ma non lo usa e si limita a colpire con un pugno l’avversario che indietreggia terrorizzato. Parte la controcarica dei genoani e il gruppo dei milanisti si ritira. Simone è attardato e tira di nuovo fuori il coltello ma il militante autonomo non si fa spaventare e tenta di disarmare Simone, che lo colpisce allo stomaco, uccidendolo. Racconterà ai giudici: «A quel punto potevo fare due cose: o continuare a scappare col mio coltello verso la curva sud, come stavano facendo molti altri del gruppo, oppure fermarmi anch’io vicino a Carlo e tirare nuovamente fuori il coltello. L’idea di farmi vedere da Carlo scappare e di dimostrargli che non avevo abbastanza coraggio per imitarlo mi era insopportabile, sarebbe stato umiliante per me». Le indagini partono a vasto raggio, ma dopo una decina di arresti il cerino acceso resta in mano al solo Simone, scaricato subito dai compagni di tifo. Trenta dei 34 imputati per rissa al processo chiedono il patteggiamento. Simone in primo grado se la cava con una condanna a 11 anni di carcere – e la concessione degli arresti domiciliari dopo 17 mesi di carcere – ma in appello la Corte riconosce l’aggravante del futile motivo e rimanda indietro il processo. Nel secondo processo il pm nega ancora l’esistenza dei futili motivi ma la corte è di diverso avviso e così nel luglio 1999 lo condanna a 16 anni e mezzo, perché non applica lo sconto previsto dal rito abbreviato ma soltanto le attenuanti generiche prevalenti. vmazzola.jpg
Troppo scarsi sono gli indizi per classificare le Brigate Rossonere 2 come una banda fascista: non bastano certo il grido Boia chi molla lanciato all’inizio della carica contro gli ultrà del Genoa caduti nell’imboscata. O il nome di battaglia del braccio destro del “chirurgo”, Massimo Elice, alias Olaf, un altro figlio della buona borghesia del ponente savonese, un agente di commercio che la domenica smette il doppiopetto e si diletta con il bastone animato. Un nome da vichingo, che evoca la mitologia nordica tanto cara ai picchiatori neri, adusi a caricare impugnando il martello e invocando Odino. Certo i leader trentenni, Giacominelli, Elice, il pavese Pierluigi “Gigi” Dozio, coltivano la violenza all’interno del gruppo e il raid è stato programmato in una riunione in birreria: ma lo stesso pm, dopo aver accusato Giacominelli di aver istigato l’omicidio, fermando il succubo Barbaglia che scappava e spingendolo con il coltello sguainato contro il genoano che avanzava, arriva alla conclusione che solo l’aggressione era premeditata, non l’omicidio, e quindi i capi della banda devono rispondere di rissa aggravata. E possono chiedere il patteggiamento perché, avendo accettato di concorrere al risarcimento, 100 milioni, hanno dimostrato ravvedimento. Ma la famiglia Spagnolo non ci sta e accusa: hanno trattato al ribasso, pensano di cavarsela con 10 milioni a testa. E l’opposizione del pm fa saltare il disegno difensivo: Dozio, un precedente per tentato omicidio, ed Elice, che deve rispondere anche di detenzione d’arma, sono condannati a 2 anni e 2 mesi. La verità dolorosa è che nella catastrofe dell’umano degli anni ’90 certe curve di stadio come certe piazze sono diventati i catalizzatori di una violenza sociale profonda che solo occasionalmente, e talvolta casualmente, finisce per assumere propriamente i caratteri della violenza fascista. Una violenza che sembra comunque tendenzialmente in calo nella prima parte del campionato 1995– ’96: da settembre a gennaio sono solo 50 gli arrestati e 302 i feriti (189 esponenti delle forze dell’ordine e 113 tifosi). In aumento invece i provvedimenti di polizia contro i tifosi violenti: dei 2813 divieti di accesso allo stadio comminati nell’arco di sei anni ben 574 sono stati applicati da agosto 1995 (210 al Nord, 132 al Centro, 232 al Sud) con un record negativo per la Campania (180 di cui 116 a Napoli: ma i responsabili sono stati soprattutto protagonisti di saccheggi di autogrill, episodi certamente illegali ma a basso tasso di violenza). Un contributo alla drammatizzazione del problema la dà la stampa che esaspera il sensazionalismo. E’ la tesi di Luciano Scorza, genovese, che si laurea in scienze politiche esaminando nel dettaglio il processo di deformazione della realtà degli ultras operata dai mass media. Una tesi comparativa che parte da un dato inquietante: a un fatto analogo, l’omicidio di un tifoso dell’Espanol dopo la partita con il Gijon, la stampa spagnola dedicò 84 articoli, mentre sui fatti di Genova ne sono stati prodotti 1469: «La stampa italiana ben più avvezza a trattare notizie di questo tipo non ha perso l’occasione di sfruttare il fatto di cronaca per vendere l’avvenimento». Lo conferma un altro dato empirico: “Spagna” era soltanto il nono morto in 15 anni di tifo violento. Lo avevano preceduto, tra strepiti molto minori, Vincenzo Paparelli, (laziale, ucciso da un razzo lanciato in curva durante il derby, e per anni gli ultrà giallorossi avevano rivendicato l’omicidio col coro beffardo: «28 ottobre (1979) giornata storta, saluti e baci a Paparelli a Prima Porta e tu laziale, testa di cazzo, in curva nord ti spariamo un altro razzo»; Stefano Furlan (durante la partita di Coppa Italia Triestina Udinese, febbraio 1984); Marco Fonghessi (un milanista accoltellato da un ultrà rossonero che lo aveva scambiato per tifoso cremonese, ottobre 1984), il sambenedettese Giuseppe Tomaselli (accoltellato nel dicembre 1986), Nazzareno Filippini (dopo gli scontri tra ultrà ascolani e Boys nerazzurri, nell’ottobre 1989), il romanista Antonio De Falchi (un diciottenne stroncato da una crisi cardiaca dopo essere stato aggredito a Milano da un gruppo di ultrà rossoneri, nel giugno 1989), il bergamasco Celestino Colombi (ucciso da un infarto durante le cariche della polizia dopo Atalanta– Roma, gennaio 1993), Salvatore Moschella di Acireale (si era gettato dal treno per sfuggire alle sevizie dei tifosi messinesi, gennaio 1994).
E infatti ben presto le violenze da stadio riprendono: nell’anniversario della morte di “Spagna”, due tifosi atalantini, David Cattaneo e Calisto Meneghini, sono arrestati mentre tentano di assaltare un pattuglione di tifosi romanisti in trasferta, che avevano lanciato bombe carta durante la partita. Segue un’ora di guerriglia urbana. I due arrestati sono condannati per direttissima, rispettivamente a 12 e 8 mesi Il primo è armato di coltello. Otto i feriti: 7 tra poliziotti e carabinieri e un bergamasco tifoso della Roma. Nel febbraio 1997 gravi incidenti si succedono nel giro di una settimana ma l’ondata emergenzialista non monta. A Reggio Emilia c’è un lancio di rubinetti contro i tifosi del Parma e poi sassate contro l’autobus: 9 denunciati, il più giovane ha 23 anni. Sette giorni dopo una nuova Heysel è sfiorata a Firenze con la polizia pressata sui vetri antiproiettile da 400 tifosi che spingono verso il basso per dar manforte a un migliaio di sfondatori. Un’ora prima un commando assalta il pullman che trasportava la Juventus allo stadio: rotti 4 vetri, feriti di striscio alcuni calciatori. Nella curva juventina spunta uno striscione atroce: Ciao, ebrei. Sono 24 i denunciati del collettivo viola, operai e studenti dai 17 ai 31 anni: per loro scatta il divieto di accesso a manifestazioni sportive. E’ quello tra tifosi viola e bianconeri un odio radicato dai primi anni ’80: gli incidenti e le provocazioni si susseguono negli anni. Particolarmente pesanti quelli di Torino nel novembre 1995, 11 agenti e tre ultrà feriti, di cui uno accoltellato (per aver sbagliato parcheggio), danni per decine di milioni allo stadio e al treno speciale ma un solo fermato. A fine partita sono i tifosi viola ad attaccare i carabinieri, poi gli incidenti coinvolgono gli juventini, attaccati dalle forze dell’ordine che devono comunque creare un corridoio di sicurezza per l’evacuazione degli ospiti, per cui viene predisposto in tutta fretta un nuovo treno speciale. Il vicepresidente del Consiglio Walter Veltroni, dopo un vertice sulla nuova ondata di violenza calcistica, propone un decalogo ispirato al “modello inglese”: meno repressione, spettacoli prima della partita, vigilanza dei poliziotti di quartiere sugli ultrà, misure severe con i club conniventi con le frange violente dei tifosi. Non se ne farà niente. Dal processo Spagnolo emerge come il carisma di Giacomelli e degli altri leader delle Brigate rossonere 2 si fondasse anche sul controllo di ingenti quantitativi di biglietti omaggio, presumibilmente girati dalla società ai capi ultrà. Un meccanismo che è spesso alle origini delle frizioni tra capitifosi e presidenti, con evidenti danni per l’ordine pubblico e per le squadre. Il presidente romanista Sensi è contestato anche perché ha chiuso con la politica di agevolazioni ai gruppi di destra sostenuti dal predecessore Giuseppe Ciarrapico (l’editore andreottiano che aveva affidato l’ufficio stampa della sua finanziaria Italfin ‘80 a Guido Giannettini e al fondatore di Meridiano Zero, Rainaldo Graziani). Al presidente del Cagliari Cellino i tifosi non perdonano di non aver finanziato la trasferta a Napoli per lo spareggio salvezza perduto con il Piacenza nel giugno 1997. A quello del Venezia gli Ultras unione, di sinistra, non perdonano di aver rinnegato la fusione con il Mestre: e così adottano come colori sociali il verde–arancio e non il tradizionale nero–verde. Anche Moratti, forte comunque dei risultati e dei fuoriclasse acquistati, da Ronaldo a Baggio, si può permettere di eliminare i pass e biglietti omaggio concessi da Pellegrini: un ultrà, Mauro Russo, gestisce parcheggi nei pressi di san Siro. La Juve paga le coreografie a affida ai capi ultrà (tutti di destra) la gestione di una parte della campagna abbonamenti in cambio di un’autocensura su simboli e nomi troppo forti. Il Milan fa differenze politiche: agevolazioni per i Commandos tigre (di destra) e non alla Fossa dei leoni (storicamente di sinistra e più forte numericamente). A Genova prevale una linea tradizionale di coinvolgimento dei leader delle tifoserie. La Samp ha affidato a due capi storici il magazzino e il negozio ufficiale della squadra, mentre la pulizia dello stadio è affidata a una cooperativa “unitaria” di ultrà, genoani e doriani. I più attivi sul fronte del business sono gli Irriducibili della Lazio, i primi a lanciare la moda delle sciarpe all’inglese (i romanisti gli sfottono come “Irriducibili spa”). Un certo Freak, espulso dalla banda biancazzurra si è riciclato come capotifoso dell’Español.

*Ugo Maria Tassinari è anche autore del libro+dvd GUERRIERI. 1975/1982 storie di una generazione in nero (ed. Immaginapoli, 2005).

Sullo stesso tema alcuni interventi dei Wu Ming:
Il pazzo corrotto violento mondo del calcio italiano
(Giap n. 7, VIIIa serie, 5 febbraio 2007)
The Crazy Corrupted World of Italian Soccer2
(all’interno: “NEO-FASCIST ACTIVITIES IN ITALIAN SOCCER”)
Nandropausa n. 10


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L'infiltrazione neofascista delle curve - II parte ·
Da Carmilla

L’INFILTRAZIONE NEOFASCISTA DELLE CURVE – II parte

Dalle “guerre tribali” all’inimicizia verso la polizia

di Ugo Maria Tassinari

qui la prima parte

L’enfasi riservata all’arresto del militante di Forza Nuova per gli scontri allo stadio di Catania culminati nella morte dell’ispettore di polizia rischia di essere fuorviante. Negli ultimi anni si è continuato a morire di calcio ma la polarizzazione politica sembra rivestire un ruolo calante rispetto ad altre dinamiche. Certo, la curva etnea è una delle più nere di Italia – nella città in cui già il Msi negli anni ’70 superava il 20% – e gli ultrà rossoblu un’altra volta si erano resi responsabili (Messina 2001) di una “morte da stadio”.

Numerose le coincidenze significative: anche in quel caso si trattava di un derby (come ad Avellino: dove a restare vittima degli scontri con la polizia fu un giovane napoletano, nell’autunno 2003), ci fu l’uso di bombe carta, ad essere accusato del delitto fu un minore. L’osservatorio della polizia sottolinea come le curve più violente siano oggi al Sud: Catania, appunto, ma anche Napoli e Salerno. E in uno nei numerosi blitz che si sono succeduti in questi giorni contro altre tifoserie responabili di comportamenti violenti è emerso un interessante spaccato della nuova realtà ultrà: nei Niss (Niente incontri solo scontri) ci sono anche figli della buona borghesia e non solo gli emarginati dei quartieri della morte quotidiana. Il gruppo è nato dall’aggregazione di dissidenti dai vari gruppi storici. L’inchiesta è uno sviluppo della precedente retata che nel giugno 2005 mandò in galera nove ultrà della Sanità (alcuni già condannati con i riti alternativi). Ma le violenze sono continuate, come il lancio di petardi durante la partita con il Frosinone nello scorso dicembre, che portò alla squalifica del San Paolo. Bene, nelle perquisizioni ai 13 ultrà del Niss, con il solito armamentario di mazze e botti sono stati sequestrati come cimeli le foto che immortalano numerosi scontri con le forze dell’ordine, dal lancio di petardi contro i poliziotti all’incendio di una gazzella dei carabinieri. Ed è questa la nuova frontiera del calcio ultrà: il poliziotto primo nemico. Ma almeno a Napoli questa scelta non si colora di “nero” né è immediatamente riconducibile a una volontà politica della “camorra” di estendere il fronte di scontro con le forze dell’ordine. Infatti, quando nei giorni scorsi, i giovani dei centri sociali che animano il movimento di lotta per il lavoro hanno tentato di promuovere un coordinamento unitario contro le nuove misure repressive che colpiscono la presenza organizzata negli stadi quanto nellle manifestazioni di piazza, si sono sentiti rispondere da un esponente dei Mastiff, un gruppo storico nato e cresciuto nella periferia settentrionale ad altissima densità camorristica, che “ognuno si fa le sue”.
Minor attenzione ha meritato, invece, sull’onda securitaria che ha travolto il Paese e il sistema calcio per lo choc emotivo del primo poliziotto ammazzato allo stadio da un ultrà (mentre era già successo il contrario a Cremona e a Trieste ma nessuno sembra ricordarsene) un dato più significativo: che le violenze sono in calo, già prima del decreto Pisanu.
Anche nelle politiche di ordine pubblico – dopo l’incapacità manifestata a mettere mano allo smantellamento delle più odiose leggi del centrodestra – il governo Prodi si dimostra assai riottoso a fare qualcosa di sinistra. Probabilmente non c’è proprio un lucido disegno ma sicuramente la spinta alla “privatizzazione” della security è un segnale inquietante della pervasività crescente del controllo sociale mentre la improvvida decisione della “serrata” degli stadi accentua la spinta alla definitiva trasformazione del calcio in un “prodotto televisivo”.
Sia chiara una cosa: la “fascisteria” ha sempre un peso rilevante in alcune delle curve più importanti di Italia ma a comprendere quello che di interessante sta succedendo nel movimento ultrà ci aiuta piuttosto il ricorso ad altri strumenti dell’analisi sociale, come l’uso della categoria della concorrenza mimetica e delle dinamiche di ricambio della leadership in movimenti carismatici e poco strutturati.
Alcuni dei leader delle “curve nere” negli anni ’90 hanno oggi compiti importanti di direzione politica nei principali gruppi della destra radicale: in Forza nuova il patavino Caratossidis è il coordinatore nazionale, l’interista Canu il segretario lombardo, nella Fiamma Tricolore Castellino e Chiavenato sono segretari provinciali rispettivamente a Roma e a Verona. Ma dal basso nuovi gruppi emergenti spingono. Per una sigla prestigiosa come la giallorosa Distinzione e tradizione che si scioglie decimata dai Daspo (il divieto amministrativo di accesso alle manifestazioni sportive) si vanno a formare piccoli aggregati più o meno spontanei che si caratterizzano per un più basso tasso di affermazione ideologica e un uso esplicito della violenza (le “lame”) per occupare lo spazio liberato. Canu è rimasto invece vittima di una duplice, contrapposta pressione. Da una parte dagli altri leader della curva nerazzurra, preoccupati dagli effetti di un eccesso di caratterizzazione politica e della conseguente visibilità, come ostacolo agli “affari” milionari che il controllo di una curva assicura (il giro dei biglietti omaggio oggi è gestito da Franchino Caravita, inquisito negli anni ’80 per un accoltellamento ma poi divenuto socio con un leader della curva rossonera nell’affare del merchandising), dall’altra dalla nascita di una nuova formazione di skin, gli Irriducibili, che si erano aggregati a “Spazio libero”, anomalo centro sociale della zona Bovisa, smantellati dopo le indagini per un raid nella zona dei Navigli concluso con l’accoltellamento di alcuni giovani del centro sociale Conchetta: le ammissioni di qualche indagato e l’uso massiccio delle intercettazioni ambientali e delle analisi tecniche sui cellulari hanno permesso di ricostruire l’operatività di una banda di strada, dedita allo scontro con gli avversari, tanto politici (autonomi, anarchici) quanto di stile (punk, grabber) o di curva (milanisti). Che anche quando portano le “mazzate” a casa – come è successo a Bergamo – vedono i compagni che li hanno picchiati non menarsene vanto per non incorrere nei rigori giudiziari: e così se la possono prendere solo con i camerati meno coraggiosi che non hanno saputo reggere la durezza dello scontro.
Il ruolo “d’ordine” degli altri leader della curva nerazzurra emerge in diversi episodi: dal lancio di fumogeni contro il portiere del Milan (il “negro” Dida) nel derby del 2005 alla comparsa di una croce celtica in curva durante la partita con il Livorno, la squadra “rossa” per eccellenza che si è rivelata la cartina di tornasole per verificare il tasso di “fascisteria” delle curve avversarie. E del resto è un antico sapere poliziesco (Liborio Romano che all’arrivo di Garibaldi arruola la camorra nella Guardia nazionale per assicurarsi il controllo della piazza) che in certe situazioni è meglio coinvolgere i “capi” per il controllo delle “truppe”.
Da tutt’altri problemi è attraversata la curva rossonera: dopo lo scioglimento della Fossa dei Leoni (l’unica sigla di “sinistra”) una nuova aggregazione di destra, i Guerrieri ultras, sgomita per guadagnare spazio. E in questo contesto sotto tiro sembrano essere finiti i gruppi storici: a ottobre un esponente dei Commandos è stato gambizzato in un supermercato a Sesto San Giovanni mentre un leader delle Brigate Rossonere è da due settimane in prognosi riservata dopo un pestaggio in curva. I primi due arrestati hanno tentato di buttarla su “questioni di donne”, ma le indagini si sono indirizzate sulla “guerra” per il controllo del business della curva. E ora ci sono sei latitanti per tentato omicidio. Ma già in precedenza era affiorato l’intreccio tra ambienti malavitosi e ultrà rossoneri. Uno degli arrestati per la rissa di Genova in cui è ammazzato “Spagna” paga duramente la circostanza sfortunata di essere stato l’ultimo a vedere in vita Alessandro Alvares, il militante dell’area politica rosso-nera (era fuoriuscito dal Fronte Nazionale di Tilgher con il gruppo che ha dato vita all’Associazione Limes): accusato dell’omicidio dell’amico sarà assolto al processo. Resta sullo sfondo – come ipotesi di movente – un traffico d’armi mentre il coinvolgimento nell’inchiesta dello storico leader militare di Avanguardia nazionale, Mimmo Magnetta, conferma la continuità dell’ambiente. Già nel 1997, nei pressi del ristorante Maya, gestito da Nico Azzi (condannato per la mancata strage sul treno nel 1973) un gruppo di ultrà milanisti aveva accoltellato un consigliere comunale di Rifondazione. Poiché tutte queste vicende giudiziarie non hanno esito è opportuno non arrivare a conclusioni definitive, ma al di là del rilievo penale è evidente la contiguità ambientale tra vecchia guardia delle destra radicale milanese e giovani leoni della curva rossonera.

Dalla sinistra tiranna giovedì, 10 aprile 2008

Non accetto nessun insegnamento....

LE CATTIVE COMPAGNIE DEL COMPAGNO VELTRONI....I ROSSI POSSONO DELINQUERE TRANQUILLAMENTE TANTO L'OPINIONE PUBBLICA, LE SCUOLE E LE TELEVISIONI STATALI SONO IN MANO SUA...

l'esempio chiaro era un video che c'era prima su youtube e si chiamava le cattive compagnie di Walter Veltroni... Il filmato riportava le varie fedine penali di alcuni candidati del Pd, ora vi riporto il link ma aimè come ha sempre fatto la vera sinistra antidemocrativa e tiranna potrete vedere che il video è stato rimosso, tutto ciò è sinonimo di dittatura...
Guardate incredibile...
http://www.google.it/search?hl=it&q=youtube+walter+le+cattive&meta=

Travaglio massacra Veltroni: candida pregiudicati, peggio di Berlusconi

Alla spicciolata e in rigoroso ordine di matricola (deducibile) dalla camere occupate (o in procinto di occupare) presso le patrie galere

Pregiudicati candidati

Margiotta e Bubbico.

Totò Cardinale e Mirello Crisafulli (Ds); quest'ultimo incontrava e baciava in un hotel di Pergusa il boss di Enna, Raffaele Bevilacqua,

Nuccio Cusumano, arrestato nel 99 a Catania per concorso esterno in associazione mafiosa a proposito degli appalti truccati dell'ospedale Garibaldi

Enzo Carra, condannato a 1 anno e 4 mesi per false dichiarazioni al pool di Milano, praticamente per aver tentato di depistare le indagini sulla maxitangente Enimont?

Cocilovo (assolto da una mazzetta da 350 milioni di lire solo perché era cambiata la legge e le dichiarazioni del suo accusatore non potevano più essere usate contro di lui, ma solo contro il suo corruttore, regolarmente condannato per averlo corrotto).

Che dire Veltroni fa sul serio: talvolta meglio, candidare, mafiosi e pregiudicati; che gente comune come voi.


Unità Marco Travaglio

Non si può negare che Walter sia stato di parola, quando annunciava un profondo rinnovamento delle candidature del Pd rispetto alle liste un po' ammuffite dei Ds e della Margherita alle elezioni del 2006. Molti giovani, molte donne, molti volti nuovi (almeno per la politica) negli elenchi stilati l'altroieri, proprio mentre il Cainano, anzi il Cainonno rendeva significativamente visita al Partito dei Pensionati.


Ma c'è un ma grosso come una casa, che riguarda il Sud. E soprattutto la Sicilia, la Calabria e la Basilicata, le tre regioni più devastate negli ultimi anni dagli scandali di malapolitica e malasanità. Qui il rinnovamento, a essere generosi, s'è fermato a metà. In Lucania si ricandidano gli indagati Margiotta e Bubbico. Ma il peggio accade in Sicilia, dove le liste sono state compilate dal leader del Pd Francantonio Genovese, con la consulenza - pare- di due vecchie volpi come Totò Cardinale (Margherita) e Mirello Crisafulli (Ds).

Crisafulli naturalmente nelle liste c'è, sebbene nel 2001 fosse stato filmato dalle telecamere nascoste dai carabinieri mentre incontrava e baciava in un hotel di Pergusa il boss di Enna, Raffaele Bevilacqua, già condannato per mafia, reduce dal soggiorno obbligato e in quel momento agli arresti domiciliari, col quale parlava di appalti e assunzioni, dandogli del tu. In lista c'è anche Genovese, sindaco di Messina, titolare di un discreto conflitto d'interessi riconosciuto anche da Violante (la nuova legge sul conflitto d'interessi dovrà valere non solo per Berlusconi, ma naturalmente anche per il sindaco di Messina).


Genovese infatti è socio della ditta di traghetti che di fatto ha il monopolio dei trasporti dal porto messinese a quello di Salerno ditta che ha come socia di maggioranza la famiglia Franza, tant'è che Genovese è stato ribattezzato Franz-antonio). E qualche mese fa aveva proposto di imporre un ticket agli automobilisti e ai camionisti di passaggio: ottima scelta ambientalista, se non fosse che il sindaco promotore del ticket e l'esattore delegato a riscuoterlo potrebbero essere la stessa persona: l'ottimo Franz-Antonio, in società - si capisce - coi Franza.


Quanto a Cardinale, essendo un veterano del Parlamento, ha ceduto il passo alla figlia Daniela: per lui il seggio è ereditario. Nelle liste siciliane del Pd trovano posto anche Nuccio Cusumano, arrestato nel 99 a Catania per concorso esterno in associazione mafiosa a proposito degli appalti truccati dell'ospedale Garibaldi: poi è stato assolto per la prima accusa, mentre la seconda è caduta in prescrizione.


Uno dirà: niente condanna, dunque candidatura. Ma allora come si spiega la presenza, nelle stesse liste siciliane, del margherito Enzo Carra, condannato a 1 anno e 4 mesi per false dichiarazioni al pool di Milano, praticamente per aver tentato di depistare le indagini sulla maxitangente Enimont? Non si era detto: niente condannati, nemmeno in primo grado? O si vuole forse sostenere che mentire sotto giuramento alla Giustizia non sia un reato grave? Bill Clinton, per aver mentito sotto giuramento al Gran Giurì sulla sua fedeltà matrimoniale - e non in veste di testimone, ma di indagato - rischiò di giocarsi la presidenza.


Completa il quadro dei sicuri rieletti in Sicilia Luigi Cocilovo (assolto da una mazzetta da 350 milioni di lire solo perché era cambiata la legge e le dichiarazioni del suo accusatore non potevano più essere usate contro di lui, ma solo contro il suo corruttore, regolarmente condannato per averlo corrotto).


Tutte scelte difficili da spiegare, soprattutto se si pensa che non è stato ricandidato Beppe Lumia, vicepresidente dell'Antimafia, che da anni vive sotto scorta per le minacce dei clan. E nemmeno un altro simbolo delle battaglie per la legalità come Nando Dalla Chiesa. Il leader della Confindustria Ivan Lo Bello, in prima linea contro il racket, ha subito protestato. E quando la politica prende lezioni di antimafia dalla Confindustria

n° 16
Dalla destra tiranna giovedì, 10 aprile 2008

Re: Non accetto nessun insegnamento....

Ecco chi sono, processo per processo, i "camerati d'avventura" di Alessandra. E su quali amici potranno contare.

Dopo anni trascorsi a rifarsi una verginit&#2084;emocratica, scendendo in campo perfino col "partito trasversale delle donne", all'indomani della brusca virata di Fini Alessandra Mussolini si ritrova a fondare un partito "a destra di ogni destra" insieme ad un manipolo di nazifascisti, alcuni implicati nelle stragi di Stato. Ecco chi sono, processo per processo, i "camerati d'avventura" di Alessandra. E su quali amici potranno contare.
Nemici giurati fino a qualche mese fa, ora i gruppi di Fiore, Romagnoli e Tilgher si ritrovano d'amore e d'accordo sotto l'ombrello della Mussolini ("di fidanzati adesso ne ho tre", cinguetta Alessandra).
Comincia l'avventura di quattro amici al Nar: Alessandra Mussolini, Luca Romagnoli (l'erede di Pino Rauti e della sua Fiamma Tricolore), Adriano Tilgher (a bordo del Fronte Nazionale) e Roberto Fiore (in sella a Forza Nuova). Li segue a ruota il 'consigliere politico' Michele Rallo, ex parlamentare siculo e fondatore dei Gan (Gruppi di Azione Nazionale).
Vediamo allora chi sono i fascisti tutti d'un pezzo che hanno deciso di dar vita alla Cosa Nera, ovvero Libert&#2084;'azione, che gi&#2096;regusta un 2,5, forse anche un 3 per cento alle prossime europee.

LUCA ROMAGNOLI
Lecco, 11 giugno 2002. Festa tra le camicie nere, &#34857;n arrivo il numero uno della Fiamma Tricolore. Entusiasta il messaggio dei camerati: "Il segretario nazionale Luca Romagnoli &#34867;tato invitato come ospite dalla palestra Millenium a Cernobbio ad una serata di incontri di pugilato e kick boxing all'aperto". Niente guanti gialli, dunque, ma guantoni, per i figli 'veraci' del Duce che approdano nella Padania. "Se si escludono le visite dell'ex segretario del Msi Giorgio Almirante - aggiungono in coro - questa &#34867;tata la prima volta che chi &#34864;i?alto nella scala gerarchica del Movimento Sociale Fiamma Tricolore viene a far visita alla nostra citt&#2481;uot;. Pi?nti: "Il segretario Romagnoli, chiamato sul ring alla presentazione di alcuni atleti, in un breve ma significativo discorso ha sottolineato l'importanza di questi sport trascurati dai mass media, considerandoli come sport nazional-popolari che forgiano la giovent?ontanandola dalle tentazioni della strada e della droga".
Un tipo chic e kick, Romagnoli (secondo altri, semplicemente kitsch), il conducador capace di portare la Fiamma ai suoi pi?i livelli, il figlioccio di Pino Rauti, l'erede di tanta ducesca tradizione.
Rauti, dunque. Ecco come lo descrive il dossier dal titolo Stragi e terrorismo: strumenti di lotta politica, elaborato dai Ds. "E' Pino Rauti ad ammettere che l'estrema destra "ha collaborato pi?eno sottobanco" con pezzi delle nostre istituzioni e che "l'ipotesi del golpe, ad esempio, ha circolato nell'estrema destra, a un certo punto, come scorciatoia per il potere, di fronte a un pericolo comunista. Io stesso sono stato coinvolto con i militari"". Sulla strage di piazza Fontana sia lui che Giorgio Pisan&#55874;&#57263;n hanno dubbi: la bomba fu collocata dai 'Servizi' nel quadro della strategia della tensione; per Pisan&#55922;&#56364;eader di Fascismo e libert&#2848;"dal ministero dell'Interno, ufficio Affari Riservati".
Rauti, del resto, faceva capo, insieme a Giudo Giannettini, all'ufficio Z del Sid, quello degli agenti sotto copertura. "Il tenente dei carabinieri Sergio Bonaiuti - viene ricostruito nel dossier - ha dichiarato ai giudici bolognesi di aver accompagnato pi?te Rauti negli uffici di Forte Braschi, sede del servizio segreto militare".
Rammenta un altro terrorista nero, Vincenzo Vinciguerra: "Rauti aveva collegamenti operativi con lo Stato Maggiore e con il generale Aloia. A cavallo tra destra parlamentare ed extraparlamentare, Rauti era portatore di una strategia eversiva ben precisa".
Un altro camerata, Edoardo Bonazzi, ricorda che "sia il gruppo la Fenice sia i gruppi del Veneto facevano riferimento a Rauti e a Signorelli ed era stato Rauti ad indicare questa strategia di rientro nel Msi, al fine di avere una maggior copertura anche da eventuali iniziative giudiziarie, in quanto vi era il rischio che fossero presto sciolti i gruppi di estrema destra. Azzi diceva che il suo gruppo, cio&#34860;a Fenice, era in contatto con i Servizi, anche prima del 1969, e proprio per questo era stato in grado di conoscere e prevenire, con il rientro nel Msi, lo scioglimento del suo gruppo, ricreandolo nel Msi stesso. Mi fece capire - aggiunge ancora Bonazzi - che Signorelli, come elemento sovraordinato a Giancarlo Rognoni, era sicuramente informato del progetto (per l'attentato al treno Ventimiglia-Genova, ndr) anche perch&#38963;i incontrava soprattutto con Rognoni".
Scorriamo ancora le fitte e documentate pagine del dossier che ricompongono con dovizia di particolari 'storici' molti tasselli nell'arcipelago delle trame nere: dove fanno regolarmente capolino 007 dei servizi (un esempio su tutti, il generale Santovito, tra i protagonisti dell'affaire Cirillo) e piduisti d'ogni rango, a cominciare da Licio Gelli (il quale a fine anni settanta promosse e finanzi&#55875;&#56686;a costola 'pseudoautonoma' del Msi, Democrazia Nazionale, mentre i massoni di piazza del Ges?vvidero a ossigenare le casse di Ordine nuovo attraverso il nero Marco Affatigato). "Paolo Signorelli era da sempre il punto di riferimento costante di tutti i catturandi e/o ricercati per motivi di giustizia, non solo nell'area eversiva di destra ma anche del Msi, per sua esplicita ammissione, cui non lesinava aiuti, anche di ordine economico. Signorelli conosceva e frequentava sia l'ambiente ordinovista che il Msi". Del resto, &#34864;roprio una 'nota condidenziale' allegata al fascicolo Msi volontari nazionale a rivelare che "nel quadro del rafforzamento dei Volontari, l'on. Almirante ha dato incarico al prof. Signorelli di organizzare squadre speciali e segrete, con il compito di effettuare azioni di rappresaglia".
Paolo Signorelli, il professore, sessantanove anni, &#34869;n po' il crocevia ideologico e organizzativo di vari pezzi della Cosa Nera. Grande amico di Rauti, &#34849;nche legato a doppio filo con Adriano Tilgher. Il sigillo al sodalizio &#34854;resco, meno di un anno fa, quando cominciava a farsi strada l'idea del cartello a destra della destra. Il 24 febbraio, infatti, al centro dello stivale, in quel di Scurcola Marsicana, in provincia dell'Aquila, viene siglato il patto: nasce la Grande Europa, con l'obiettivo di cambiare il corso della Storia e indicare il Cammino alle genti. Si tratta, in realt&#2848;di una societ&#2081; responsabilit&#2092;imitata che accanto alla pi?saica attivit&#2084;i compravendita immobiliare classica, all' "acquisizione di beni immobili da destinare all'esercizio dell'attivit&#2100;uristica, anche alberghiera", e all'ambizioso, dichiarato progetto di acquisire "interi centri storici che - viene precisato - a seguito di eventuali ristrutturazioni saranno destinati all'esercizio dell'attivit&#2100;uristica e culturale", affianca il nobile proposito di dar vita a "biblioteche da destinare come beni dell'umanit&#2481;uot;, "laboratori studi e ricerca". Per far tutto questo ben di dio, potr&#2081;ver rapporti non solo con gli enti locali coi quali hanno a che fare i comuni mortali, ma soprattutto "con la comunit&#2085;uropea" e ancor di pi? "la Banca mondiale per gli investimenti". Con le sfere celesti, gli accordi verranno presi in seguito.

ADRIANO TILGHER
Timoniere verso la Grande Europa, ovviamente, &#34857;l pensatore Signorelli, che siede sul ponte di comando in veste di presidente e socio col 10 per cento delle quote. A superarlo, come azionista di maggioranza (e il 50 per cento in tasca), Maurizio Giorgetti, mentre lo affiancano (con un 10 per cento ciascuno) lo stesso Tilgher, Pietro Scarponi, Paolo Vecchioni e Marco Angelucci. Quarantanovenne, professione assicuratore (con le due societ&#2084;i Ronciglione in compagnia di Angela Romano), Giorgetti &#38965;n altro seguace della formazione di Tilgher, al punto che insieme a quest'ultimo &#38963;tato candidato alle Provinciali di Roma 2003. Ma Giorgetti &#34849;nche presidente del cda di Comm.int. srl - dedita evidentemente agli scambi internazionali, dalle pelli alle pellicce, dai tessili agli alimentari - e socio di maggioranza della Editoriale Viterbese. Anche Tilgher, del resto, si occupa di polizze & affini: &#34867;ocio, infatti, di Assi Erre, ma non disdegna la gestione immobiliare, in sella a Odal Prima: entrambe le sigle hanno sede nella capitale.
Tarantino, 56 anni, Tilgher &#34868;ra i fondatori, nel 1970, di Avanguardia nazionale. Nel '75 viene arrestato e condannato per ricostituzione del partito fascista. Uscito di galera, vi far&#2096;resto ritorno con l'accusa di aver partecipato alle stragi dell'Italicus e della stazione di Bologna, accusa dalla quale verr&#2096;oi scagionato (ottenendo anche un risarcimento danni 'per ingiusta detenzione'). Iperattivo, nel '90 d&#2102;ita alla Lega Nazionalpopolare, che diventer&#2096;oi Alternativa Nazional Popolare. Partorisce poi La Spina nel Fianco, gruppuscolo e al tempo stesso rivista che tenta di aggregare altre esperienze editoriali nazifasciste, in compagnia di Marco De Angelis (ex Terza posizione) e Maurice Bignami (ex Prima Linea). Nel '96 si unisce alla Fiamma Tricolore di Rauti, ma il feeling dura meno di un anno, e ne viene espulso. "Un traditore", lo etichetta, "uno che tratta con il Polo", fino a ritrovarsi - oggi - sulla stessa barca. Consegnate alla storia le sue definizioni. Benito Mussolini: "Ci vogliamo mettere a discutere il Duce? Lei se lo immagina Fini che fonda citt&#4064;E Fassino che fa la battaglia del grano?". Adolf Hitler: "Un uomo che ha lottato per il suo Popolo, incorrendo, secondo la storiografia ufficiale, in alcune storture". Chiaro?
Tra i suoi partner ai bei tempi di Avanguardia Nazionale, in prima fila Delle Chiaie e Guido Paglia. Su di lui si sofferma anche il dossier dei Ds: "Delle Chiaie aveva dimestichezza con i massoni, in particolare quelli dell'obbedienza di piazza del Ges? transitati nella P2; tra le sue fila vi era Adriano Tilgher, il cui padre, oltre ad essere tra i congiurati della 'notte della Madonna', era nell'elenco dei piduisti consegnato personalmente al dr.Vigna da Licio Gelli (il quale in seguito dir&#2093; solo per lui - che si era trattato di un errore, ndr); i militari golpisti agli ordini di Borghese e del Fronte nazionale di Delle Chiaie erano tutti rigorosamente iscritti a quella loggia".
E poi: "Guido Paglia, uomo del Sid di Maletti e Labruna, &#34849;nche capo di Avanguardia nazionale ai tempi della latitanza di Delle Chiaie. Lavorer&#2083;on il Carlino e la Nazione e diverr&#2102;ice direttore del Giornale, poi responsabile delle relazioni esterne della societ&#2051;irio, rivestendo anche compiti dirigenziali all'interno della Lazio". La carriera di Paglia prosegue inarrestabile, fino a toccare i vertici del Mattino e, poi, quelli del top management Rai, dove &#34849;ttualmente responsabile delle relazioni esterne.
"Il 10 gennaio '70, a meno di un mese dalla strage di piazza Fontana - ricostruisce il dossier - Paglia smarrisce il portafogli, dove si rinvengono alcuni appunti: il primo &#34866;edatto con la grafia di Mario Merlino, che dovr&#2098;iconoscerne la provenienza; con ci&#55875;&#56485;ndendo evidente sin da subito il ruolo di infiltrato di Merlino per conto di An in gruppi anarchici e il ruolo di provocazione e intossicazione delle indagini svolto da Delle Chiaie, Merlino e Paglia. Che rediger&#2101;n dettagliato rapporto, affidabile per il Sid, sugli avvenimenti relativi alla 'notte della Madonna', inserendo tra i congiurati esponenti missini raccolti intorno all'on. Caradonna. Indicher&#2089;noltre il gruppo, di cui era a capo, Avanguardia nazionale, come una struttura armata, che si era proposta l'eliminazione fisica del capo della Polizia Vicari".
ROBERTO FIORE
Sulla personalit&#2084;i Fiore e sui suoi turbolenti trascorsi si dilungano, il 9 gennaio 2001, i componenti della "Commissione parlamentare d'inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi", presieduta dal senatore Ds Giovanni Pellegrino. E' in particolare un deputato di An e membro della Commissione, il siciliano Enzo Fragal&#2848;a sollevare come punto centrale della discussione sull'attentato al quotidiano Il Manifesto (che si era verificato qualche settimana prima) il caso di Roberto Fiore e del suo camerata Massimo Morsello (oggi deceduto), sollecitando la convocazione di entrambi e la messa all'ordine del giorno di relativi provvedimenti da assumere. Come si ricorder&#2848;infatti, la bomba carta esplosa al terzo piano di via Tomacelli era stata - secondo le risultanze investigative di quei giorni - innescata da Andrea Insabato, 41 anni, gi&#2093;ilitante di Terza Posizione.
La ricostruzione resa da Fragal&#2089;n Commissione stragi risulta, innanzitutto, suffragata dalla mole di documenti che esibisce. "Tutto quello che sto dicendo - spiega a un certo punto Fragal&#2848;che oggi &#38957;embro della Commissione sui Servizi segreti - &#34866;iportato in una serie di documenti che produco alla Commissione: non sono n&#38948;eduzioni n&#38953;potesi".
Poi passa a ricostruire i rapporti fra Insabato e Fiore. "Insabato era stato arrestato dai carabinieri del reparto operativo di Roma, il 2 o 3 marzo 1983, nella Libreria Romana di via dei Prefetti a Roma. In quello stesso processo, Francesca Mambro e Valerio Giusva Fioravanti subirono una pena di 14 anni di reclusione. Latitante da otre due anni, l'estremista, secondo quanto venne accertato dai Carabinieri, era risultato in contatto con altri militanti della destra radicale, fra cui Walter Spedicato e Roberto Fiore". Quest'ultimo "venne arrestato a Londra il 12 settembre 1982 (il giorno prima era stato arrestato Morsello insieme ad Elio Giallombardo, Amedeo De Francisci e Marinella Rita), in seguito a un mandato di cattura internazionale emesso dalla magistratura italiana, ma poi restituito in libert&#2096;oich&#38953; giudici inglesi negarono l'estradizione per reati di natura politica".
Si passa poi a dettagliare il periodo della latitanza "d'oro" trascorso oltre Manica: "Massimo Morsello e Roberto Fiore - continua Fragal&#2084;avanti alla Commissione stragi - riparano in terra inglese in stato di latitanza poich&#38947;olpiti all'indomani della strage alla stazione di Bologna da mandati di cattura internazionali emessi dalla magistratura italiana. In Gran Bretagna entrano subito in contatto con Nick Griffin con il quale danno vita alla creatura International Third Position. Allaa loro latitanza &#34851;ollegata l'acquisizione di oltre 1.500 unit&#2089;mmobiliari, di cui molte nella city londinese, intestate o riconducibili alla loro holding, che comprende case discografiche, agenzie di collocamento e di viaggio, strutture ricettive, locali pubblici ed alberghi. Ci&#55875;&#56357;rmette loro di condurre una vita al di sopra delle possibilit&#2084;i un qualsiasi comune latitante per reati politici. In quegli anni (siamo nei primi degli Ottanta) alcuni militanti della Destra radicale hanno l'opportunit&#2084;i incontrare Morsello e Fiore a Londra e rimangono colpiti e stupiti dalle loro enormi possibilit&#2085;conomiche e finanziarie: cosa che in Italia non s'era mai evidenziata".

Poi il deputato di An lancia un allarme: "chiedo che Morsello e Fiore vengano auditi da questa Commissione, perch&#38953;n un documento ufficiale, la relazione pubblicata nel dicembre 1991 dalla Commissione d'inchiesta del Parlamento Europeo sul razzismo e la xenofobia, proprio Roberto Fiore viene indicato quale agente dell'MI6, una branca dell'Intelligence Service britannico, fin dai primi anni '80, infiltrato nel movimento della destra radicale nazionalista inglese al fine di annientare il National Front di Nick Griffin".
Proseguono le rivelazioni di Fragal&#3744;"Ci sono delle informazioni provenienti dalla Gran Bretagna e dall'Irlanda, che allego in fotocopia, in cui si sostiene non solo che i due soggetti (Fiore e Morsello, ndr) continuano ad essere in forza ad un settore del Secret intelligence service inglese, ma addirittura che l'avventura politica rappresentata dal movimento denominato Forza Nuova abbia quale referenti occulti gruppi nazionalcomunisti attivi prevalentemente all'estero, in paesi come la Russia, la Bulgaria, la Romania e la Serbia. Hanno fondato un villaggio nazionalcomunitarista - c'&#34869;n documento qui che lo dimostra - nella Penisola iberica e altre strutture similari stanno nascendo con il loro supporto e finanziamento nell'Europa dell'ex blocco sovietico in appoggio alle formazioni nazionalcomuniste. L'attivit&#2096;olitica di Roberto Fiore e Massimo Morsello pu&#55875;&#56481;gionevolmente rappresentare per la comunit&#2084;i intelligence d'oltremanica una sorta di cavallo di Troia negli ambienti pi?ssimi agli apparati di sicurezza dell'ex Patto di Varsavia".
Anche gli organi di stampa inglesi suonano un campanello d'allarme su Fiore. A Londra viene pubblicata una rivista, Searchlight, unicamente dedita alla rivelazione dei traffici nazifascisti nel mondo. Molte inchieste, negli ultimi anni, sono state dedicate alle attivit&#2081;nglosassoni - e non solo - di Forza Nuova. Ecco cosa viene scritto in un reportage del 2001: "Con la protezione dell'M16 (il servizio segreto inglese, ndr) Fiore e un gruppo di affiliati ai Nuclei Armati Rivoluzionari (NAR) sono approdati in Inghilterra all'inizio degli anni '80; a loro &#34867;tato consentito di mettere in piedi un impero da milioni di sterline in cambio della loro collaborazione". Su cosa? Notizie sulle attivit&#2084;ella Falange in Libano, sostiene Searchlight: "le ragioni dell'apparente intoccabilit&#2084;i Fiore devono probabilmente ritrovarsi nelle informazioni che &#34867;tato in grado di fornire ai servizi segreti britannici e che aveva raccolto durante i campi di addestramento delle frange estremiste della Falange in Libano".
Anche Searchlight documenta gli stretti rapporti di Fiore con Andrea Insabato: era il suo braccio destro - dal quale riceveva un 'regolare' stipendio - per organizzare le varie iniziative turistico-ricreative del gruppo Fiore a Londra, compresi, ad esempio, svariati concerti, come quello di Romano Mussolini.
Attraverso una delle societ&#2084;el gruppo, Meeting Point, Fiore "ha beneficato parecchi terroristi. Il pi?o &#34854;orse Franco Freda. Poi altri, ad esempio Fabrizio Croce e Duilio Canu, due fascisti collegati con Hammerskins. Altri ancora, come Davide Sante Petrini, Rosario Lasdica e Francesco Bianchi. Bianchi &#34862;oto per aver picchiato un cronista della Stampa di Torino che aveva osato rivolgere una domanda a Fiore sulla bomba al Manifesto".
Per tirar su il morale delle truppe nere, poi, ci vuole una bella Sambuca. I segugi inglesi di Searchlight scoprono infatti che dalla famiglia Molinari sono giunti 'aiuti' a Forza Nuova. "Altre risorse - viene aggiunto - arrivano da alcuni pezzi grossi della mafia". Cin cin.

RALLO E I LUPI NERI
Il quartetto viene completato da Michele Rallo, ex parlamentare siculo, nominato sul campo consigliere politico della formazione neosquadrista. La sua creatura, i GAN (forse &#34861;eglio non nominarli, sbarcati in terra d'Albione), veraci gruppi anticomunisti sorti nel bollente clima del '69. Sul ponte di comando, Rallo &#34849;ffiancato da Paolo Pecoriello. Due nomi, due storie. Vale la pena di scorrere ancora rapidamente il dossier dei Ds Stragi e terrorismo strumenti di lotta politica.
"Vinciguerra ricorda che Delle Chiaie era collegato all'Aginter Press e a Guerin Serac per operazioni eversive fin dall'epoca di piazza Fontana e come fosse impiegato dalla Cia per operazioni coperte in varie parti del mondo. Tra i collaboratori di Serac compaiono, oltre agli immancabili Guido Giannettini e Pino Rauti, anche Giorgio Torchia e Gino Agnese, redattori del Tempo di Roma, e Michele Rallo, con Giannettini articolista del Secolo d'Italia".
Fitto il pedigree del suo braccio, &#34857;l caso di dirlo, destro, Pecoriello. E' lui a consegnare nelle mani dell'allora giudice istruttore Luciano Violante, nel '74, un memoriale nel quale vengono minuziosamente ricostruite le trame eversive della destra, a cominciare dal 'golpe bianco' di Edgardo Sogno. Assiduo frequentatore d'aule di giustizia, Pecoriello ha poi il modo di dichiarare ad un altro giudice istruttore, questa volta a Bologna, "come Avanguardia Nazionale fosse una immediata espressione del Ministero dell'Interno, sia per ragioni soggettive (i padri di Flavio Campo, di Di Luia e di Cataldo Strippoli erano funzionari del ministero), che per la stessa natura delle azioni che tale organismo era chiamato a compiere, in particolare azioni di infiltrazione e provocazione in chiave anticomunista". E ancora. Un Pecoriello in vena di sfogo ricorda che l'onorevole Cruciali del Msi "mi chiese che facessi scritte e simboli filocomunisti sulle chiese di Terni. Dopo un po' di tempo ricevetti una telefonata di Delle Chiaie che mi ordinava di andare immediatamente a Roma con i suoi ragazzi. Vi andai e in casa Delle Chiaie mi furono affidate alcune bombe a mano Srmc che avrei dovuto tirare contro l'ambasciata americana, durante i disordini che sarebbero seguiti ad una manifestazione contro la guerra in Vietnam".
Ecco la sua sintesi sulle 'ragioni' della destra nera. "Ritengo che i personaggi - verbalizza Pecoriello - al centro di tutti i complotti eversivi almeno a livello operativo siano Stefano Delle Chiaie e Pino Rauti. Borghese, Freda, Ventura, Graziani, Saccucci e molti altri non sono altro che loro pedine. Sono loro che hanno tenuto i vari contatti internazionali con Grecia, Spagna, Portogallo, Cile, Francia e Germania".
Oggi Pecoriello - ex lupo nero - &#34852;iventato un agnellino: fa il volontario per la Caritas. Pi?lo sportivo Rallo, che si dedica anima e corpo ai destini della Gaudium Basket di Canicatt&#52128;

Vieni avanti, Aretino
Tanta voglia di unit&#2081; destra della destra. Uno dei cuori pulsanti per una nuova coesione fra le camicie nere si trova ad Arezzo, nota non solo per la magione del Venerabile in quel di Castiglion Fibocchi, ma anche perch&#38947;omincia a germogliare il seme della Comunit&#2061;ilitante FSN-FN, cos&#51251;i definiscono i camerati locali, i quali hanno dato vita a un sito, ovviamente militante, dall'inconfondibile logo, Gerarchia. E che, siamo uomoni o caporali?
Ecco uno dei dispacci pi?schi, dedicato, naturalmente, al motto 'l'unione fa la forza', nuova o vecchia che sia. Leggermente criptico e provincialotto, per la verit&#2848;l'incipit. "Da ora in avanti - esordiscono i camerati aretini - escludiamo dalla pubblicazione di comunicati il Movimento Fascismo e Libert&#2848;a meno che non riconduca la dialettica su toni consoni all'etica fascista. Gli insulti non servono n&#38963;erve tantomeno lanciare calunnie e falsit&#2976;Il tempo dimostrer&#2083;hi cerca di operare con seriet&#2081;d un progetto e chi, in buona o malafede sono solo problemi di coscienza, lavora sempre per il 're di prussia'. Comunque la patente di fascista - se Dio vuole - non la dobbiamo certo ottenere da Gariglio". Lavati i panni sporchi in casa, e appresa l'esistenza fino ad oggi del tutto misteriosa di una dialettica in epoca fascista, proseguiamo con il sentito appello. "Chi vorr&#2083;ommentare senza censure qui trover&#2101;no spazio aperto. In primo luogo l'appello di Enzo Cipriano, Rutilio Sermonti ed Enzo Erra (ex redattore del Roma, ndr) finalizzato al superamento della frammentazione dell'area anticonformista, oltre un semplice appello per un cartello elettorale".
Ed ecco la risposta di Luca Romagnoli, segretario della Fiamma Tricolore, diramata su Gerarchia. "Cari camerati, apprezzo questo nuovo tentativo di 'andare oltre'. Ne condivido gli auspici come ne sento l'importanza e, forse, l'urgenza politica. Proporr&#55874;&#56428;la discussione delle prossime riunioni di Segreteria Nazionale e Comitato Centrale (15 e 16 novembre) il vostro appello, operando acciocch&#38963;ia apprezzato e si possa iniziare un dialogo politico-organizzativo".
In realt&#2848;l'idea della Cosa nera germoglia la primavera scorsa, e a darne la lieta novella &#34857;l quotidiano Linea, organo ufficiale della Fiamma di Rauti & Romagnoli, che sottolinea a luglio come il parto nasca dalle intese tra la stessa Fiamma e il Fronte Nazionale di Jean Marie Le Pen "per la costituzione di un cartello elettorale comune di tutte le forze Nazional-Popolari, in vista delle prossime elezioni europee del 2004".
"Nel quadro dell'accordo per le europee del 2004 - chattano i camerati - stilato nell'aprile scorso a Nizza tra il Front National di Jean Marie Le Pen e il Movimento Sociale Fiamma tricolore, il Delegato generale del FN, prof. Bruno Gellnisch (un elvetico-aretino?, ndr) &#34855;iunto in Italia venerd&#51249;2 settembre per incontrare il segretario nazionale Luca Romagnoli e poi partecipare alla riunione di 'area' del 13 che ha fatto riunire i vari Camerati in un ristorante piacentino che &#34851;ostato al signor Gariglio del MFL ben 43 euro cadauno per un pranzetto non dei migliori". Quel solito Gariglio, che 'dimentica' di annoverare la formazione di Tilgher e Delle Chiaie tra i promotori dell'abbraccio fra neri.
Era gi&#2101;n'urgenza politica, la Cosa Nera, nell'agenda politica di Rauti & C.fin dalla primavera 2003. Un motivo in pi?r Fini, di virare in poche settimane a 360 gradi?

Neri per caso
Sorpresa. Nella nuova Commissione parlamentare d'inchiesta sull'occultamento di fascicoli relativi a crimini nazifascisti, che ha intrapreso i suoi lavori a fine dello scorso anno, &#38949;ntrato a far parte il senatore di Forza Italia Emidio Novi. Nella seduta del 27 novembre, infatti, il presidente della Commissione Flavio Tanzilli comunica che Novi subentra al dimissionario Sergio Travaglia. Evviva.
La notizia lascia di stucco non pochi esponenti dell' ambiente giornalistico partenopeo, da cui il neo-commissario antifascista proviene. "Emiddio - commentano alcuni reduci dal vecchio Giornale di Napoli - &#38947;resciuto a marmellata e Mein Kampf. E chi se lo dimentica, quel mezzobusto in bronzo di Adolf ben in vista sulla sua scrivania al giornale dove si &#34854;atto le ossa, il Roma di Achille Lauro?...".
Della stessa Commissione fa parte un altro deputato eletto in Campania, ma nelle fila di Alleanza Nazionale. Si tratta di Italo Bocchino, plenipotenziario al Sud di Gianfranco Fini anche perch&#38945;ttuale editore del Roma e dello stesso Giornale di Napoli.
Se Novi avr&#2094;ella nuova Commissione qualche problema con la sua fede passata, per Bocchino e per il Roma i grattacapi potrebbero derivare dagli esiti della maxi inchiesta del pm capitolino Pietro Saviotti sui grandi appalti, a cominciare dall'Alta velocit&#2088;dopo cinque anni d'indagini, si &#34857;n attesa a breve degli sviluppi), intessuti tra brasseur di Stato e della finanza (si va dai vertici del ministero del Tesoro a top manager di Capitalia) in combutta l'establishment organizzativo (Vincenzo Maria Greco) e imprenditoriale (Agostino e Sandro De Falco) di '0 ministro, Paolo Cirino Pomicino.
Fra le minuziose pagine della ponderosa inchiesta, infatti, fa capolino un deputato eletto nel casertano - in particolare nelle zone pi?vase dalla camorra - il quale avrebbe ricevuto un contributo da 100 milioni di vecchie lire, a favore delle casse del suo giornale, dalla consorte di uno dei titolari dell'Icla.
In attesa degli sviluppi che avr&#2092;'attivit&#2089;nvestigativa di Saviotti, Bocchino sarebbe gi&#2081;ll'opera per estendere il suo raggio d'azione come editore. E in ambienti romani gi&#2083;ircola la notizia che starebbe per conquistare il Tempo, la mitica creatura diretta per anni dal primo consigliere di Berlusconi, Gianni Letta.

editore venerdì, 11 aprile 2008

Re: Non accetto nessun insegnamento....

>la prox volta pubblica un libro.............

muori venerdì, 11 aprile 2008

muori

>>la prox volta pubblica un libro.............

muori

la sinistra è tiranna giovedì, 10 aprile 2008

in quanto a criminali siete primi nel mondo

Lavorano in associazioni finanziate dagli enti locali, collaborano con deputati. Alcuni si sono anche candidati alle elezioni e D’Elia è ai vertici della Camera

di Gian Marco Chiocci e Stefano Zurlo

Sono usciti alla spicciolata e ora sono quasi tutti fuori. Con qualche restrizione o ormai completamente liberi. Gli ex terroristi dell'ultrasinistra sono rientrati nella società. Ci è andata bene, ha sintetizzato Maurice Bignami, ex comandante di Prima linea. Alcuni lavorano nelle cooperative, che offrono una chance di reinserimento agli ex detenuti; altri hanno preso strade diverse. C'è anche chi è entrato nelle istituzioni, buttando via il passato come uno zaino ingombrante, ed è pagato da quello Stato combattuto in gioventù. Recentemente Leonardo Conti, figlio dell'ex sindaco di Firenze Lando Conti, ucciso dalle Br il 10 febbraio 1986, ha posto alla Regione Toscana due domande molto scomode: quanti familiari delle vittime del terrorismo lavorano per la Regione o la Provincia o enti collegati a Firenze e in Toscana? E quanti ex terroristi? Nell'attesa è il Giornale a tentare un primo censimento.

Corrado Federico Alunni Fondatore Br, 58 anni, arrestato nel 1978 dopo esser passato nelle Formazioni comuniste combattenti. Nel 1980 tenta la fuga da San Vittore insieme a Vallanzasca, nel 2003 scrive un libro con altri autori (La rapina in banca, storia, teoria, pratica), da anni è fuori di galera, lavora in una coop informatica.

Vittorio Alvaro Antonini Già responsabile della colonna romana Br, coinvolto sequestro Dozier, arrestato nel 1985, è in semilibertà dal 2000. Ogni giorno entra ed esce di prigione per lavorare all'esterno. Presiede l'associazione culturale Papillon-Rebibbia promotrice della protesta che nel 2004 si è allargata a tutte le carceri d'Italia. Ha avuto l'onore di essere convocato a Montecitorio dalla commissione-giustizia per discutere dei problemi delle galere. Smentì di esser stato perquisito in cella dopo l'omicidio D'Antona.

Lauro Azzolini Membro esecutivo delle Br nel processo Moro, 62 anni, tre ergastoli, l'uomo che sparò a Montanelli, è libero. Da semilibero ha iniziato a lavorare in una coop che si occupa di non-profit, settore disabili, per la Compagnia delle Opere.

Barbara Balzerani Svariati ergastoli, ai vertici delle prime Br-Pcc, autrice del libro Compagna Luna per Feltrinelli, ha lavorato con la coop Blow Up di Trastevere specializzata nell'informatica musicale. Arrestata nel 1985 ottiene i primi permessi agli inizi degli anni Novanta.

Silvia Baraldini Condannata dalla giustizia americana a 43 anni di galera per associazione sovversiva, è uscita per motivi di salute ottenendo, il 27 dicembre 2002, una collaborazione con la giunta Veltroni. A caldeggiare il rinnovo del contratto di consulenza sul lavoro femminile, nel 2003, fu l'assessore Luigi Nieri di Rifondazione comunista. L'associazione delle vittime ha presentato denuncia in procura.

Marco Barbone L'assassino del giornalista Walter Tobagi si è pentito ed è tornato libero. Lavora in una tipografia a Milano.

Cecco Bellosi Ex componente della colonna Walter Alasia, in manette nel 1980, condannato a 12 anni, libero nel 1989. Presiede un centro di recupero di tossicodipendenti a Nesso che collabora con l'associazione Lila.

Vittorio Bolognese Colonnello delle Br-Partito Guerriglia, è in semilibertà dal settembre 2000. Ha lavorato come operatore informatico alla coop romana Parsec dove ha trovato Pancelli, Piccinino e altri ex irriducibili.

Franco Bonisoli Brigatista del commando di via Fani, ergastolano, 13 anni di carcere, dissociato, è libero. Ha fatto il grafico in una Coop di Sesto San Giovanni, lavora in una società di servizi ambientali.

Paola Besuschio Il suo nome venne fatto dalle Br durante il sequestro Moro, era detenuta, ne volevano la liberazione in cambio del leader dc. Lavora in una cooperativa statistica.

Anna Laura Braghetti Ex compagna di Prospero Gallinari, è coinvolta nell'omicidio del giudice Vittorio Bachelet, è la carceriera di Aldo Moro in via Montalcini, nota come signora Altobelli: condannata al carcere a vita. Ha scritto alcuni libri, dal 1994 lavora tutti i giorni all'organizzazione di volontariato vicina ai Ds, Ora d'Aria che si interessa alle problematiche dei detenuti. Nel 2002 ottiene la condizionale.

Paolo Cassetta Esponente tra i più duri del partito armato, raffica di condanne alle spalle, è semilibero da un bel pezzo. Lavora stabilmente alla coop 32 dicembre, collegata al Centro Polivalente circoscrizionale intorno a cui gravitano vecchie conoscenze degli anni di piombo, come Bruno Seghetti e Cecilia Massara.

Geraldina Colotti Militante delle Ucc, ex insegnante di filosofia, ferita in un conflitto a fuoco nel gennaio del 1987, ha lavorato alla coop romana 32 dicembre, oggi è impiegata al quotidiano Il Manifesto dove lavora anche l'ex bierre Francesco Piccioni, semilibertà dal 1999.

Anna Cotone Ex bierre del feroce Partito Guerriglia, coinvolta nel sequestro dell'ex assessore dc Ciro Cirillo, arrestata nel 1982, in semilibertà da anni, lavora dal 2002 nella segreteria politica dell'europarlamentare di Rifondazione comunista, Luisa Morgantini.

Renato Curcio Fondatore e ideologo delle Br, gira l'Italia facendo conferenze in scuole, università, consigli comunali, presenta i suoi libri ai festival dei partiti. In tv, sulla berlusconiana Canale 5, è arrivato a dire che le vittime degli anni 70 sono i suoi compagni di lotta morti sul campo. Da dieci anni è a capo della coop editoriale Sensibili alle foglie che si occupa di studi sulla lotta armata, carcere e droga, tema quest'ultimo cavalcato da don Gallo, il parroco antagonista di Genova, che ha presentato il libro edito da Curcio insieme a Dario Fo. Condannato a 30 anni, ne ha scontati 24, è semilibero dal 1993.

Alessandra De Luca Anche lei brigatista nel processo Moro, è in semilibertà da tempo. È stata candidata col partito di Bertinotti alle regionali del Lazio, ma non ce l'ha fatta.

Roberto Del Bello Ex brigatista della colonna veneta, condannato a 4 anni e 7 mesi per banda armata, oggi lavora al Viminale come segretario particolare di Francesco Bonato, sottosegretario agli Interni per Rifondazione comunista.

Sergio D'Elia Dirigente di Prima linea, sconta 12 anni di carcere. Liberato e ottenuta la riabilitazione, entra nel partito radicale. Nel 2006 viene eletto alla Camera nella lista della Rosa nel Pugno e diventa segretario d'aula di Montecitorio. Fra polemiche e proteste.

Adriana Faranda Fa parte della direzione strategica delle Br, aderisce presto alla dissociazione guadagnando la libertà. Viene rilasciata nel 1990 e affidata all'opera di don Calabria dove lavora al computer. Scrive libri, ha fatto la fotografa. Finisce al Costanzo Show, e sono polemiche infinite.

Diego Fornasieri Insieme ad altri ex detenuti è attivo nel non-profit attraverso la cooperativa sociale di prodotti biologici Arete. Guerrigliero di Prima linea, incassa una condanna a 30 anni nel 1983. Libero.

Alberto Franceschini Fondatore con Curcio delle Brigate rosse, nel 1983 si dissocia. Oggi lavora a Roma con la Braghetti all'associazione per detenuti Ora d'Aria. Condannato a più di 50 anni di galera, esce dal penitenziario nel 1992 dopo 17 anni di reclusione. Scrive libri, partecipa a conferenze.

Prospero Gallinari Membro del commando che sparò alla scorta di Moro in via Fani, responsabile della prigione del popolo, è libero da tantissimi anni per problemi di cuore.

Claudia Gioia Primula rossa delle Unità Comuniste Combattenti subisce una sentenza a 28 anni di prigione per il delitto del generale Giorgieri e per il ferimento dell'economista Da Empoli. È in libertà condizionale dal gennaio 2005. Nel 1991 finisce intercettata mentre parla, in cella, col br Melorio di un tentativo di ricostituzione delle Ucc.

Eugenio Pio Ghignoni Brigatista coinvolto e condannato nel processo Moro, è il responsabile della Direzione Affari Generali dell'Università Roma Tre, cura la sicurezza...

Maurizio Jannelli Già capocolonna romano delle Br, ergastolo per vari crimini (tra cui la strage di via Fani) ha lavorato alla Rai come autore a partire dal 1999. Per il Tg3 ha seguito Il mestiere di vivere, Diario Italiano, Residence Bastogi, fa parte dello staff della trasmissione sportiva Sfide. Ha scritto Princesa, libro su un transessuale suicida. Dal 2003 è in condizionale.

Natalia Ligas Nome di battaglia Angela, la dura delle Br-Partito Guerriglia che partecipò al massacro di piazza Nicosia a Roma, ergastolana, permessi premio a partire dal 1998, dal 2000 è semi-libera nonostante non si sia mai dissociata.

Maurizio Locusta Partecipa al delitto Giorgieri (24 anni di pena), viene estradato dalla Francia nel marzo 1988, dopo qualche anno esce ed è assunto alla fondazione Lelio Basso-Issoco come assistente di sala consultazione.

Francesco Maietta Ex militante delle Ucc, condanne pesantissime, lavora part time in un ente importante dal 1990. Si è sposato nel 1998 a Ostia con una ragazza della Caritas. Tra gli invitati, il presidente emerito Francesco Cossiga.

Corrado Marcetti Ex di Prima linea, oggi è direttore della Fondazione Michelucci a Fiesole.

Nadia Mantovani Dissociata, condannata a 20 anni per appartenenza alle Br, ottiene la condizionale a gennaio '93 quando sconta due terzi della pena. Ex fidanzata di Renato Curcio, è tra le fondatrici dell'associazione per il reinserimento dei detenuti Verso Casa. Il 23 agosto 2004 la sua performance sugli anni di piombo al meeting di Rimini ha riscosso molto successo tra il pubblico di Cl.

Mario Moretti Il numero uno delle Br, leader della direzione strategica, partecipa al sequestro Moro, dopo 17 anni di carcere, 9 di clandestinità e 6 ergastoli, nel 1994 ottiene il permesso di andare alla Scala. Una volta fuori, in lavoro esterno, si occupa di volontariato. Esperto di informatica partecipa alla fondazione della Cooperativa Spes composta da ex irriducibili dissociati. La coop ottiene vari contributi, anche dalla Regione Lombardia, insieme all'associazione Geometrie variabili cerca forme di lavoro non alienanti per i detenuti. Scrive libri.

Valerio Morucci L'ex postino delle Br durante i 55 giorni del caso Moro, scontati 17 anni di prigione, dissociato, è libero. Autore di libri di successo (l'ultimo, La peggio gioventù) vincitori di premi letterari con Il collezionista (la VI edizione di Esperienze in giallo) lavora come consulente informatico.

Roberto Ognibene Gode dei benefici dovuti alla legge sui dissociati e lavora come impiegato al Comune di Bologna.

Ave Maria Petricola Quest'anno la Provincia di Roma ha assunto quest'ex pentita brigatista, nome ricorrente al processo Moro, come responsabile del centro di Torre Angela, VII municipio della Capitale, che trova lavoro ai disoccupati. Amnistiata nel 1987, nel 2004 la ritroviamo nella lista degli assistenti sociali regionali.

Remo Pancelli Killer dell'ala militarista delle Br Colonna 28 marzo, l'ex dipendente delle Poste del sequestro D'Urso, viene bloccato dai carabinieri il 7 giugno del 1982. Pluricondannato, è inserito in una coop sociale (che ha ospitato altri ex terroristi rossi).

Marco Pinna Soldato della colonna sarda delle Br, è vicepresidente della coop ambientale Ecotopia.

Susanna Ronconi Storica figura del troncone toscano di Prima Linea, lavora al Gruppo Abele di Torino dove ha la responsabilità delle cosiddette Unità di strada. Nel 1987 guadagna il primo permesso-premio per la sua dissociazione. È stata consulente di Asl e Comuni del nord Italia, collabora alla pubblicazione del Rapporto sui diritti globali a cura dell'associazione Informazione&Società per la Cgil Nazionale. Un'interrogazione di Gasparri (An) e Giovanardi (Ccd) la segnalano come beneficiaria di una consulenza da parte dell'allora ministro Livia Turco.

Giovanni Senzani Il criminologo delle Br-Partito Guerriglia, irriducibile fino al midollo, già sospettato di essere il Grande Vecchio del sequestro Moro, ergastolano per l'omicidio del fratello del pentito Patrizio Peci, esce nel 1999 in semilibertà ma un anno dopo è dietro la scrivania di un centro di documentazione della Regione Toscana denominato Cultura della legalità democratica e inserito nel progetto Informacarcere. Nel 2001 si è scoperto che il centro poteva clonare tutti gli atti, anche quelli segreti, della commissione parlamentare sulle stragi. È coordinatore della casa editrice di sinistra Edizioni Battaglia.

Marco Solimano Ex di Prima linea, oggi è consigliere dei Ds al Comune di Livorno. Da circa dieci anni è assistente volontario al carcere di Livorno come responsabile Arci.

Nicola Solimano Ex di Prima linea, condannato a 22 anni lavora alla Fondazione Michelucci di Fiesole, costituita nel 1982 dalla Regione Toscana e dai Comuni di Pistoia e Fiesole. È stato consulente della Regione Toscana per la nuova legge a tutela dei popoli Rom e Sinti e fra i coordinatori di un campus internazionale nell'ambito dell'iniziativa regionale Porto Franco, per conto dell'Assessorato alla cultura della Regione.

la destra è tiranna venerdì, 11 aprile 2008

Re: in quanto a criminali siete primi nel mondo

L'invincibile Armata

Antonio D’Alì

Neosottosegretario all’Interno, è un personaggio di tutto rispetto. Senatore di Forza Italia eletto a Trapani da tre legislature, in quella scorsa era addirittura vicepresidente della commissione Finanze, e per un po’ è stato pure responsabile economico di Forza Italia. Famiglia ricca e potente, proprietaria di saline, tenute agricole e sopratutto della Banca Sicula. Lo zio, Antonio il Vecchio, amministratore delegato dell’istituto deve lasciare la carica nel 1983: il suo nome risulta nelle liste della loggia P2 (sì, nel 1983 non si sarebbe potuto da piduisti diventare Presidente del Consiglio) Gli subentra il nipote e omonimo, Antonio jr.
Qualche anno dopo, il commissario di polizia Calogero Germanà ipotizza che l’Istituto, come la banca Rasini, venga usato per il riciclaggio del denaro sporco di Cosa Nostra: non a caso -sostiene il funzionario- il collegio dei sindaci è presieduto da Giuseppe Provenzano, presidente della regione e sopratutto ex commercialista dell’omonima famiglia Provenzano, quella del vecchio boss di Cosa Nostra.
I sospetti scompaiono nel 1991 insieme alla banca Sicula, inglobata dalla Comit, nel cui consiglio di amministrazione va così a sedere Giacomo d’Alì, figlio di Antonio il Vecchio e cugino del senatore. Ma la famiglia d’Alì è celebre a Trapani anche per aver dato per anni lavoro e stipendio a vari rampolli delle famiglie mafiose dei Minore e dei Messina Denaro.
Francesco Messina Denaro, storico boss di Trapani, è stato per decenni il “fattore” dei d’Alì. Poi cedette il testimone -di capomafia e di fattore- al figlio Matteo, che oggi, a 39 anni, è il nuovo numero uno di Cosa Nostra, latitante, condannato per le stragi del 1992-93.
Sembra di leggere la storia del mafioso Vittorio Mangano, “fattore” di villa Berlusconi dal 1973 al 1975. Alla Commissione parlamentare Antimafia sono conservati i documenti che testimoniano il pagamento di 4 milioni nel 1991 dai d’Alì all’INPS come indennità di disoccupazione di Matteo Messina Denaro, di professione “agricoltore”.Nelle carte dei giudici poi, le prove di una strana compravendita: quella di una vasta tenuta in contrada Zangara (Castelvetrano) passata dai d’Alì ai Messina Denaro, i quali però non hanno sborsato una lira. Un gentile omaggio oppure un’estorsione? E nel secondo caso perché nessuno l’ha mai denunciata? Oggi comunque quei terreni sono sotto sequestro perché il vero proprietario è Totò Riina, che usava Messina Denaro come testa di legno per nascondere i suoi beni.Che fine han fatto i protagonisti della nostra storia?
Giuseppe Provenzano è stato appena eletto deputato di Forza Italia. Il Commissario Germanà è stato trasferito altrove e ha pure subito un attentato da Luca Bagarella in persona. E Antonio d’Alì, come sottosegretario all’Interno, è ufficialmente un suo superiore; potrebbe anche diventare presidente delal commissione sui pentiti, carica che spetta tradizionalmente a un sottosegretario del Viminale; in alternativa c’è pronto l’avv. Taormina che avendo difeso fra gli altri Claudio Vitalone (omicidio Pecorelli, culo e camicia con la banda della Magliana e braccio destro di Andreotti) e il tenente Carmelo Canale, dei pentiti deve avere certamente un’ottima opinione e soprattutto molto serena.

Umberto Bossi

Leader della Lega Nord e neoministro delle Riforme Costituzionali e della Devoluzione è stato condannato in via definitiva dalla Cassazione a 8 mesi di galera per violazione sulla legge sul finanziamento pubblico ai partiti (i famosi 200 milioni che gli versò Carlo Sama nell’ambito della maxitangente Enimont).
Altri 8 mesi definitivi glieli ha inflitti la Cassazione per istigazione a delinquere: un giorno il Senatür invitò i suoi “ad andare a prendere i fascisti casa per casa”. I fascisti, per la cronaca, erano i suoi ex e odierni alleati di AN.
Non solo nell’aprile del 2001 il Tribunale di Cantù gli ha inflitto 1 anno e 4 mesi di galera per vilipendio della bandiera (il nostro patriota aveva rivelato “io il Tricolore lo uso per pulirmi il culo” e poi per avere la poltrona lo ha baciato giurandoci sopra).
E quello di Milano gli ha appioppato altri 7 mesi per resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale nei tafferugli seguiti alla perquisizione della sede leghista in via Bellerio a Milano da parte dela polizia inviata dal giudice Guido Papalia, procuratore capo di Verona.
Qui Bossi è indagato per attentato contro l’integrità dello Stato e alla Costituzione, a proposito delle “camicie verdi” reclutate dalla Lega. Finora la Camera l’ha salvato dal rinvio a giudizio, dichiarandolo “insindacabile”, ma Papalia ha sollevato il conflitto di attribuzione contro Montecitorio dinanzi alla Consulta, che ora dovrà decidere se autorizzare o meno il processo, congelato in udienza preliminare.
Sommatoria della galera che dovrebbe scontare Bossi Umberto: 8 mesi + 8 mesi + 1 anno e 4 mesi + 7 mesi = 3 anni e 3 mesi di gattabuia!

Aldo Brancher

Neodeputato forzista eletto in Veneto è il degno sottogretario unico alle Riforme e alla Devoluzione: un ministero, due condannati (l’altro è il ministro Bossi).
Ex sacerdote “paolino”, ex pubblicitario per il settimanale Famiglia Cristiana e poi per Publitalia, da 20 anni è il braccio destro di fedele Confalonieri alla Fininvest Comunicazioni. È il primo manager del Biscione a finire in galera nell’inchiesta Mani Pulite, il 18 giugno 1993, per corruzione: accusato di avere allungato una mazzetta di 300 milioni al ministro della Sanità Francesco De Lorenzo (figlio di quel Ferruccio corrotto da Berlusconi per sbolognare all’ENPAM l’invenduto di Milano Due) per la pubblicità anti-AIDS sulle TV berlusconiane, in cella non apre bocca e si guadagna l’eterna gratitudine del Cavaliere e dei suoi cari. Condannato in Appello a 2 anni e 8 mesi per falso in bilancio e violazione della legge sul finanziamento dei partiti, diventa nel 1999 responsabile di Forza Italia nel nord Italia.È lui l’artefice del riaggancio di Bossi. Ora i due lavoreranno insieme per riformare le vecchie istituzioni italiane portandovi una ventata di pulizia e di novità…

Vittorio Sgarbi

Eletto deputato per Forza Italia nel Friuli col ripescaggio proporzionale è il nuovo sottosegretaio ai Beni Culturali. Già presidente della Commissione Cultura della Camera, nel 1996 è stato condannato in via definitiva dalla Cassazione a sei mesi e 10 giorni di reclusione e 700mila lire di multa per truffa aggravata e continuata ai danni dello Stato: precisamente ai danni della Sovrintendenza ai Beni Artistici e Storici del Veneto, dove fu impegato per 3 anni ma lavorò soltanto 3 giorni, allegando per il resto certificati di false malattie mai sofferte (tra cui il cimurro, da quel cane che è… e i dottori che scrivevano le false ricette? Nel suo piccolo è un bel falsario anche lo Sgarbi, vi pare?)Il cumulo di questa pena con quelle per le continue diffamazioni (preferibilmente ai danni di magistrati, da buon deliquente li odia tutti…), alcune delle quali senza più la sospensione condizionale lo rende un soggetto a rischio: senza l’immunità parlamentare finirebbe ipso facto in galera.
Ma la condanna per truffa alla Sovrintendenza avrebbe dovuto sconsigliare la sua nomina proprio ai Beni Culturali, che è un po’ come mettere la volpe a guardia del pollaio… (ma essendo un governo di pregiudicati forse è normale)

Roberto Maroni detto Bobo

Leghista, già ministro dell’Interno nel Berlusconi I, già capo del “governo della Padania”, ora Ministro del Lavoro, Salute e Politiche Sociali, è l’unico condannato -provvisorio, per giunta- che ha subito veti per una poltrona nel governo Berlusconi.
La condanna è quella per resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale che gli è costato il posto di ministro della Giustizia dove nel 1994 Berlusconi pensò di piazzare il nobile Cesare Previti.
Condanna in 1° grado a 8 mesi di reclusione per gli scontri con la Polizia inviata dal Procuratore Papalia a perquisire la sede della Lega a Milano: Maroni, prima di finire in ospedale con il naso rotto, avrebbe tentato di mordere la caviglia di un agente…Il processo di appello, probabilmente, non si celebrerà mai: dopo la prima sentenza la Camera ha dichiarato insindacabili Maroni, Bossi e gli altri deputati leghisti condannati.
In più, sempre a braccetto col Senatùr, Bobo è indagato a Verona come ex-capo delle “camicie verdi” e “la guardia nazionale padana” per attentato all’integrità dello Stato e alla Costituzione, nonché per associazione antinazionale e paramilitare.
Infine, la procura di Roma ha chiesto il suo rinvio a giudizio per “favoreggiamento a istigazione alla corruzione” nella presunta compravendita di voti che movimentò la nascita del governo D’Alema: secondo l’accusa, l’ex-leghista Luca Bagliani, passato all’UDEUR, avrebbe “offerto denaro e altre utilità economiche” a 4 colleghi leghisti per convincerli a lasciare la Lega, passare all’UDEUR e votare pro-D’Alema. Maroni avrebbe aiutato Bagliani “a eludere le investigazioni degli inquirenti”, tenendosi nel cassetto una registrazione che provava il mercato dei voti. Udienza preliminare il 6 luglio.

Girolamo Sirchia

Chirurgo di fama internazionale, assessore uscente ai Servizi Sociali nella Giunta milanese di Gabriele Albertini e attuale Minitro della Sanità sarebbe al centro di un’indagine del pubblico ministero Fabio Napoleone, nata da un esposto della consigliera comunale diessina Emilia De Biasi. L’inchiesta partita il 5 aprile di quest’anno con l’acquisizione di documenti negli uffici comunali di Via Larga, è chiamata “adotta un nonno” e riguarda la campagna di beneficenza “Buon Natale, anziani! 1999-2000”, lanciata proprio dall’allora assessore Sirchia per raccogliere fondi per l’assistenza agli anziani bisognosi. Secondo l’esposto -scrive il Corriere della sera- l’anno scorso per la raccolta dei fondi erano stati aperti due conti correnti: uno intestato alla Fondazione Fratelli di San Francesco e l’altro ad Andrea Mascarti, consigliere della fondazione (e consigliere comunale di F.I.). De Biasi ha segnalato inoltre che il denaro raccolto non è transitato sul Bilancio del comune.
Uno degli ultimi filoni dell’inchiesta ipotizza una gestione clientelare di quei fondi, che -secondo l’accusa- sarebbero stati erogati ad anziani “vicini” ai partiti della maggioranza.
Sirchia ha sempre smentito di essere formalmente indagato. Si vedrà.

Antonio Martino

Economista, deputato forzista eletto in Sicilia al proporzionale, già ministro degli Esteri nel Berlusconi I, ora “declassato” alla Difesa, straccia un altro tabù: mai, finora, un piduista aveva retto il ministero delle Forze Armate, nemmeno negli anni d’oro della loggia del Venerabile Licio Gelli. Il nome di Antonio Martino compariva nelle liste P2 scoperte a Castiglion Fibocchi nel 1981: fra coloro che avevano inoltrato a Gelli regolare domanda di iscrizione ma non c’era stato il tempo di perfezionarla (erano arrivati prima i giudici).
Martino ha sempre negato di aver presentato quella richiesta ma nelle carte del Venerabile fu ritrovata la sua domanda con tanto di firma e data: 6 luglio 1980; la Commissione Anselmi raccolse la testimonianza del “fratello” massone che l’aveva “presentato” alla pia confraternita dei ladroni e degli assassini: un certo Giuseppe Donato, strettissimo collaboratore di Gelli.
(il papà di Antonio si rivolta nella tomba…)

Giuseppe Pisanu detto Beppe

Deputato dal 1972, prima nella DC e poi in Forza Italia, già capogruppo forzista della Camera, candidato al ministero dell’Interno e poi dirottato all’ultimo momento sulla neonata poltrona della “Attuazione del programma di Governo” (sic!) è un altro che gli ambienti piduisti li ha conosciuti bene, tanto che, nella vita precedente, quando non era ancora anticomunista e portava la borsa a Benito Zaccagnini (Sinistra DC), fu travolto da uno scandalo per i suoi rapporti con il banchiere bancarottiere e piduista Roberto Calvi, presidente del banco Ambrosiano, con il Gran Maestro della massoneria Armando Corono e con il faccendiere Flavio Carboni, plurinquisito, pluriarrestato, legato a varie esponenti della banda della Magliana.
Sassarese, ex amico del cuore di Francesco Cossiga, già capo della segreteria Zaccagnini negli anni del compromesso storico DC-PCI, Pisanu diventa sottosegretario al tesoro e alla Difesa in vari governi. Ma ai tempi del Fanfani V (1983), saltano fuori le sue liasons dangereuses con alcuni imbarazzanti compagni di vacanze in barca: Flavio Carboni e Silvio Berlusconi!
Tutto comincia nell’estate el 1980, quando Berlusconi e Flavio brigano per regalare a Porto Rotondo una bella colata di cemento (progetto “Olbia 2”). Carboni ospita Pisanu e Berluskatz sulla sua Punto Rosso, una tinozza di 22 metri!
L’estate seguente, Beppe fa un’altra conquista: veleggia, sempre sulla barca di Carboni, al largo della Costa Smeralda, ma stavolta a bordo c’è pure il bancarottiere Calvi, fresco di condanna, in libertà provvisoria. Memorabile la testimonianza di Pisanu davanti al PM milanese Pier Luigi Dell’Osso che indaga sul crac Ambrosiano e lo interroga per sei ore l’11 settembre 1982 (mentre Carboni si trova in carcere da qualche giorno a Milano perché coinvolto nelle indagini sulla fuga e sulla morte di Calvi): Carboni -spiega Pisanu- era un interlocutore valido per le forze politiche richiamantisi alla ispirazione cattolica.
Insomma, il pio terzetto non discuteva di affari ma di teologia e mariologia…
Carboni, prosegue Pisanu, riuscendo a restare serio, mi disse che il Berlusconi aveva interesse a espandere Canale 5 in Sardegna, tal che lo stesso Carboni si stava interessando per rilevare a tal fine la più importante rete TV sarda, Videolina (quella fondata dal discusso finnziere Niki Grauso). Non solo: il Carboni mi disse di essere in affari col signor Berlusconi anche con riguardo a un grosso progetto edilizio di tipo turistico denominato ‘Olbia 2’. Fin dall’inizio ritenni di seguire gli sviluppi delle varie attività di Carboni, trattandosi di un sardo che intendeva operare in Sardegna.Il pio sodalizio Carboni-Pisanu si estende poi miracolosamente all’affaire Ambrosiano. Il sottosegretario al Tesoro portato dall’amico Flavio incontra Calvi per ben 4 volte, e subito dopo l’8 giugno 1982, risponde alla Camera alle allarmate interrogazioni delle opposizioni sul colossale buco dell’Ambrosiano, aggravato dai debiti miliardari del Banco Andino. Niente paura -rassicura Pisanu- è tutto sotto controllo! Nessun allarme: Le indagini esperite all’estero sull’Ambrosiano non hanno dato alcun esito.
La sera dopo, 9 giugno, Pisanu è di nuovo a cena con Carboni: pare che il tema della serata sia la nomina a nuovo procuratore Generale di Milano di un “amico”, il giudice Consoli, presente al convivio.L’indomani, 10 giugno, Calvi fugge dall’Italia per finire come sappiamo, impiccato sotto il ponte dei Frati Neri a Londra!Nove giorni dopo, il Governo dichiara insolvente l’Ambrosiano, mettendo sul lastrico migliaia di risparmiatori. Pochi mesi dopo sia l’Ambrosiano sia l’Andino fanno bancarotta.
Racconterà Angelo Rizzoli alla Commissione Parlamentare di inchiesta sulla P2: a proposito dell’Andino, Calvi disse a me e a Tassa Din che il discorso dell’on. Pisanu in Parlamento l’aveva fatto fare lui. Qualcuno mi ha detto che per quel discorso Pisanu aveva preso 800 milioni da Flavio Carboni. Accusa mai dimostrata, anche se il portaborse di Calvi, Emilio Pellicani, dirà all’Espresso che Calvi aveva stanziato (per “comprare” il proprio salvataggio) 100 miliardi, dei quali “poche decine di milioni” sarebbero finite anche nelle tasche di Pisanu, tramite Carboni; e aggiunge che Pisanu si interessò attivamente del progetto di cessione del Corriere della Sera da parte di Calvi, tentando di pilotare l’operazione “in favore dell’on. Piccoli”.
Cioè di garantire una sorta di controllo DC sul primo quotidiano d’Italia. Pisanu smentisce e querela Pellicani. Memorabili gli attacchi che gli sferrano in quel periodo i due membri più battaglieri della Commissione P2: il missino Mirko Tremaglia e il radicale Massimo Teodori.Tremaglia denuncia l’assalto partitocratico al Corriere della Sera tramite manovre che di volta in volta sono passate attraverso Andreotti, Bagnasco, Pisanu, Carboni o Rizzoli. E quanto all’Ambrosiano appena dichiarato insolvente, punta il dito sulle gravissime responsabilità degli organi di Governo, compreso il sottosegretario Pisanu, amico non per caso di Carboni, che aveva dichiarato alla Camera che nulla era emerso di irregolare nell’Ambrosiano. Senonché esattamente 9 giorni dopo il Tesoro dispose lo scioglimento degli organi amministrativi dell’Ambrosiano.E Teodori: alcuni fatti sono incontrovertibili: i rapporti strettissimi e continuativi tra Pisanu e Carboni; i rapporti di Pisanu con Calvi tramite Carboni, i rapporti di Pisanu con Calvi e Carboni per la sitemazione del Corriere della Sera; i rapporti di Pisanu con Calvi e Carboni quando, sottosegretario al Tesoro, il ministero prendeva importanti decisioni sull’Ambrosiano; il sottogretario rispose per due volte alla Camera sulla questione Ambrosiano. Poi, il 19.1.1983 aggiunge: il sottosegretario Pisanu deve dimettersi: se c’è ancora un minimo di moralità è inconcepibile che l’on. Pisanu resti al governo.Non mi dimetterò su richiesta di Teodori, schiuma Pisanu. Poi però cambia idea, o gliela fanno cambiare: 2 giorni dopo il 21 gennaio si dimette da sottosegretario, per consentire il chiarimento della mia posizione senza condizionamenti legati all’incarico di governo ricoperto… ma il suo caso continuerà ad arroventare la Commissione P2 nei mesi avvenire.In febbraio Teodori torna a denunciare l’arroganza socialista e democristiana che vuole affossare la commissione d’inchiesta e pretende una condizione di speciale intoccabilità per tutti i politici, da Pisanu a Piccoli ad Andreotti.
Pisanu viene ascoltato una seconda volta dalla Commisisone Anselmi, e lì -pur rivendicando l’assoluta correttezza e “trasparenza” dei suoi rapporti con Carboni e Calvi- ammette di avere un po’ sottovalutato la delicatezza di certe frequentazioni.
Dopo un breve purgatorio, Pisanu risalta in sella nel 1987: sottosegretario alla Difesa del nuovo governo Fanfani. Poi un altro po’ di oblio, e la resurrezione “azzurra” grazie all’inseparabile Silvio, sempre riconoscente con i vecchi compari: nel 1994 lo promuove “vicecapogruppo vicario” alla Camera, nel 1996 capogruppo al posto del povero Vittorio Dotti, colpevole di essere amico dell’Ariosto, e quindi colpevole di avere sbagliato fidanzata, e sopratutto non era amico né di Calvi né di Carboni.
Nel 2001 l’ultimo balzo: ministro nel Berlusconi II, un’occasione per rivedere tanti vecchi amici…Come il ministro per gli Italiani all’Estero Mirko Tremaglia, e il neodeputato di F.I, Massimo Teodori; come passa il tempo…(i due grandi accusatori oggi gli leccano il culo e dicono che sa di buono…)

Claudio Scajola

È il primo Ministro dell’Interno della storia d’Italia ad avere conosciuto le patrie galere: non per le solite visite umanitarie ma per esservi stato detenuto per 70 giorni.
Nato a Imperia 53 anni fa, ha la politica nel sangue, anzi, nell’albero genealogico. La sua famiglia superdemocristiana ha regalato a Imperia tre sindaci: il padre Ferdinando (costretto a dimettersi negli anni ’50 perché sospettato di aver favorito il cognato per un posto da primario), il fratello Alessandro ed infine lui, nel 1982.
L’anno seguente però è già in manette. Arrestato dai carabinieri il 12 dicembre 1983, per ordine dei giudici milanesi (PM Davigo, DiMaggio e Carnevali, giudici istruttori Arbasino e Riva Crugnola), che indagano sullo scandalo dei casinò: una storiaccia di clan mafiosi siciliani che ha messo le mani sulle case da gioco di Sanremo e Campione d’Italia, accordandosi con i politici locali. Scajola è accusato di essersi incontrato in Svizzera con il sindaco di Sanremo ed il conte Giorgio Borletti -che aspirava al controllo del casinò sanremese- e di avergli chiesto alcune decine di milioni (una cinquantina, pare, dell’epoca) a titolo di “rimborso spese” per l’impegno profuso dai politici liguri. L’accusa è di tentata concussione aggravata (anche se Scajola sostiene di aver fatto con Borletti solo discorso sulle sue “intenzioni politiche” nella gestione del casinò). Settanta giorni a San Vittore (ma senza ciapà i bott).
Ma alla fine, dopo una lunga e accidentata indagine, nel 1990 Scajola viene prosciolto. Non perché i fatti non siano realmente accaduti ma perché -spiega il fratello Alessandro- Claudio fece quel viaggio su incarico del partito.
L’accusa insomma non sarebbe riuscita a dimostrare che avesse chiesto quel denaro per sè o per il collega sanremese.
Dopo quella triste disavventura, Scajola si riprende prontamente, si fa rieleggere sindaco di Imperia dalla DC e nel 1995 si ricandida con una lista civica.
Di Forza Italia, alleata con A.N., non ha una grande opinione: sono solo dei fascistelli.L’anno seguente cambia idea e si candida coi fascistelli: carriera folgorante. Berlusconi lo promuove responsabile organizzativo e lui in pochi anni trasforma il partito di plastica in una macchina da guerra radicata nel territorio. Nel 2001 arriva il premio: ministro dell’Interno.

Giovanni Alemanno detto Gianni

Ministro delle Politiche Agricole, è il genero di Pino Rauti, avendone sposato la figlia. Fascista della seconda ora viene arrestato due volte per le sue intemperanze di segretario nazionale del Fronte della Gioventù. La prima il 20.11.1981 a Roma, con l’accusa di aver partecipato insieme ad altri 4 camerati all’aggressione di uno studente di 23 anni: un pestaggio con tanto di spranghe di ferro, costato al giovane il ricovero in ospedale per 10 giorni.
Il secondo arresto risale al 29.5.1989, a Nettuno: l’aitante Alemanno finisce in cella con altri 12 camerati per resistenza aggravata a pubblico ufficiale, manifestazione non autorizzata, tentato blocco di corteo ufficiale, lesione ai danni di due poliziotti. L’allegro squadrone era sceso in piazza per contestare l’allora presidente degli USA, George Bush senior, in visita al cimitero di guerra americano.
Una provocazione intollerabile per la giovane camicia nera, che organizza subito un contro-corteo riparatore.
Per rappresentare, recita il comunicato, un monito per chi troppo facilmente dimentica il nostro passato e offende la memoria di migliaia di caduti che si sono battuti per la dignità della Patria, mentre altri pensavano solo a guadagnarsi i favori dei vincitori!
Cioè un monito per chi, visitando un cimitero, offendeva la memoria dei caduti di Salò privilegiando quegli opportunisti dei partigiani, noti servi degli amerikani.
Di Gianni Alemanno si parla diffusamente nelle carte dell’inchiesta palermitana “Nuovi sistemi criminali” (di cui la Procura ha appena chiesto l’archiviazione) per via del suo ruolo in alcuni movimenti di estrema destra di stampo “sudista”, in parallelo con il boom della Lega Nord.
Il 13.6.1991 Bossi partecipa a una manifestazione della Lega Sud Sicilia, e viene aspramente contestato dal Fronte della Gioventù guidato da Alemanno.
Due anni dopo i due “fronti” fanno la pace… l’occasione -come segnala il Sisde al ministero dell’Interno- è data da una manifestazione dell’ala rautiana del Fronte della Gioventù, organizzata da Alemanno il 15.9.1993 ai Giardini di Castel Sant’Angelo.
È la festa delle Comunità Nazionalpopolari, che si propone di gettare le basi per un fronte unico nazionalpopolare che convogli la protesta del Sud. Partecipa fra gli altri, con uno suo stand, la Lega Nazionalpopolare di cui è fondatore e segretario l’estremista nero Stefano Delle Chiaie. Nel suo padiglione vengono avvistati Adriano Tilgher e il prof. Paolo Signorelli, ideologi dell’estremismo nero passati di lì per una breve visita.
La Lega Nord è presente con gli onorevoli Irene Pivetti, Mario Borghezio e Oreste Rossi. Un passo in avanti -secondo i Servizi- verso un accordo tra lega Nazionalpopolare e Lega Nord.
Una prospettiva che però nel MSI vede favorevole solo Rauti, e infatti si parla di una sua possibile scissione.
Secondo gli investigatori sarebbe collegato a questo gruppo anche Angelo Manna, ex-missino e fondatore del Fronte del Sud, uno dei tanti movimenti separatisti siciliani nati nei primi anni Novanta e poi confluiti nella Lega Nazionalpopolare di Delle Chiaie.

Enrico La Loggia

Ex assessore DC a Palermo (giunta Orlando), poi senatore forzista, ora ministro degli Affari regionali, guai giudiziari non ne ha mai avuti, ma certe intercettazioni telefoniche “siciliane” che lo riguardano sono tutt’altro che rassicuranti.
Sarà perché sua padre Giuseppe, agrigentino, capo di una dinastia di avvocati DC, due volte presidente della Regione Sicilia e diverse volte deputato, morto nel 1994, era il cognato dell’ex-ministro DC Attilio Ruffini, più volte citato nelle inchieste di mafia. O sarà per una certa sfortuna nelle amicizie.Come quella che lo lega a Nino Mandalà, imprenditore di Villa Abate, membro del coordinamento provinciale di FI, arrestato nel 1999 per associazione mafiosa nell’inchiesta che riguarda pure il deputato forzista Gaspare Giudice (per il quale la Camera, 2 anni fa, negò l’autorizzazione all’arresto al GIP di Palermo).Mandalà a Villa Abate è una potenza, economica e politica; e, secondo gli inquirenti, gli capita spesso di chiacchierare a ruota libera con gli uomini più vicini a Bernardo Provenzano.Il 4.5.98, intercettato, Mandalà parla con Simone Castello, uno dei colonnelli del boss dei boss. E gli racconta il suo ultimo burrascoso incontro con Enrico La Loggia.Dice di averlo insultato e minacciato perché quello, dopo l’arresto di suo figlio Nicola (coinvolto nelle indagini su alcuni omicidi) aveva preso ad evitarlo, a fingere di non conoscerlo.Lui invece si aspettava almeno un cenno di solidarietà in nome dell’antica amicizia, un rapporto che risale alla notte dei tempi, quando eravamo tutti e due piccoli.
Non solo: Mandalà e il padre di La Loggia erano stati “soci in affari” in una società di brokeraggio assicurativo (la Broker Sicula), con La Loggia presidente e Mandalà amministratore delegato.Senza contare che 3 anni prima La Loggia, è sempre Mandalà che parla, gli aveva chiesto di procurare al responsabile legislativo di FI, on. Renato Schifani (eletto a Corleone) una consulenza a 54 milioni l’anno al comune di Villa Abate.I due si rivedono in un congresso di FI, sette otto mesi dopo la liberazione di mio figlio riprende la telefonata intercettata col boss mafioso, e La Loggia sarebbe andato incontro a Mandalà, ma questi l’avrebbe zittito e cacciato in malo modo: Senti, devi farmi una cortesia, pezzo di merda che sei, non ti devi permettere di rivolgermi la parola. E La Loggia (sempre secondo la telefonata di Mandalà): Ma Nino, è mai possibile che mi tratti così? I nostri rapporti…Ma quali rapporti!
A quel punto La Loggia, allarmatissimo avrebbe invitato Mandalà a proseguire l’incontro in privato, nel suo studio palermitano in via Duca della Verdura.
Un incontro di un’ora nel quale Mandalà minaccia di scoprire alcuni altarini del senatore e della sua famiglia:Alla fine gli dissi: senti tu a me non mi devi cercare più! Devi dimenticare che esisto… Siccome io sono mafioso, come tuo padre, purtroppo, perché io con lui me ne andavo a cercargli i voti da Turiddu Malta, il capomafia di Vallelunga… io posso sempre dire che tuo padre era mafioso.
A quel punto LaLoggia si è messo a piangere. “Mi rovini… mi rovini…” piangeva ma non perché era mortificato, ma per la paura.
Castello a quel racconto sbotta: No, ma quant’è cretino.
E Mandalà: Vedi quant’è cornuto, minchia, ha pensato veramente che io lo andavo a rovinare… Io volevo solo spaventarlo, impaurirlo, per fargli male.La Loggia nega quel vertice a quattr’occhi. con minacce e lacrime, ammette solo di avere incontrato Mandalà a un congresso di FI e di avere brevemente parlato con lui dell’arresto di suo figlio.
In ogni caso Carabinieri osservano nei loro rapporti che Mandalà è una figura centrale in Forza Italia siciliana: parla al telefono con vari esponenti del partito del piduista Berlusconi con parole e toni che lasciano chiaramente intendere una sua non giustificata -o forse sì?- autorità nei confronti degli stessi (da verbale)Altre telefonate imbarazzanti sono quelle di un quasi omonimo di Mandalà, il ragionier Pino Mandalari, gran maestro massone che, secondo gli inquirenti era il commercialista di fiducia di Salvatore Riina, nonché presidente della Ri.Sa., la Riina Salvatore srl.
Telefonate intercettate alla vigilia delle elezioni del 27 marzo del 1994: il 17.3.1994 il Mandalari telefona al numero privato di Enrico La Loggia cheidendo di “Enrico”, però assente, pregando di essere richiamato.
Il 19.3.1994 dà indicazioni di voto a un mafioso: Tutti per Forza Italia nella terza scheda… Bisogna vedere il candidato nel collegio… La Loggia è il nostro… rapporti ottimi, ci siamo incontrati qua con La Loggia per una riunione…La Loggia smentisce di avere mai conosciuto Mandalari e gli dà del millantatore e persona poco raccomandabile. Mandalari gli fa rispondere da un avvocato in maniera quanto mai sibillina: Mandalari pretende scuse pubbliche dal senatore La Loggia che dovrebbe ringraziarlo per avergli dato il suo voto e aver avuto fiducia in lui come politico: tutto questo senza conoscerlo…

Gianfranco Micciché

Figlio del banchiere Gerlando (vicedirettore generale del banco di Sicilia), già braccio destra di Dell’Utri in Publitalia, è il nuovo viceministro dell’Economia e delle Finanze, nonché il coordinatore di Forza Italia in Sicilia.
Le intercettazioni si sprecano anche sul suo conto.
Nel novembre scorso vengono arrestati tra Terrasini e Cinisi quattro colonnelli di Provenzano. Uno di questi è Giuseppe Leone, presunto capomafia di Carini (comune a due passi da Cinisi) intercettato a lungo dai ROS per conto delle procure i Palermo e Caltanissetta.
Secondo Leone, Micciché avrebbe una vecchia amicizia con il presunto boss di Terrasini, Salvatore d’Anna.
Leone lo racconta in automobile al suo braccio destro. Non solo, il primo aprile 1993, in un villino di Santa Flavia, vicino a Palermo, il vertice di Cosa Nostra -Messina Denaro, Leoluca Bagarella e Giuseppe Graviano- si riunisce per deliberare le stragi di Firenze, Milano e Roma. Il villino è di proprietà di Giuseppe Vasile, figlio del vecchio capomafia di Brancaccio, già condannato per favoreggiamento nei confronti dei fratelli Graviano (i nuovi boss di Brancaccio), molto amico di Guglielmo Micciché, fratello di Gianfranco; i due sono accomumati dalla passione per le corse in auto.
Il pentito Fulvio Cannella parla, a questo proposito, di una movimentazione di capitali destinata a finanziare l’organizzazione Cosa Nostra nel 1993.
Il 12 maggio 1993, 48 ore prima dell’attentato a Maurizio Costanzo in via Fauro, avviene un fatto strano: Vasile e il suo amico Agostino Imperatore entrano nell’agenzia n. 27 del Banco di Sicilia, diretta da Guglielmo Micciché, e gli chiedono di cambiare 25 milioni in contanti in assegni circolari. Gli assegni verranno poi utilizzati per tentare di affittare una villa in Versilia, per ospitare sotto falso nome tre latitanti: i fratelli Graviano e Messina Denaro.L’operazione immobiliare è gestita dall’imprenditore milanese Enrico Tosonotti, amico di Agostino Imperatore, l’uomo che sceondo il settimanale Sette avrebbe presentato a Marcello dell’Utri la futura moglie Miranda.A fine 1994, dopo le stragi, nei giorni dela caduta del governo Berlusconi, Tosonotti incontra Micciché per tentare di fare ottenenere a un amico l’iscrizione all’albo dei fornitori del Ministero dei Trasporti, come ha ammesso lo stesso Micciché (a quell’epoca sottosegretario uscente ai Trasporti).
Tosonotti e Imperatore finiscono sotto inchiesta a Firenze per favoreggiamento ai Graviano nella strage del 1993.Di Micciché parla anche Lorenzo Rossano, un imprenditore in cattive acque, già fondatore di un club di Forza Italia:ricordo di aver capito il peso del personaggio Micciché dalla deferenza con cui veniva trattato da persone del calibro di Franco Madonìa, Onofrio Greco, Bino Catania (…) personaggi di calibro mafioso (…). Circa il Micciché ricordo che Pino Mandalari non lo considerava granché e diceva testualmente: è stato voluto da personaggi importanti ma non vale niente. Quando dico “personaggi importanti” mi riferisco a personaggi di spessore mafioso. Anche su queste deposizioni, che risalgono al 1996, e sono inserite nel processo dell’Utri, la procura di Palermo sta indagando. Anche se Micciché non risulterebbe, al momento, iscritto nel registro degli indagati.
Ma di Micciché parla anche Micciché medesimo: quando il PM di palermo gli domanda se abbia mai incontrato personaggi poi risultati mafiosi, si ricorda di un vecchio pranzo con uno del Madonìa, poi arrestato per associazione mafiosa nel 1996. Sfortunato nelle amicizie anche lui come Berlusconi, come Pisanu, come d’Alì, come La Loggia, come Alemanno… tutti al governo!



Gianantonio Arnoldi

Deputato di Forza Italia

Ex assistente del ministro Prandini (DC), è accusato di aver falsificato le tessere del suo partito, di avere falsificato le firme di presentazione per le liste del PS di De Michelis travasandole da Forza Italia. È accusato di falso in bilancio e bancarotta con coinvolgimento di extracomunitari.

Massimo Maria Berruti

Deputato di Forza Italia

Già capitano della Finanza, comprato dal Berlusconi nel 1979 ai tempi della prima indagine sul denaro sporco che veniva dalla Svizzera per la costruzione di Milano Due, quando Berlusconi dichiarò di non essere lui il costruttore, di non sapere nulla di quei soldi, perché lui era consulente esterno!
Arrestato per corruzione negli anni ottanta, poi assolto.
Poi di nuovo condannato in primo e secondo grado per corruzione dei suoi vecchi compagni della Guardia di Finanza! Ha organizzato la campagna elettorale per Forza Italia in Sicilia: accusato di nuovo di aver fatto società con dei mafiosi, non è in prigione ma a Montecitorio…

Alfredo Biondi

Ha patteggiato una condanna per frode fiscale.

Carmelo Briguglio

Deputato di Alleanza Nazionale

Indagato per truffa nell’allestimento dei corsi professionali in Sicilia.

Vito Bonsignore

Condannato a 2 anni per corruzione, Biancofiore in Calabria.


Giampiero Cantoni

Senatore della Casa delle Libertà

Accusato in quanto ideatore e promotore di un piano fraudolento per commettere truffe ai danni dello Stato, ha patteggiato la pena ricoscendosi quindi colpevole.

Francesco Colucci

Deputato di FI - Sottosegretario

Ex socialista, condannato per voto di scambio.

Romano Comincioli

Senatore della Casa delle libertà

Imputato per i suoi rapporti con la Mafia e con la banda della Magliana, poi assolto ma poi di nuovo latitante perché accusato di falsa fatturazione in Publitalia.

Giuseppe Degennaro

Senatore della Casa delle Libertà

Condannato a 16 mesi per voto di scambio: comprati dal clan dei Capriati duemila voti di preferenza. Capofila nelle società che dirigono l’interporto di Bari.

Marcello Dell’Utri

Senatore di Forza Italia

Condannato a Torino alla galera in via definitiva per truffa e falso. Sotto processo per mafia e per corruzione sia in Italia che in Spagna.

Antonio Del Pennino

Senatore della Casa delle Libertà

Coinvolto nello scandalo Enimont patteggia una pena di due mesi, e per la corruzione nell’affaire del Metrò patteggia ancora: un anno e tre mesi di carcere! Accusato anche dal boss Epaminonda, invece di andare in galera eccolo a Montecitorio come gli altri.

Gianni De Michelis

Portatore d’acqua della Casa delle Libertà, segretario del PS

Indimenticato ministro craxiano, ha lasciato alcune centinaia di milioni da pagare all’hotel Plaza di Roma. Ha patteggiato per le tangenti.

Walter De Rigo

Senatore della Casa delle Libertà

Presidente degli industriali di Belluno. Patteggiò una pena di un anno e quattro mesi per una truffa architettata ai danni del ministero del lavoro e della Cee. Ecco un grande italiano per Forza Italia.

Giuseppe Filippo Drago

Deputato del CCD

Figlio di Nino Drago. Entrambi processati per tangenti, della corrente di Salvo Lima. Forza mafia!

Giuseppe Fallica detto Pippo

Deputato di FI

Braccio destro e segretario di Micciché. Condannato a 15 mesi per fatture false. Cognato di Gaspare Giudice, altro inquisito di FI.
Un altro grande italiano per Forza Italia!

Giuseppe Firrarello

Senatore di Forza Italia

Ex DC andreottiano, accusato nelle tangenti per l’ospedale di Catania. Richiesto l’arresto ma il Senato nega l’autorizzazione.
Sparite le cassette con le intercettazioni dei suoi dialoghi coi mafiosi, resta solo quella con il boss Enrico Incognito.

Ilario Floresta

Deputato di FI

Imprenditore telefonico. Due volte indagato e due volte prosciolto per presunte relazioni telefoniche coi mafiosi.


Michele Forte

Senatore del CCD

Ex sindaco di Formia. Arrestato negli anni Ottanta e ancora in attesa di giudizio definitivo.

Gianstefano Frigerio

Deputato di Forza Italia

Campione di Forza Italia!
Candidato ed eletto in Puglia è stato arrestato subito dopo le elezioni. Latitante anche durante le elezioni, pluripregiudicato, condannato a più di 7 anni di reclusione, in attesa del cumulo della pena. Divertente: la candidatura proposta da Berlusconi era sotto falso nome! Infatti è stato presentato come Carlo Frigerio… Grandissimo. Un altro vero probo italiano per Forza Italia!

Pippo Gianni

Deputato del CDU

Arrestato e condannato per tangenti a tre anni di galera. Ora è coordinatore del CDU…

Gaspare Giudice

Deputato di Forza Italia

Accusato di essere “a disposizione” del boss Caccamo Giuseppe Panzeca.
Accusato di riciclaggio con intercettazioni di capi mafia che gli ricordavano di dover a loro la sua elezione! Chiesto il suo arresto.
Forza mafia!

Luigi Grillo

Senatore di Forza Italia

Fu uno di quelli che passò con Berlusconi dopo essere stato eletto nel centrosinistra. È accusato di truffa aggravata per l’Alta velocità.

Lino Jannuzzi

Deputato di Forza Italia

Cacciato da L’Espresso per i suoi insulti a Falcone, ha preso dei soldi da Pippo Calò per scrivere un libro sulla mafia. Forza mafia!

Giorgio La Malfa (Il figlio! Povero Ugo!!!!)

Deputato della CdL

Condannato per uno scherzo genetico, e per finanziamento illecito al PRI.

Guido Lo Porto

Deputato di Alleanza Nazionale

Condannato a 16 mesi di galera nel 1969 per possesso di armi da guerra in macchina, con Pierluigi Concutelli di Ordine Nuovo, quelli che hanno messo le bombe in giro per l’Italia.

Maurizio Lupi

Deputato di Forza Italia

Indagato a Milano per abuso di ufficio e truffa nella sua qualità di assessore comunale.

Raffaele Lombardo

Deputato di Forza Italia

Due volte in manette, poi rilasciato perché le tangenti sono passate come finanziamento illecito ai partiti. Torna per rifinanziare come sa fare lui…

Giovanni Mauro

Deputato di Forza Italia

Arrestato nel 1998 per tangenti. Sotto processo per associazione per delinquere finalizzata alla corruzione: un vero berlusconide!

Nino Mormino

Deputato di Forza Italia

Eletto a Cefalù. Indagato per contatti mafiosi da molti pentiti, che poi hanno ritrattato…

Vincenzo Nespoli

Deputato di Alleanza Nazionale

Rinviato a giudizio per pressioni su una società che gestisce l’Ipercoop: voleva l’assunzione di 250 dei suoi. Si difende dicendo che è “normale attività politica”…

Nicolò Nicolosi detto Ciccio

Ha il primato delle assoluzioni! Tre volte arrestato, altre due volte indagato, sempre assolto: un eroe!

Massimo Pini

Ex detenuto di mani Pulite.

Cesare Previti

Deputato di Forza Italia

Il più famoso dei corruttori. Sotto processo per corruzione di magistrati (IMI-SIR) e del giudice Metta nel caso Mondadori.

Rocco Salini

Senatore della Casa delle Libertà

Da presidente della regione Abruzzo venne arrestato con tutta la giunta. Condannato a 1 anno e 4 mesi di galera ha patteggiato riconoscendosi colpevole. Ecco un altro senatore reo confesso.

Domenico Sudano

Senatore del CCD

Condannato per aver truccato il concorso di un’asta. Patteggia per un anno e mezzo di carcere, riconoscendo la colpa.
Un altro delinquente reo confesso e subito eletto.

Antonio Tomassini

Senatore di Forza Italia

Condannato in via definitiva a 3 anni di galera per falso ai danni di una bambina cerebrolesa. Forza schifo!

Denis Verdini

Deputato di Forza Italia

Indagato per falso in bilancio come presidente del Credito Fiorentino.

Antonio Verro

Deputato di Forza Italia

Manager berlusconiano della Edilnord (tò, proprio come si chiamava quella società svizzera che mandava 500 milioni al giorno di soldi misteriosi per costruire Milano Due!). Indagato per abuso d’ufficio.

Alfredo Vito

Deputato di Forza Italia

Il capolavoro!!! 14 condanne con patteggiamento per furto, illeciti e restituzione di 5 miliardi di bottino!!! Candidato in Campania nonostante il mugugno di Fini! La Mussolini lo definì un ladrone della DC napoletana, vera associazione per delinquere. Spera tanto nella libertà della Casa delle Libertà dalla galera…

Carlo Vizzini

Senatore della Casa delle Libertà

Condannato a 10 mesi per la tangente Enimont.

Forza Nuova un sogno giovedì, 10 aprile 2008

Roberto Fiore il nuovo che avanza

Forza Nuova è un movimento politico di estrema destra fondato nel 1997 da Roberto Fiore e Massimo Morsello che si colloca sulle posizioni della cosiddetta "destra antagonista".

Nel periodo 2003-2006 ha collaborato con il cartello di Alternativa Sociale guidato da Alessandra Mussolini e stringendo collaborazioni sporadiche con la coalizione del centrodestra italiano, mantenendo pur sempre una linea politica di autonomia. Per le elezioni politiche del 13 e 14 aprile 2008 Forza Nuova si presenta con il proprio simbolo, indipendente da altri schieramenti

Roberto Fiore nasce a Roma il 15 Aprile del 1959.
Cattolico , sposato e padre di 10 figli, inizia la sua attività politica nel 1973, divenendo esponente di spicco di quella gioventù romana che negli anni ‘70 si pose come unico concreto baluardo contro la spallata di piazza di matrice comunista.
L’indomita passione politica lo porta ad essere accusato ingiustamente di reati d’opinione tanto da costringere il Nostro ad espatriare in Inghilterra, terra nella quale, in 20 lunghi anni, germoglieranno in Roberto i virgulti di una rinascita personale e politica.
E’ “oltremanica” infatti, che Fiore –formata la famiglia che è a tutt’oggi il suo orgoglio- crea, insieme a Massimo Morsello, la più importante struttura di riferimento per il turismo giovanile europeo.
Da questa attività nascono una serie di iniziative economiche volte a creare una rete di supporto alle attività sociali e politiche di Forza Nuova e, allo stesso tempo, si da vita ad una classe politica in fieri, avvezza al sacrificio ed al lavoro e con al centro, sempre e comunque, la famiglia.
Il 29 settembre 1997, sotto il patronato dell’Arcangelo Michele e insieme a Massimo Morsello, fonda ufficialmente il Movimento Politico Forza Nuova.
Il programma di Forza Nuova si articola sugli “8 Punti Fermi per la Ricostruzione Nazionale” che anticipano le grandi tematiche politiche odierne, proponendo radicali soluzioni.
Per la prima volta, dopo quasi due decenni di silenzio, si parla della necessità, per risollevarsi dalla crisi epocale, di proteggere la vita dal concepimento, senza tentennamenti, e di arginare l’ immigrazione in modo ferreo ma umano, nel rispetto di popoli e culture. Forza Nuova è il primo movimento a sostenere
l’idea di moneta di popolo e di un’ economia antiusuraia e di interesse nazionale.
Radicata in Fiore è l’ idea che sia indispensabile per tutti i partiti e movimenti europei di ispirazione sociale e nazionale, essere collegati e cooperare. Questo lo porterà ad essere contatto e punto di riferimento per i movimenti nazionalisti in tutto il continente.
Nell’ ultimo anno, ha compiuto una serie di viaggi in Russia ed ha stabilito con questo paese un collegamento culturale e politico culminato con un convegno (a cui hanno partecipato esponenti della cultura, della politica e del mondo militare russo), tenutosi a Roma nel mese di Novembre.
L’ idea di un’ Europa Cristiana e Romana che includa la Russia ed abbia finalmente il coraggio di porsi alla ribalta mondiale come potenza di pace, è centrale nel pensiero del leader di Forza Nuova.
Roberto Fiore è stato già candidato al Parlamento Europeo, primo dei non eletti nel 2005, e oggi si candida alla Presidenza del Consiglio dei Ministri contro tutta la casta partitocratica che sta distruggendo l'Italia. Per Roberto Fiore, con Forza Nuova, un VOTO PER LA PATRIA!


RobertoFiore.Org 2008 c Tutti i diritti riservati

n° 15
ANPI giovedì, 10 aprile 2008

Re: Roberto Fiore il nuovo che avanza

L'Anpi con il PD e la Sinistra Arcobaleno

La situazione politica che si sta determinando in questa prima fase della campagna elettorale ci induce ad alcune considerazioni e riflessioni.

Premettiamo che le associazioni della Resistenza, ovvero la storia che testimoniamo e gli ideali che rappresentiamo restano un punto di riferimento essenziale sia per il PD che per Sinistra. Nel PD c’è stato un momento ambiguo, mancando accenni all’ antifascismo e alla Guerra di Liberazione nel suo programma, momento superato dalle dichiarazioni di Veltroni sollecitato ad una precisazione anche dall’ANPI di Roma. L’ accaduto è importante, anche alla luce delle prospettive aperte dal distacco del PD dalla Sinistra e dei riflessi su annunciate possibili revisioni costituzionali (e paventate intese postelettorali con la Destra).

Questo è il punto più delicato e interessante anche per renderci conto del ruolo assunto da Veltroni con la costituzione del PD. A parte la questione puramente elettoralistica, e la strategia connessa, Veltroni ha ridato valore al nostro sistema politico basato sulla democrazia parlamentare così come, appunto, disegnato dalla Costituzione. L’inefficienza della classe politica, scandali con il coinvolgimento di esponenti, e specialmente senatori e deputati, sperperi per mantenere clientele, spettacolarizzazione televisiva del decadimento e della corruzione, avevano trasferito il discredito dalle persone alle istituzioni, alimentato una legittima protesta popolare trasformata nella demonizzazione dei partiti. L’avere Veltroni, con la costituzione del PD riportato l’attenzione sui partiti come indispensabili animatori della politica democratica e canali verso i terminali parlamentari, ha ridato vitalità al sistema vanificando, almeno per ora, il proposito berlusconiano teso, come in altri ambienti esteri dominati dai potentati finanziari, a sostituirlo con un sistema svilente il parlamento, affidato al governo delle élites espresso da un premier autoritario, incline al populismo ecc. ( non a caso Berlusconi rappresenta quel fascismo che Croce definiva mentalità).

Il problema che si pone con urgenza è la definizione del rapporto del Partito Democratico con la Sinistra. Se il distacco è plausibile (sia pure ai fini elettoralistici) ciò non esclude che la Sinistra, se rinnovata anche culturalmente, abbia un ruolo indispensabile nel nostro sistema democratico, sia nel rappresentare i più deboli della società e le idealità egualitarie, sia nel convogliare in ambito democratico istanze sociali destinate altrimenti ad alimentare l’estremismo eversivo extraparlamentare.

Ecco quindi l’ANPI chiamata, come sta accadendo ai vertici della politica, nella capitale, a svolgere una funzione sopra le parti (che definiamo non neutrale ma coscienziale), ricercata (senza investiture ma nei fatti) quale tramite tra il PD e una Sinistra (che stenta a rinnovarsi), necessità tanto più da rilevare per via delle alleanze nelle elezioni comunali e provinciali.

Massimo Rendina







L'ANPI su La grande bugia di Giampaolo Pansa



L’Associazione nazionale partigiani d’Italia, ANPI, ritiene opportuno formulare una valutazione delle tesi e dei contenuti che compaiono nell’ultimo libro del giornalista Giampaolo Pansa La grande bugia, considerata la diffusione mediatica che esso ha di recente avuto e affinché si conosca l’opinione di coloro che, oltre 60 anni or sono, alla lotta di Liberazione nazionale hanno direttamente partecipato spesso in forme e attraverso esperienze diverse.

È il caso di considerare in primo luogo le cosiddette “bugie” che a detta dell’autore concorrerebbero a creare la “grande bugia”, che investirebbe tutta la Resistenza, vale a dire il percorso storico, doloroso e drammatico, attraverso il quale gli Italiani, dall’8 settembre 1943 alla fine delle seconda guerra mondiale si batterono contro il nazismo ed il fascismo della Rsi aprendo la strada ad una nuova Italia, un’Italia democratica.
Il nucleo essenziale del pensiero di Pansa consiste nell’affermazione secondo cui i dirigenti e i militanti della componente politica comunista che partecipò come forza essenziale all’organizzazione e alla conduzione della Resistenza, avrebbero inteso la lotta contro i nazisti che erano divenuti occupanti spietati del nostro Paese e contro i fascisti di Salò che si erano posti al loro servizio, soltanto come una prima fase alla quale avrebbe dovuto seguire, con la forza delle armi, l’instaurazione di un regime autoritario di stampo sovietico anziché una democrazia parlamentare di tipo occidentale. Essenzialmente per questo la Resistenza, così come rappresentata, descritta e celebrata dalla cosiddetta “vulgata antifascista” sarebbe una bugia.
Si tratta, con evidenza, di affermazioni prive di qualsiasi fondamento storico, in quanto contraddette dallo svolgimento dei fatti di quell’epoca, così come sono offerti alla nostra valutazione e alla stessa memoria dei superstiti della lotta di allora.
In realtà la componente comunista della Resistenza, così come il Pci, hanno sempre assunto decisioni volte all’instaurazione di un sistema politico pluralistico e democratico di tipo occidentale e non certo di una qualsiasi forma di dittatura proletaria. Ciò è dimostrato dalla loro partecipazione paritaria ai Comitati di Liberazione Nazionale sorti dopo l’8 settembre 1943 in tutta l’Italia occupata con il compito di riunire in uno sforzo unitario i partiti politici antifascisti (liberale, d’azione, democratico-cristiano, socialista, comunista); dalla loro partecipazione, pur essa paritaria con gli altri partiti, al secondo governo Badoglio e ai governi Bonomi che ebbero vita nell’Italia liberata del Sud; dal loro concorso all’elaborazione del percorso istituzionale attraverso il quale, particolarmente dopo la Liberazione di Roma avvenuta nel giugno 1944, fu progettato e attuato il mutamento della forma istituzionale dello Stato da monarchia a repubblica e infine dal loro contributo al progetto costituente e alla formulazione della nuova Costituzione repubblicana sotto la guida presidenziale del comunista Umberto Terracini. Non senza ricordare che tutti i partiti antifascisti, compresi i comunisti, furono d’accordo nell’attribuire il comando unitario del Corpo Volontari della Libertà (CVL) al generale Raffaele Cadorna, ufficiale di carriera, a-politico, designato congiuntamente dal governo del Sud e dagli alleati anglo-americani.
Per altro verso, tutti noi rappresentanti dell’ANPI siamo in grado di ricordare e testimoniare che oltre 60 anni or sono facemmo la scelta di passare alla lotta armata contro l’occupante tedesco della nostra Patria e contro il secondo fascismo spinti non dalla prospettiva, in un secondo tempo, di instaurare una dittatura comunista, bensì interpretando l’aspirazione semplice e profonda alla libertà e alla pace di un popolo stanco e prostrato dalla guerra, che aveva aperto gli occhi sulla reale essenza del fascismo.
La storia può essere costruita e scritta soltanto sui fatti realmente accaduti che sono quelli sopra richiamati e non, come fa Pansa, sulle irrealizzate intenzioni che possono esservi state di alcuni dirigenti o militanti comunisti.

Di problematica conciliazione risulta poi l’iniziale affermazione dell’autore – «rammento che la Resistenza è, da sempre, la mia patria morale» – con un’opera divenuta da subito vessillo di coloro che coltivano antiche e profonde nostalgie.
La metodologia della ricerca impone che le intenzioni dei soggetti storici siano messe in relazione e interpretate alla luce della temperie generale di specifici periodi, quali gli anni del dopoguerra e della Guerra fredda, caratterizzati dall’amnistia di Togliatti, l’oblio sul collaborazionismo, la progressiva riabilitazione delle persone compromesse col regime, l’insabbiamento e archiviazione dei procedimenti giudiziari a carico dei responsabili delle stragi naziste, i processi penali e forme di discriminazione politica e sociale a carico degli ex partigiani. Addebitare allo spirito resistenziale la responsabilità morale di violenze e omicidi avvenuti in un contesto storico decisamente mutato rispetto agli anni precedenti a causa della rottura dell’unità antifascista, significa voler ignorare la volontà di liberare il Paese dal nazifascismo che accomunò tutte le forze patriottiche, fossero esse comuniste o cattoliche, socialiste o liberali, azioniste o monarchiche.

Secondo Pansa le altre “bugie” riguarderebbero il consenso popolare al fascismo che fu grande e maggioritario anche dopo l’entrata in guerra dell’Italia; il numero effettivo dei partecipanti alla lotta partigiana che sarebbe stato inferiore a quello celebrato dalla “vulgata antifascista”; l’ampiezza della cosiddetta “zona grigia” di coloro che non si schierarono a favore di nessuna delle parti in lotta, che sarebbe stata superiore a quanto generalmente ammesso dagli storici; il sostegno alla Resistenza delle popolazioni contadine che a sua volta sarebbe stato minore di quanto celebrato dall’antifascismo; il grado di coesione fra le varie componenti della Resistenza armata, che spesso sarebbe venuto meno con conseguenze anche tragiche.
Tutte queste affermazioni sono affidate a valutazioni approssimative, ignorando che almeno da vent’anni a questa parte la storiografia più seria e accreditata ha approfondito criticamente ciascuno dei suddetti argomenti, fornendo dati e valutazioni esenti da ogni amplificazione retorica. A fronte di queste problematiche l’autore si presenta come un cavaliere con la lancia in resta che tende a sfondare porte ormai da tempo aperte.
Gli storici contemporaneisti non hanno infatti aspettato le sollecitazioni di Pansa per operare seri e analitici studi sul biennio 1943-’45. L’aspetto più anacronistico di La grande bugia è che il suo autore sembra avere come riferimento una produzione storiografica ormai decisamente superata e forse da lui poco o per nulla conosciuta. Basti osservare come alcune tra le opere più significative e documentate di questi ultimi anni – da Una guerra civile di Claudio Pavone a La repubblica delle camicie nere di Luigi Ganapini, da La Resistenza in Italia di Santo Peli alla copiosa produzione saggistica della rete degli Istituti storici della Resistenza – abbiano sviscerato, con rigore scientifico, temi e vicende che Pansa presenta come inedite e mai trattate.

Un’ultima osservazione. Noi “uomini di marmo”, come Pansa ci definisce, siamo oggi qui a discutere e confrontarci con lui. Se avessero vinto “loro”, da tempo le nostre bocche (e anche quella di Pansa probabilmente) sarebbero state tappate. Per sempre.

Roma, 8 novembre 2006

editore venerdì, 11 aprile 2008

Re: Roberto Fiore il nuovo che avanza

la prox volta pubblica un articolo di giornale


restano un punto di riferimento
> essenziale sia per il PD che per Sinistra. Nel PD
> c’è stato un momento ambig> L'Anpi con il PD e la Sinistra Arcobaleno
uo, mancando accenni all’
> antifascismo e alla Guerra di Liberazione nel suo
> programma, momento superato dalle dichiarazioni di
> Veltroni sollecitato ad una precisazione anche
> dall’ANPI di Roma. L’ accaduto è importante, anche
> alla luce delle prospettive aperte dal distacco del
> PD dalla Sinistra e dei riflessi su annunciate
> possibili revisioni costituzionali (e paventate
> intese postelettorali con la Destra).
>
> Questo è il punto più delicato e interessante anche
> per renderci conto del ruolo assunto da Veltroni
> con la costituzione del PD. A parte la questione
> puramente elettoralistica, e la strategia connessa,
> Veltroni ha ridato valore al nostro sistema
> politico basato sulla democrazia parlamentare così
> come, appunto, disegnato dalla Costituzione.
> L’inefficienza della classe politica, scandali con
> il coinvolgimento di esponenti, e specialmente
> senatori e deputati, sperperi per mantenere
> clientele, spettacolarizzazione televisiva del
> decadimento e della corruzione, avevano
> trasferito il discredito dalle persone alle
> istituzioni, alimentato una legittima protesta
> popolare trasformata nella demonizzazione dei
> partiti. L’avere Veltroni, con la costituzione del
> PD riportato l’attenzione sui partiti come
> indispensabili animatori della politica democratica
> e canali verso i terminali parlamentari, ha
> ridato vitalità al sistema vanificando, almeno per
> ora, il proposito berlusconiano teso, come in altri
> ambienti esteri dominati dai potentati finanziari,
> a sostituirlo con un sistema svilente il
> parlamento, affidato al governo delle élites
> espresso da un premier autoritario, incline al
> populismo ecc. ( non a caso Berlusconi rappresenta
> quel fascismo che Croce definiva mentalità).
>
> Il problema che si pone con urgenza è la
> definizione del rapporto del Partito Democratico
> con la Sinistra. Se il distacco è plausibile (sia
> pure ai fini elettoralistici) ciò non esclude che
> la Sinistra, se rinnovata anche culturalmente,
> abbia un ruolo indispensabile nel nostro sistema
> democratico, sia nel rappresentare i più deboli
> della società e le idealità egualitarie, sia nel
> convogliare in ambito democratico istanze sociali
> destinate altrimenti ad alimentare l’estremismo
> eversivo extraparlamentare.
>
> Ecco quindi l’ANPI chiamata, come sta accadendo
> ai vertici della politica, nella capitale, a
> svolgere una funzione sopra le parti (che
> definiamo non neutrale ma coscienziale), ricercata
> (senza investiture ma nei fatti) quale tramite tra
> il PD e una Sinistra (che stenta a rinnovarsi),
> necessità tanto più da rilevare per via delle
> alleanze nelle elezioni comunali e provinciali.
>
> Massimo Rendina
>
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> L'ANPI su La grande bugia di Giampaolo Pansa
>
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>
> L’Associazione nazionale partigiani d’Italia, ANPI,
> ritiene opportuno formulare una valutazione delle
> tesi e dei contenuti che compaiono nell’ultimo
> libro del giornalista Giampaolo Pansa La grande
> bugia, considerata la diffusione mediatica che esso
> ha di recente avuto e affinché si conosca
> l’opinione di coloro che, oltre 60 anni or sono,
> alla lotta di Liberazione nazionale hanno
> direttamente partecipato spesso in forme e
> attraverso esperienze diverse.
>
> È il caso di considerare in primo luogo le
> cosiddette “bugie” che a detta dell’autore
> concorrerebbero a creare la “grande bugia”, che
> investirebbe tutta la Resistenza, vale a dire il
> percorso storico, doloroso e drammatico, attraverso
> il quale gli Italiani, dall’8 settembre 1943 alla
> fine delle seconda guerra mondiale si batterono
> contro il nazismo ed il fascismo della Rsi aprendo
> la strada ad una nuova Italia, un’Italia democratica.
> Il nucleo essenziale del pensiero di Pansa consiste
> nell’affermazione secondo cui i dirigenti e i
> militanti della componente politica comunista che
> partecipò come forza essenziale all’organizzazione
> e alla conduzione della Resistenza, avrebbero
> inteso la lotta contro i nazisti che erano divenuti
> occupanti spietati del nostro Paese e contro i
> fascisti di Salò che si erano posti al loro
> servizio, soltanto come una prima fase alla quale
> avrebbe dovuto seguire, con la forza delle armi,
> l’instaurazione di un regime autoritario di stampo
> sovietico anziché una democrazia parlamentare di
> tipo occidentale. Essenzialmente per questo la
> Resistenza, così come rappresentata, descritta e
> celebrata dalla cosiddetta “vulgata antifascista”
> sarebbe una bugia.
> Si tratta, con evidenza, di affermazioni prive di
> qualsiasi fondamento storico, in quanto
> contraddette dallo svolgimento dei fatti di
> quell’epoca, così come sono offerti alla nostra
> valutazione e alla stessa memoria dei superstiti
> della lotta di allora.
> In realtà la componente comunista della Resistenza,
> così come il Pci, hanno sempre assunto decisioni
> volte all’instaurazione di un sistema politico
> pluralistico e democratico di tipo occidentale e
> non certo di una qualsiasi forma di dittatura
> proletaria. Ciò è dimostrato dalla loro
> partecipazione paritaria ai Comitati di Liberazione
> Nazionale sorti dopo l’8 settembre 1943 in tutta
> l’Italia occupata con il compito di riunire in uno
> sforzo unitario i partiti politici antifascisti
> (liberale, d’azione, democratico-cristiano,
> socialista, comunista); dalla loro partecipazione,
> pur essa paritaria con gli altri partiti, al
> secondo governo Badoglio e ai governi Bonomi che
> ebbero vita nell’Italia liberata del Sud; dal loro
> concorso all’elaborazione del percorso
> istituzionale attraverso il quale, particolarmente
> dopo la Liberazione di Roma avvenuta nel giugno
> 1944, fu progettato e attuato il mutamento della
> forma istituzionale dello Stato da monarchia a
> repubblica e infine dal loro contributo al progetto
> costituente e alla formulazione della nuova
> Costituzione repubblicana sotto la guida
> presidenziale del comunista Umberto Terracini. Non
> senza ricordare che tutti i partiti antifascisti,
> compresi i comunisti, furono d’accordo
> nell’attribuire il comando unitario del Corpo
> Volontari della Libertà (CVL) al generale Raffaele
> Cadorna, ufficiale di carriera, a-politico,
> designato congiuntamente dal governo del Sud e
> dagli alleati anglo-americani.
> Per altro verso, tutti noi rappresentanti dell’ANPI
> siamo in grado di ricordare e testimoniare che
> oltre 60 anni or sono facemmo la scelta di passare
> alla lotta armata contro l’occupante tedesco della
> nostra Patria e contro il secondo fascismo spinti
> non dalla prospettiva, in un secondo tempo, di
> instaurare una dittatura comunista, bensì
> interpretando l’aspirazione semplice e profonda
> alla libertà e alla pace di un popolo stanco e
> prostrato dalla guerra, che aveva aperto gli occhi
> sulla reale essenza del fascismo.
> La storia può essere costruita e scritta soltanto
> sui fatti realmente accaduti che sono quelli sopra
> richiamati e non, come fa Pansa, sulle irrealizzate
> intenzioni che possono esservi state di alcuni
> dirigenti o militanti comunisti.
>
> Di problematica conciliazione risulta poi
> l’iniziale affermazione dell’autore – «rammento che
> la Resistenza è, da sempre, la mia patria morale» –
> con un’opera divenuta da subito vessillo di coloro
> che coltivano antiche e profonde nostalgie.
> La metodologia della ricerca impone che le
> intenzioni dei soggetti storici siano messe in
> relazione e interpretate alla luce della temperie
> generale di specifici periodi, quali gli anni del
> dopoguerra e della Guerra fredda, caratterizzati
> dall’amnistia di Togliatti, l’oblio sul
> collaborazionismo, la progressiva riabilitazione
> delle persone compromesse col regime,
> l’insabbiamento e archiviazione dei procedimenti
> giudiziari a carico dei responsabili delle stragi
> naziste, i processi penali e forme di
> discriminazione politica e sociale a carico degli
> ex partigiani. Addebitare allo spirito
> resistenziale la responsabilità morale di violenze
> e omicidi avvenuti in un contesto storico
> decisamente mutato rispetto agli anni precedenti a
> causa della rottura dell’unità antifascista,
> significa voler ignorare la volontà di liberare il
> Paese dal nazifascismo che accomunò tutte le forze
> patriottiche, fossero esse comuniste o cattoliche,
> socialiste o liberali, azioniste o monarchiche.
>
> Secondo Pansa le altre “bugie” riguarderebbero il
> consenso popolare al fascismo che fu grande e
> maggioritario anche dopo l’entrata in guerra
> dell’Italia; il numero effettivo dei partecipanti
> alla lotta partigiana che sarebbe stato inferiore a
> quello celebrato dalla “vulgata antifascista”;
> l’ampiezza della cosiddetta “zona grigia” di coloro
> che non si schierarono a favore di nessuna delle
> parti in lotta, che sarebbe stata superiore a
> quanto generalmente ammesso dagli storici; il
> sostegno alla Resistenza delle popolazioni
> contadine che a sua volta sarebbe stato minore di
> quanto celebrato dall’antifascismo; il grado di
> coesione fra le varie componenti della Resistenza
> armata, che spesso sarebbe venuto meno con
> conseguenze anche tragiche.
> Tutte queste affermazioni sono affidate a
> valutazioni approssimative, ignorando che almeno da
> vent’anni a questa parte la storiografia più seria
> e accreditata ha approfondito criticamente ciascuno
> dei suddetti argomenti, fornendo dati e valutazioni
> esenti da ogni amplificazione retorica. A fronte di
> queste problematiche l’autore si presenta come un
> cavaliere con la lancia in resta che tende a
> sfondare porte ormai da tempo aperte.
> Gli storici contemporaneisti non hanno infatti
> aspettato le sollecitazioni di Pansa per operare
> seri e analitici studi sul biennio 1943-’45.
> L’aspetto più anacronistico di La grande bugia è
> che il suo autore sembra avere come riferimento una
> produzione storiografica ormai decisamente superata
> e forse da lui poco o per nulla conosciuta. Basti
> osservare come alcune tra le opere più
> significative e documentate di questi ultimi anni –
> da Una guerra civile di Claudio Pavone a La
> repubblica delle camicie nere di Luigi Ganapini, da
> La Resistenza in Italia di Santo Peli alla copiosa
> produzione saggistica della rete degli Istituti
> storici della Resistenza – abbiano sviscerato, con
> rigore scientifico, temi e vicende che Pansa
> presenta come inedite e mai trattate.
>
> Un’ultima osservazione. Noi “uomini di marmo”, come
> Pansa ci definisce, siamo oggi qui a discutere e
> confrontarci con lui. Se avessero vinto “loro”, da
> tempo le nostre bocche (e anche quella di Pansa
> probabilmente) sarebbero state tappate. Per sempre.
>
> Roma, 8 novembre 2006
>

muori venerdì, 11 aprile 2008

muori

> la prox volta pubblica un articolo di giornale
>
>
> restano un punto di riferimento
>> essenziale sia per il PD che per Sinistra. Nel PD
>> c’è stato un momento ambig> L'Anpi con il PD e la
>Sinistra Arcobaleno
>uo, mancando accenni all’
>> antifascismo e alla Guerra di Liberazione nel suo
>> programma, momento superato dalle dichiarazioni di
>> Veltroni sollecitato ad una precisazione anche
>> dall’ANPI di Roma. L’ accaduto è importante, anche
>> alla luce delle prospettive aperte dal distacco
>del
>> PD dalla Sinistra e dei riflessi su annunciate
>> possibili revisioni costituzionali (e paventate
>> intese postelettorali con la Destra).
>>
>> Questo è il punto più delicato e interessante
>anche
>> per renderci conto del ruolo assunto da Veltroni
>> con la costituzione del PD. A parte la questione
>> puramente elettoralistica, e la strategia
>connessa,
>> Veltroni ha ridato valore al nostro sistema
>> politico basato sulla democrazia parlamentare così
>> come, appunto, disegnato dalla Costituzione.
>> L’inefficienza della classe politica, scandali con
>> il coinvolgimento di esponenti, e specialmente
>> senatori e deputati, sperperi per mantenere
>> clientele, spettacolarizzazione televisiva del
>> decadimento e della corruzione, avevano
>> trasferito il discredito dalle persone alle
>> istituzioni, alimentato una legittima protesta
>> popolare trasformata nella demonizzazione dei
>> partiti. L’avere Veltroni, con la costituzione del
>> PD riportato l’attenzione sui partiti come
>> indispensabili animatori della politica
>democratica
>> e canali verso i terminali parlamentari, ha
>> ridato vitalità al sistema vanificando, almeno per
>> ora, il proposito berlusconiano teso, come in
>altri
>> ambienti esteri dominati dai potentati finanziari,
>> a sostituirlo con un sistema svilente il
>> parlamento, affidato al governo delle élites
>> espresso da un premier autoritario, incline al
>> populismo ecc. ( non a caso Berlusconi rappresenta
>> quel fascismo che Croce definiva mentalità).
>>
>> Il problema che si pone con urgenza è la
>> definizione del rapporto del Partito Democratico
>> con la Sinistra. Se il distacco è plausibile (sia
>> pure ai fini elettoralistici) ciò non esclude che
>> la Sinistra, se rinnovata anche culturalmente,
>> abbia un ruolo indispensabile nel nostro sistema
>> democratico, sia nel rappresentare i più deboli
>> della società e le idealità egualitarie, sia nel
>> convogliare in ambito democratico istanze sociali
>> destinate altrimenti ad alimentare l’estremismo
>> eversivo extraparlamentare.
>>
>> Ecco quindi l’ANPI chiamata, come sta accadendo
>> ai vertici della politica, nella capitale, a
>> svolgere una funzione sopra le parti (che
>> definiamo non neutrale ma coscienziale), ricercata
>> (senza investiture ma nei fatti) quale tramite tra
>> il PD e una Sinistra (che stenta a rinnovarsi),
>> necessità tanto più da rilevare per via delle
>> alleanze nelle elezioni comunali e provinciali.
>>
>> Massimo Rendina
>>
>>
>>
>>
>>
>>
>>
>> L'ANPI su La grande bugia di Giampaolo Pansa
>>
>>
>>
>> L’Associazione nazionale partigiani d’Italia,
>ANPI,
>> ritiene opportuno formulare una valutazione delle
>> tesi e dei contenuti che compaiono nell’ultimo
>> libro del giornalista Giampaolo Pansa La grande
>> bugia, considerata la diffusione mediatica che
>esso
>> ha di recente avuto e affinché si conosca
>> l’opinione di coloro che, oltre 60 anni or sono,
>> alla lotta di Liberazione nazionale hanno
>> direttamente partecipato spesso in forme e
>> attraverso esperienze diverse.
>>
>> È il caso di considerare in primo luogo le
>> cosiddette “bugie” che a detta dell’autore
>> concorrerebbero a creare la “grande bugia”, che
>> investirebbe tutta la Resistenza, vale a dire il
>> percorso storico, doloroso e drammatico,
>attraverso
>> il quale gli Italiani, dall’8 settembre 1943 alla
>> fine delle seconda guerra mondiale si batterono
>> contro il nazismo ed il fascismo della Rsi aprendo
>> la strada ad una nuova Italia, un’Italia
>democratica.
>> Il nucleo essenziale del pensiero di Pansa
>consiste
>> nell’affermazione secondo cui i dirigenti e i
>> militanti della componente politica comunista che
>> partecipò come forza essenziale all’organizzazione
>> e alla conduzione della Resistenza, avrebbero
>> inteso la lotta contro i nazisti che erano
>divenuti
>> occupanti spietati del nostro Paese e contro i
>> fascisti di Salò che si erano posti al loro
>> servizio, soltanto come una prima fase alla quale
>> avrebbe dovuto seguire, con la forza delle armi,
>> l’instaurazione di un regime autoritario di stampo
>> sovietico anziché una democrazia parlamentare di
>> tipo occidentale. Essenzialmente per questo la
>> Resistenza, così come rappresentata, descritta e
>> celebrata dalla cosiddetta “vulgata antifascista”
>> sarebbe una bugia.
>> Si tratta, con evidenza, di affermazioni prive di
>> qualsiasi fondamento storico, in quanto
>> contraddette dallo svolgimento dei fatti di
>> quell’epoca, così come sono offerti alla nostra
>> valutazione e alla stessa memoria dei superstiti
>> della lotta di allora.
>> In realtà la componente comunista della
>Resistenza,
>> così come il Pci, hanno sempre assunto decisioni
>> volte all’instaurazione di un sistema politico
>> pluralistico e democratico di tipo occidentale e
>> non certo di una qualsiasi forma di dittatura
>> proletaria. Ciò è dimostrato dalla loro
>> partecipazione paritaria ai Comitati di
>Liberazione
>> Nazionale sorti dopo l’8 settembre 1943 in tutta
>> l’Italia occupata con il compito di riunire in uno
>> sforzo unitario i partiti politici antifascisti
>> (liberale, d’azione, democratico-cristiano,
>> socialista, comunista); dalla loro partecipazione,
>> pur essa paritaria con gli altri partiti, al
>> secondo governo Badoglio e ai governi Bonomi che
>> ebbero vita nell’Italia liberata del Sud; dal loro
>> concorso all’elaborazione del percorso
>> istituzionale attraverso il quale, particolarmente
>> dopo la Liberazione di Roma avvenuta nel giugno
>> 1944, fu progettato e attuato il mutamento della
>> forma istituzionale dello Stato da monarchia a
>> repubblica e infine dal loro contributo al
>progetto
>> costituente e alla formulazione della nuova
>> Costituzione repubblicana sotto la guida
>> presidenziale del comunista Umberto Terracini. Non
>> senza ricordare che tutti i partiti antifascisti,
>> compresi i comunisti, furono d’accordo
>> nell’attribuire il comando unitario del Corpo
>> Volontari della Libertà (CVL) al generale Raffaele
>> Cadorna, ufficiale di carriera, a-politico,
>> designato congiuntamente dal governo del Sud e
>> dagli alleati anglo-americani.
>> Per altro verso, tutti noi rappresentanti
>dell’ANPI
>> siamo in grado di ricordare e testimoniare che
>> oltre 60 anni or sono facemmo la scelta di passare
>> alla lotta armata contro l’occupante tedesco della
>> nostra Patria e contro il secondo fascismo spinti
>> non dalla prospettiva, in un secondo tempo, di
>> instaurare una dittatura comunista, bensì
>> interpretando l’aspirazione semplice e profonda
>> alla libertà e alla pace di un popolo stanco e
>> prostrato dalla guerra, che aveva aperto gli occhi
>> sulla reale essenza del fascismo.
>> La storia può essere costruita e scritta soltanto
>> sui fatti realmente accaduti che sono quelli sopra
>> richiamati e non, come fa Pansa, sulle
>irrealizzate
>> intenzioni che possono esservi state di alcuni
>> dirigenti o militanti comunisti.
>>
>> Di problematica conciliazione risulta poi
>> l’iniziale affermazione dell’autore – «rammento
>che
>> la Resistenza è, da sempre, la mia patria morale»
>–
>> con un’opera divenuta da subito vessillo di coloro
>> che coltivano antiche e profonde nostalgie.
>> La metodologia della ricerca impone che le
>> intenzioni dei soggetti storici siano messe in
>> relazione e interpretate alla luce della temperie
>> generale di specifici periodi, quali gli anni del
>> dopoguerra e della Guerra fredda, caratterizzati
>> dall’amnistia di Togliatti, l’oblio sul
>> collaborazionismo, la progressiva riabilitazione
>> delle persone compromesse col regime,
>> l’insabbiamento e archiviazione dei procedimenti
>> giudiziari a carico dei responsabili delle stragi
>> naziste, i processi penali e forme di
>> discriminazione politica e sociale a carico degli
>> ex partigiani. Addebitare allo spirito
>> resistenziale la responsabilità morale di violenze
>> e omicidi avvenuti in un contesto storico
>> decisamente mutato rispetto agli anni precedenti a
>> causa della rottura dell’unità antifascista,
>> significa voler ignorare la volontà di liberare il
>> Paese dal nazifascismo che accomunò tutte le forze
>> patriottiche, fossero esse comuniste o cattoliche,
>> socialiste o liberali, azioniste o monarchiche.
>>
>> Secondo Pansa le altre “bugie” riguarderebbero il
>> consenso popolare al fascismo che fu grande e
>> maggioritario anche dopo l’entrata in guerra
>> dell’Italia; il numero effettivo dei partecipanti
>> alla lotta partigiana che sarebbe stato inferiore
>a
>> quello celebrato dalla “vulgata antifascista”;
>> l’ampiezza della cosiddetta “zona grigia” di
>coloro
>> che non si schierarono a favore di nessuna delle
>> parti in lotta, che sarebbe stata superiore a
>> quanto generalmente ammesso dagli storici; il
>> sostegno alla Resistenza delle popolazioni
>> contadine che a sua volta sarebbe stato minore di
>> quanto celebrato dall’antifascismo; il grado di
>> coesione fra le varie componenti della Resistenza
>> armata, che spesso sarebbe venuto meno con
>> conseguenze anche tragiche.
>> Tutte queste affermazioni sono affidate a
>> valutazioni approssimative, ignorando che almeno
>da
>> vent’anni a questa parte la storiografia più seria
>> e accreditata ha approfondito criticamente
>ciascuno
>> dei suddetti argomenti, fornendo dati e
>valutazioni
>> esenti da ogni amplificazione retorica. A fronte
>di
>> queste problematiche l’autore si presenta come un
>> cavaliere con la lancia in resta che tende a
>> sfondare porte ormai da tempo aperte.
>> Gli storici contemporaneisti non hanno infatti
>> aspettato le sollecitazioni di Pansa per operare
>> seri e analitici studi sul biennio 1943-’45.
>> L’aspetto più anacronistico di La grande bugia è
>> che il suo autore sembra avere come riferimento
>una
>> produzione storiografica ormai decisamente
>superata
>> e forse da lui poco o per nulla conosciuta. Basti
>> osservare come alcune tra le opere più
>> significative e documentate di questi ultimi anni
>–
>> da Una guerra civile di Claudio Pavone a La
>> repubblica delle camicie nere di Luigi Ganapini,
>da
>> La Resistenza in Italia di Santo Peli alla copiosa
>> produzione saggistica della rete degli Istituti
>> storici della Resistenza – abbiano sviscerato, con
>> rigore scientifico, temi e vicende che Pansa
>> presenta come inedite e mai trattate.
>>
>> Un’ultima osservazione. Noi “uomini di marmo”,
>come
>> Pansa ci definisce, siamo oggi qui a discutere e
>> confrontarci con lui. Se avessero vinto “loro”, da
>> tempo le nostre bocche (e anche quella di Pansa
>> probabilmente) sarebbero state tappate. Per
>sempre.
>>
>> Roma, 8 novembre 2006
>>
>
>

muori

Avanti Tibet libero giovedì, 10 aprile 2008

Forza nuova è con te...

In queste ore nelle strade di Lhasa, pattugliata da oltre 20.000 soldati cinesi e da una cinquantina di blindati dell’Armata Rossa, decine e decine di prigionieri politici tibetani sfilano sui carri dell’esercito di Pechino ammanettati e a testa bassa mentre dagli altoparlanti una voce metallica intima a quanti non sono stati ancora arrestati di consegnarsi prima che sia troppo tardi. E sempre in queste ore sono stati affissi sui muri della cosiddetta Regione Autonoma del Tibet e delle contee e aree tibetane incorporate nelle province del Sichuan e del Gansu, manifesti in cui si avverte la popolazione che ogni assembramento verrà immediatamente sciolto con la forza dalla Polizia Armata che ha l’ordine di sparare sulla folla.
Questo è la situazione del Tibet odierno, governato da quella Cina che si sta gioiosamente preparando a celebrare la sua parata olimpica pronta ad incassare il plauso e la meraviglia del mondo per le sue conquiste e le sue scintillanti vetrine. Quella Cina autorefenrenziale che parla di sé come di una “società armoniosa” che grazie al “socialismo di mercato” è proiettata verso un futuro di superpotenza economica e grazie alla forza dei suoi muscoli (pochi giorni or sono Pechino ha aumentato del 18% il suo già oneroso budget per le spese militari) anche di superpotenza politica.
In un’intervista rilasciata alla giornalista Ursula Gauthier e pubblicata in gennaio dal settimanale francese le Nouvel Observateur, il Dalai Lama affermava che nel corso dell’ultimo incontro che i suoi inviati avevano avuto nel giugno 2007 con alcuni dirigenti cinesi, questi ultimi avevano “puramente e semplicemente negato l’esistenza di un problema tibetano”.
Adesso quei dirigenti dovranno ricredersi. Adesso, che a Lhasa sono esplose incontenibili la rabbia, la frustrazione, il furore delle donne e degli uomini del Tibet esasperati da oltre cinquant’anni di giogo coloniale brutale e inflessibile. Adesso, che a Labrang, Ngaba, Ganja, Machu e in altre località del Tibet storico si susseguono manifestazioni e proteste invariabilmente represse nel sangue. Adesso, che ovunque nel mondo si manifesta la disperazione del popolo tibetano.
L’orrore della carneficina di Lhasa. L’orrore delle fotografie dei cadaveri degli assassinati dalle pallottole cinesi sparate ad altezza d’uomo. L’orrore dei rastrellamenti, delle incarcerazioni indiscriminate, delle torture. Tutto questo dimostra che esiste un problema tibetano. Esiste per Pechino ma esiste anche per la diplomazia internazionale che fatica a rimanere muta, cieca e sorda (come certamente vorrebbe) di fronte alla tragedia che si sta consumando sul Tetto del Mondo.
E il problema tibetano è molto semplice, pur nella sua drammatica complessità. Il dominio cinese, in oltre sessant’anni di repressioni, non è riuscito a normalizzare il popolo tibetano né all’interno né all’esterno del Tibet. Le immagini che in questi giorni stanno circolando sui circuiti televisivi e sulla Rete, ci fanno vedere come la protesta sia portata avanti principalmente da giovani e giovanissimi. Che si tratti di laici o di monaci, si tratta sempre di persone che non erano nemmeno nate nel 1959. Che nonostante tutta la retorica e la disinformazione cinese continuano ad essere fedeli all’identità tibetana e non si piegano al pugno di ferro di Pechino. Che continuano a sperare e a lottare per un Tibet libero. Per rangzen, il termine tibetano che designa l’indipendenza così come quello sanscrito swaraj di gandhiana memoria.
Non a caso “Rise up, resist, return” (Insorgi, Resisti, Ritorna) è lo slogan principale di quella “Marcia Verso il Tibet” che cinque organizzazioni della diaspora tibetana hanno fatto partire da Dharamsala il 10 marzo e che attualmente, dopo un primo stop provocato dalla polizia indiana che il 13 marzo aveva arrestato i primi cento marciatori, è ripresa e proprio oggi ha lasciato lo stato indiano dell’Himachal Pradesh ed è entrata in quello del Punjab puntando verso Nuova Delhi. Oggi il popolo tibetano sente che l’occasione olimpica mette come non mai la Repubblica Popolare Cinese sotto i riflettori dell’opinione pubblica internazionale e questa consapevolezza, insieme alla sempre più forte disperazione, ha acceso una scintilla che a Lhasa come a Dharamsala, come in tanti altri luoghi ha convinto i tibetani ad agire. Credo sia importante sottolineare il peso che proprio la “Marcia Verso il Tibet” intrapresa dagli esuli in India ha avuto e continua ad avere per la situazione tibetana. Anche se sono da escludere le capacità organizzative di cui parlano i cinesi, che accusano la “cricca del Dalai Lama” di essere la responsabile dell’insurrezione di questi giorni, è però molto probabile che le notizie della “Marcia” diffuse in Tibet attraverso un passaparola di telefonate, Sms, Mms, lettere (non Internet perché in Tibet la comunicazione telematica è strettamente controllata dall’apparato poliziesco), ascolti collettivi dei programmi di Radio FreeAsia, siano state per i tibetani una ulteriore spinta a protestare. E infatti tra il 10 e il 13 marzo, mentre in India la “Marcia Verso il Tibet” si snodava lungo le strade dell’Himachal Pradesh, a Lhasa cominciavano a tenersi le prime manifestazioni. Dapprima sparuti gruppi di monaci poi masse sempre più ingenti di laici e religiosi, sono scese nelle strade della capitale tibetana per protestare contro l’occupazione cinese.
Sarà bene ricordarlo. Si è trattato per almeno tre giorni di manifestazioni assolutamente pacifiche dove non è volata nemmeno una pietra ma si sono uditi solo slogan e preghiere. Nonostante questo Pechino ha risposto immediatamente con la solita brutalità e durezza. Manifestanti arrestati e torturati in prigione, asfissianti controlli di polizia, monasteri assediati per impedire ai monaci di uscire. Ed è a questo punto che la collera dei tibetani è esplosa incontenibile contro ogni segno visibile della presenza cinese. I simboli dell’occupante (negozi, edifici, automobili) sono stati presi a sassate, divelti e a volte dati alle fiamme. In qualche sporadico caso a fare le spese della frustrazione tibetana sono stati anche alcuni coloni cinesi. I nodi di decenni di vite vissute come cittadini di terza classe nel proprio Paese, decenni di angherie, umiliazioni, sofferenze, discriminazioni sono infine venuti al pettine.
E’ difficile capire cosa stia passando nella testa della nomenclatura cinese in questo momento. Difficile stabilire se il segnale che sta arrivando loro dalle vie e dalle piazze di Lhasa, dai monasteri e dai villaggi dell’Amdo (luogo natale dell’attuale Dalai Lama) e del Kham, perfino da alcuni insediamenti dei nomadi, li farà recedere dalla posizione di totale chiusura in cui si sono autorinchiusi. Difficile capire se almeno qualcuno nelle stanze dei palazzi del potere di Zhongnanhai stia rimpiangendo di non aver dato ascolto e spazio alla posizione moderata e disponibile del Dalai Lama. Di aver sempre sempre chiuso in faccia la porta alla richiesta di dialogo del Dalai Lama. Di aver detto sprezzantemente ai suoi inviati che “non esiste alcun problema tibetano”.
Di almeno una cosa però adesso, grazie all’eroismo e al sacrificio di centinaia di persone, possiamo essere certi. Hu Jintao, Wen Jiabao e gli altri autocrati di Pechino hanno dovuto prendere atto che esiste un “problema tibetano”. A caldo stanno dando la colpa alla “cricca del Dalai” ma non si deve escludere che possano aver compreso come in realtà stanno le cose. Ed ora si trovano di fronte ad un bivio. Possono illudersi di pensare di risolvere il problema con ancora più repressione, ancora più torture, ancora più condanne a morte, ancora più coloni oppure, realisticamente, comprendere una buona volta l’irriducibilità della questione tibetana. Probabilmente è per loro l’ultima spiaggia. Perché se non ottiene almeno una modesta apertura di credito, la ragionevole politica del Dalai Lama non avrà più alcuna chance agli occhi del suo popolo che già oggi, nonostante l’immensa devozione che lo circonda sul piano religioso, politicamente non convince settori significativi della sua gente.
Nei prossimi giorni vedremo cosa accadrà nel Paese delle Nevi. E’ di pochi istanti fa la notizia che il Dalai Lama, come gesto estremo per porre termine alla carneficina e in risposta alle accuse cinesi di essere il mandante delle manifestazioni, si è dichiarato disponibile a dare le “dimissioni” dalla guida del suo governo. Si tratta probabilmente di una minaccia indirizzata ai dirigenti cinesi affinché gli consentano di poter continuare a chiedere al suo martoriato popolo moderazione. Nei fini e nei mezzi. Dubito che possa essere ascoltato con autentica sincerità da quanti hanno ancora le mani lorde del sangue di centinaia di vittime e non smettono di ricoprire l’Oceano di Saggezza di insulti e contumelie. Comunque vadano le cose però, ritengo che sia indispensabile che continui in India il movimento gandhiano della “Marcia Verso il Tibet” che potrebbe divenire per la questione tibetana, quello che la “Marcia del sale” del Mahatma Gandhi rappresentò per la lotta di liberazione dell’India. E’ fondamentale che la vitalità, l’energia, l’entusiasmo, che la “Marcia Verso il Tibet” sta suscitando tra i tibetani e i loro sostenitori internazionali non si spengano e anzi vengano continuamente alimentati. Solo così infatti le donne e gli uomini del Tibet, dentro e fuori il loro Paese, potranno trovare la forza, l’energia, l’ispirazione per continuare la lotta senza soccombere ai demoni della rabbia cieca, della disperazione e del furore. Solo così la scintilla della battaglia per un Tibet libero potrà rimanere ben viva e visibile a tutti. Anche ai cinesi di buona volontà.
Perché il Tibet viva.

n° 14
Avanti Etiopia libera... giovedì, 10 aprile 2008

...per chi soffre di vuoti di memoria storica:

La guerra di Etiopia (1935)

Direttive di Mussolini a Graziani

- Sta bene per azione giorno 29. Autorizzato impiego gas come ultima ratio per sopraffare resistenza nemico e in caso di contrattacco .

- Autorizzo vostra eccellenza all'impiego, anche su vasta scala, di qualunque gas e dei lanciafiamme.

- Approvo pienamente bombardamento rappresaglia e approvo fin da questo momento i successivi. Bisogna soltanto cercare di evitare le istituzioni internazionali e la croce rossa.

- Occupata Addis Abeba vostra eccellenza darà ordini perché: 1] siano fucilati sommariamente tutti coloro che in città o dintorni siano sorpresi con le armi in mano; 2] siano fucilati sommariamente tutti i cosiddetti giovani etiopici, barbari crudeli e pretenziosi, autori morali dei saccheggi; 3] siano fucilati quanti abbiano partecipato a violenze, saccheggi, incendi; 4] siano sommariamente fucilati quanti, trascorse 24 ore, non abbiano consegnato armi da fuoco e munizioni.

- Uno straniero mi segnala di aver veduto il giorno 15 aprile a Massaua un sottufficiale della regia marina giocare amichevolmente a carte con un indigeno. Deploro nella maniera più grave queste dimestichezze e ordino siano evitate. Umanità sì, promiscuità no. .







La guerra di Etiopia (1935)

Dal diario segreto di Ciro Poggiali, inviato speciale del "Corriere della Sera" ad Addis Abeba nel '36-'37



28 agosto 1936: Proibizione assoluta di telegrafare in Italia le notizie degli attacchi su Addis Abeba. Precauzione inutile, ché tutto il mondo le saprà, perché i consoli e altri rappresentanti stranieri continuano a telegrafare cifratamente e lungo la ferrovia. Tutte le notizie a noi impropizie arrivano a Gibuti e di là si diffondono. Ma gli italiani non devono sapere nulla.

21 settembre 1936: Assisto a processi presso il tribunale italiano per gli indigeni. Poiché non c'è un magistrato che sappia una parola d'indigeno e nessuno si dà neppure la pena di mettersi ad impararlo (i funzionari vengono in Etiopia non per spirito d'avventura o patriottico, ma perché il servizio in colonia conta il doppio; e così, poiché son tutti vecchi, fanno più presto ad andare in pensione), i processi si svolgono tutti a mezzo dell'interprete. Che cosa ne vien fuori Dio solo lo sa.
Non ho grande stima in genere dell'amministrazione della giustizia, ma questa è una turlupinatura troppo grossa. Spesso è un'infamia senza nome quando visibilmente colpisce degli innocenti sottoposti a una procedura per essi incomprensibile, che li porta a condanne atroci senza che vengano neppure a sapere perché sono stati condannati.

18 novembre 1936: Sono arrivati mille operai campani inquadrati nella milizia. Dovrebbero essere tutti manovali, muratori, carpentieri (... ) Nella gran massa si scoprono parrucchieri, commessi di negozio, lustrascarpe. L'alta paga li ha indotti a frodare nascondendo la loro vera professione. Un caposquadra che guadagnerà settanta lire al giorno era scrivano avventizio in una cancelleria di tribunale, ove guadagnava dodici lire al giorno. Dovrebbero costruire quarantacinque edifici pubblici, ma, poiché mancano i materiali, saranno adibiti alla sistemazione delle strade. Una manovalanza un po' cara, evidentemente.
Protestano, evadono dai cantieri a cercarsi un lavoro più comodo, non vogliono sopportare fatiche. Pionerismo da burla.

3 dicembre 1936: Mi racconta Bonalumi che sovente i carabinieri incaricati di arrestare gli indigeni per sospetti reati, che magari non esistono, cominciano, secondo il costume, a caricarli di botte. Se poi si accorgono di averne date troppe e di aver prodotto cicatrici indelebili, perché gli arrestati non possano piantar grane con i loro superiori li accoppano addirittura. Poi fanno il verbale nel quale dicono che l'arrestato aveva tentato di fuggire o di ribellarsi.

19 febbraio 1937, subito dopo l'attentato al viceré Graziani: Tutti i civili che si trovano in Addis Abeba, in mancanza di una organizzazione militare o poliziesca, hanno assunto il compito della vendetta condotta fulmineamente coi sistemi del più autentico squadrismo fascista. Girano armati di manganelli e di sbarre di ferro, accoppano quanti indigeni si trovano ancora in strada. Vengon fatti arresti in massa; mandrie di negri sono spinti a tremendi colpi di curbascio come un gregge. In breve le strade intorno ai tucul sono seminate di morti. Vedo un autista che dopo aver abbattuto un vecchio negro con un colpo di mazza, gli trapassa la testa da parte a parte con una baionetta.
Inutile dire che lo scempio si abbatte contro gente ignara ed innocente.







La guerra di Etiopia (1935)

Gli italiani in Etipia: l'uso dei gas, la persecuzione degli ebrei libici

di Giovanni De Luna

LE grotte si aprivano nelle rocce sulla destra del fiume profonde, inaccessibili. Per stanare i guerriglieri occorreva penetrare in stretti cunicoli dove poteva passare un uomo alla volta, facile bersaglio dei difensori. Si decise di inondarli di gas velenoso. I risultati furono definitivi e terrificanti. «28 marzo 1936... Sono stato a visitare i campi di battaglia che si trovano nei pressi di Selaclacà... ciò che mi ha fatto maggiore impressione è stata la vista di un gruppo di abissini morti in una specie di caverna, ben nascosta, che sembrava un infido nido difficilmente scovabile. Sono in tutto nove giovani vite, e sono abbracciate, o meglio afferrate una all'altra in una stretta disperata: il loro atteggiamento, le loro posizioni, e quel loro aggrapparsi alla terra o al compagno, mostrano evidente che morirono nel momento istesso che tentavano di fuggire disperatamente alla morte certa; e caddero così... come se in quel momento un fulmine li avesse improvvisamente e per sempre fermati e fotografati...». Non sono le grotte di Tora Bora: siamo in Etiopia, nel 1935 e la testimonianza è quella di un soldato italiano, Manlio La Sorsa, impegnato nella guerra scatenata dall'Italia fascista contro il regno del Negus. Pure, le grotte, le armi terrificanti, e soprattutto quei corpi avvinghiati nella morte ci restituiscono il fondo destoricizzato che ogni guerra porta con sé: dall'Etiopia all'Afghanistan, dal 1935 al 2001, in un tempo e in uno spazio radicalmente diversi, sembra che alla fine tutto si riduca a una ciclica ripetizione di gesti, a un frenetico andirivieni tra il morire e dare la morte. Quella guerra il fascismo la vinse soprattutto grazie alla superiorità tecnologica, all'uso di armi e di tecniche militari terribilmente distruttive (i bombardamenti aerei, i gas) anticipando una delle configurazioni tipiche delle guerre postnovecentesche in cui - («guerra del golfo», Kosovo, Afghanistan) - il confronto è tra uomini e macchine, con ordigni sofisticati che riescono quasi ad azzerare le perdite nel proprio campo. La testimonianza del soldato italiano si presta anche a altre letture più interne alla nostra storia, che chiamano in causa «nodi» irrisolti della nostra memoria collettiva su cui vale la pena riaccendere i riflettori del dibattito storiografico. Quella di La Sorsa è infatti solo una delle tante voci raccolte in un libro appena uscito di Nicola Labanca (Posti al sole. Diari e memorie di vita e di lavoro dalle colonie d'Africa, Museo storico Italiano della Guerra); un'antologia di grande efficacia che, per la prima volta, ci restituisce nitidamente gli aspetti soggettivi e autobiografici del nostro passato coloniale, di quell'inseguimento «al posto al sole» che si protrasse ininterrottamente fino alla metà del Novecento. Labanca ha pazientemente raccolto lettere, diari, carteggi e memorie sparse in vari archivi (il fondo più consistente è quello conservato nell'Archivio diaristico nazionale di Pieve Santo Stefano), una documentazione straripante che lascia affiorare l'intero universo di quelle centinaia di migliaia di italiani che - tra il 1882 e il 1943 -, in Eritrea, Libia, Somalia, Etiopia, furono coinvolti nel nostro «sogno africano». Per la maggior parte si tratta di scritti di petit blancs; non i diplomatici, quindi, non i militari, non quelli che andarono in colonia per assumere cariche istituzionali e amministrative o per investire grandi capitali, ma tutta la massa di quelli «che si mossero portando con sé solo se stessi e al massimo le proprie famiglie, con l'ausilio solo delle proprie braccia da lavoro o del proprio modesto titolo di studio, contadini, piccoli commercianti, microimprenditori». Furono l'assoluta maggioranza dei nostri coloniali; ai Censimenti del ventennio risultavano infatti solo un 2% di possidenti e imprenditori e un 5% di professionisti; per il resto, furono in gran parte i ceti medi a lasciarsi coinvolgere nei nostri progetti di dominio coloniale: in Africa cambiarono il loro nome - diventando petit blancs, appunto - ma non la propria condizione sociale. L'eccezionalità di questa documentazione sta proprio nella sua provenienza: tradizionalmente i ceti medi costituiscono un universo sociale amorfo, abituato a lasciare scarne testimonianze della sua «piccola storia», pronto a delegare il proprio protagonismo ai poteri forti che costruiscono la «grande storia». Qui, invece, è come se l'enormità dell'avventura africana ne stimoli i ricordi, li solleciti a rompere la crosta del loro tradizionale riserbo per lasciare liberamente fluire passioni, invettive, recriminazioni, entusiasmi, nostalgie. Lungo questo percorso si incontrano testimonianze che si limitano ad aggiungere particolari inediti a quanto già si sapeva: ad esempio, il nesso ideologico tra le leggi contro gli ebrei del 1938 e la pratica di separazione razzista nei confronti della popolazione indigena avviata nei possedimenti coloniali, in particolare nell'Etiopia appena conquistata. Così, i ricordi di Arthur Journò ribadiscono questo collegamento. Siamo nel 1938 e Journò è un giovane ebreo italiano che vive a Tripoli. Il Governatore della colonia, Italo Balbo, ordina agli ebrei di tener aperti i loro negozi anche il sabato. Ovviamente i negozi restarono chiusi. A quel punto i fascisti prendono dieci ebrei libici e decidono per una loro pubblica fustigazione: «in mezzo alla piazza alcuni genieri dell'esercito avevano eretto un palco abbastanza alto proprio per dare la possibilità a tutto il popolino di godere dello spettacolo... non so dire quante frustate ogni condannato ricevette, tenni gli occhi chiusi e sentivo solo i lamenti e i battiti delle mani della gente che gridava piena di odio».
Altre testimonianze ribadiscono stereotipi razziali, con particolare riferimento alle donne, («Entrando, l'ingresso è squallido e umido. Un odore strano di erbe e di altre sostanze non definibili fluttua qui dentro; le abitatrici si avvicinano curiose, timide e sorridenti. Sembrano tante bestie rare...», Unno Bellagamba, 1935) che esaltano la natura ferina delle popolazioni nere, in un misto di disprezzo e timori ancestrali. In quasi tutte domina poi un'autorappresentazione fortemente segnata dalla propaganda colonialista, in particolare - per quanto si riferisce all'Etiopia - di quella fascista, segnata dal trinomio «Dio, Patria, Famiglia»: «Dio, andare in Africa significava evangelizzare, essere missionari, pionieri in terre sconosciute e abitate da popoli primitivi; Patria, assicurare al proprio paese le materie prime, il lavoro e la possibilità di emigrare, accrescere il prestigio del nostro popolo; Famiglia, una via più breve e più sicura per realizzare i sogni della famiglia, significava trovare un impiego al termine della campagna della conquista coloniale, nella stessa terra africana per la quale avevo arrischiato la vita», (Angelo Filippi, 1935). Sotto queste esplicite intenzioni affiora, però, anche una realtà diversa, quasi che quei documenti alla fine parlino «malgrado se stessi». Certamente in essi incontriamo la guerra, la dimensione epica del «mal d'Africa», l'orgoglio di sentirsi allo stesso tempo italiani e conquistatori; ma incontriamo anche la vita quotidiana, le abitudini e le relazioni sociali, mode e comportamenti collettivi e - soprattutto - il lavoro, tanto lavoro. Camionisti e braccianti, coloni agricoli e commercianti, piccoli artigiani e impiegati, per tutti la vita in colonia è essenzialmente il lavoro, la fatica, il confronto assiduo con una natura sconosciuta, poche volte apprezzata per la sua bellezza, più spesso maledetta per le sue asperità. La centralità del lavoro toglie, alla fine, ogni epicità a quei ricordi e ci consegna una delle chiavi per spiegare il «mistero» del loro inabissarsi fino a scomparire dalla nostra memoria collettiva. Per i petit blancs italiani la fine del sogno africano coincise, infatti, con la rovinosa sconfitta militare dell'Italia fascista. Il loro ritorno in patria fu traumatico. Nella nuova Italia repubblicana non c'era più nessun posto al sole da magnificare e difendere. I neofascisti tentarono di cavalcarne recriminazioni e rimpianti. Anche la Dc lo fece, in un modo tipicamente democristiano, alimentando cioè una politica puramente assistenziale, con una legislazione che soddisfaceva tutte le loro richieste economiche, rifiutandone però la dimensione ideologica e revanscista; si assicurò i loro voti, se non la loro riconoscenza. Alla fine, quando smisero anche di essere un serbatoio di voti, la loro memoria divenne solo un oggetto storiografico da studiare.

(La Stampa, 14 gennaio 2002)







La Proclamazione dell'Impero



9 maggio 1936

Ufficiali! Sottufficiali! Gregari di tutte le Forze Armate dello Stato, in Africa e in Italia ! Camicie nere della rivoluzione ! Italiani e italiane in patria e nel mondo ! Ascoltate !
Con le decisioni che fra pochi istanti conoscerete e che furono acclamate dal Gran Consiglio del fascismo, un grande evento si compie: viene suggellato il destino dell'Etiopia, oggi, 9 maggio, quattordicesimo anno dell'era fascista.
Tutti i nodi furono tagliati dalla nostra spada lucente e la vittoria africana resta nella storia della patria, integra e pura, come i legionari caduti e superstiti la sognavano e la volevano. L'Italia ha finalmente il suo impero. Impero fascista, perché porta i segni indistruttibili della volontà e della potenza del Littorio romano, perché questa è la meta verso la quale durante quattordici anni furono sollecitate le energie prorompenti e disciplinate delle giovani, gagliarde generazioni italiane. Impero di pace, perché 1'Italia vuole la pace per sé e per tutti e si decide alla guerra soltanto quando vi è forzata da imperiose, incoercibili necessità di vita. Impero di civiltà e di umanità per tutte le popolazioni dell'Etiopia.
Questo è nella tradizione di Roma, che, dopo aver vinto, associava i popoli al suo destino.
Ecco la legge, o italiani, che chiude un periodo della nostra storia e ne apre un altro come un immenso varco aperto su tutte le possibilità del futuro:
l. - I territori e le genti che appartenevano all'impero di Etiopia sono posti sotto la sovranità piena e intera del Regno d'Italia.
2. - Il titolo di imperatore d'Etiopia viene assunto per sé e per i suoi successori dal re d'Italia.
Ufficiali! Sottufficiali! Gregari di tutte le forze Armate dello Stato, in Africa e in Italia! Camicie nere! Italiani e italiane!
Il popolo italiano ha creato col suo sangue 1'impero. Lo feconderà col suo lavoro e lo difenderà contro chiunque con le sue armi.
In questa certezza suprema, levate in alto, o legionari, le insegne, il ferro e i cuori, a salutare, dopo quindici secoli, la riapparizione dell'impero sui colli fatali di Roma.
Ne sarete voi degni?
Questo grido è come un giuramento sacro, che vi impegna dinanzi a Dio e dinanzi agli uomini, per la vita e per la morte!
Camicie nere! Legionari! Saluto al re!

Per Indymedia e Cazzari vari giovedì, 10 aprile 2008

Avanti i sensati non gli scemi

ma che c'entra forza nuova con l'Etiopia... fatti curare caro comunistello malvagio intollerante e antidemocratico...

Per revisionisti e pelati vari giovedì, 10 aprile 2008

Avanti i sensati non gli scemi

ma che c'entra forza nuova col Tibet... (come se l'invasione di un paese da perte di una potenza straniera non fosse stata una delle matrici fondamentali del fascismo in nome della cosiddetta superiorità razziale)
fatti curare caro fascistello malvagio intollerante e antidemocratico... (per definizione, bastava dire fascistello, così come per dire, fulmine luminoso ed elettrico)

Grande FORZA NUOVA giovedì, 10 aprile 2008

esser Umili e Onesti è il nostro credo

UNA SOLA STRADA PER SALVARE L' ITALIA:FORZA NUOVA

Due eventi accaduti durante le vacanze pasquali ci ricordano la drammatica attualità del programma di Forza Nuova.
Un'omicidio ed un ferimento di una bambina di cinque anni a Crotone ci ricorda che la ndrangheta oltre ad uccidere elegge politici e controlla secondo un servizio pubblicato dall' Espresso questa settimana, il 20% dei voti in alcune zone della Calabria ed il 10% in tutta la Calabria.
Tutti i partiti convivono con questa stato di cose e molti dei loro rappresentanti anche in questa campagna elettorale cercheranno di essere eletti con i voti delle mafie.
Forza Nuova vuole lo scioglimento dei consigli regionali ed il commissariamento militare di queste regioni, perchè la politica è infetta ed il corpo necessità di una cura drastica per sopravvivere.
Una donna a Settimo Milanese viene investita ed uccisa da un Rom ubriaco. Era successo un fatto simile ad Appignano (AP) alucni mesi fa. Grande indignazione popolare, politici che promettevano interventi rigorosi, ma nessun partito in questa camopagna elettorale dice ciò che sostiene Forza Nuova : "sospendere il trattato di Schengen ( che consente ai Rom di entrare nel nostro Paese senza nessun controllo di documenti ed espellere immediatamente quelli che già si trovano in Italia".
Nessun governo riuscirà a risolvere i problemi del nostro popolo se non verranno adottate le politiche di Forza Nuova.
Il nord soffrirà sempre di più per una scellerata politica ( anche del centrodestra) che ha portato alle prime rivolte etniche a Milano, all' aggressione di tantissime donne ed anziani alla celebrazioni nel giorno di Pasqua di manifestazioni musulmane nel pieno centro di una città di storica identità italiana come Brescia. Il sud non si solleverà finchè il connubio fra classe politica e corruzione mafiosa continuerà indisturbato.
Forza Nuova si pone come riferimento in questa campagna elettorale ed oltre per tutto il popolo che vuole Ordine e Giustizia.

Roberto Fiore

n° 13
Grande sì ma nel male... giovedì, 10 aprile 2008

...con l'Odio e la Violenza come credo:

Il Fiore nero di Londra. ·
Londra è piena di italiani, specialmente in estate. Un’emigrazione mordi e fuggi che affolla i corsi di lingua e offre i suoi servigi al flessibile mercato del lavoro britannico. Molti scelgono di acquistare un pacchetto “tutto compreso” da un’agenzia specializzata: saranno inseriti in una prestigiosa scuola di inglese, alloggeranno nelle zone più trendy di Londra e riceveranno assistenza per trovare un impiego. Egemone in questo settore è la Easy London, l’”associazione turistica giovanile” che fa capo a Roberto Fiore, il leader di Forza Nuova. Questi non ama la pubblicità: ogni volta che i giornali si impicciano dei fatti suoi va su tutte le furie e minaccia querele a destra e a manca. E’ già successo nel 2001, quando, sull’onda delle rivelazioni fatte dalla stampa, fu lanciata una campagna di boicottaggio contro Easy London, e gli affari di Fiore ne uscirono ridimensionati.
Diverse sedi dell’associazione cessarono le attività e molti potenziali clienti raggiunsero Londra per altre strade. Strane storie circolarono sulla qualità dei servizi offerti dall’agenzia. Si parlò di alloggi fatiscenti e di costi astronomici, di lavoro sottopagato e di gestione militare della riscossione degli affitti. Telefonando oggi alle sedi di Easy London si possono avere informazioni discordanti sulla questione: da Milano assicurano che non vi è nessun rapporto fra l’associazione e Forza Nuova e considerano frottole le storie sugli energumeni del servizio d’ordine; a Roma, invece, la domanda suscita imbarazzo, come provenisse da un’epoca rimossa..
Il responsabile della sede milanese è Andrea Calvi, ex esponente dei NAR arrestato nel 1983 assieme a Gilberto Cavallini; a Roma il capo è Maurizio Catena, già leader degli Irriducibili, gli ultras della Lazio vicini alla destra radicale.
Del resto, l’agenzia ha sempre dato lavoro ai camerati; anche Andrea Insabato, l’autore dell’attentato al Manifesto del dicembre 2000, era stato a Londra nel ’96, alle dipendenze di Meeting Point, l’omologo di Easy London in Inghilterra, continuando a ricevere piccole somme di denaro dopo il suo ritorno in Italia. Quello di Fiore è un progetto ambizioso: dare vita ad una comunità militante con un braccio politico (Forza Nuova) ed uno economico (Easy London e tutte le società consociate), una rete internazionale di “soccorso nero” costruita sull’asse Roma-Londra ed in rapida espansione nell’Europa orientale. Di certo, Fiore non ha fatto tutto da solo. Oltre al contributo del compianto Massimo Morsello, l’amico di una vita, decisiva per le sue fortune è stata la protezione delle autorità britanniche, in quei ruggenti anni ’80 londinesi in cui un manipolo di camerati italiani dispersi dalle indagini antiterrorismo riuscì a tingere di nero un brandello della megalopoli. Commemorando Morsello in occasione della sua scomparsa, così Fiore rievoca quei tempi: E’ qui che con altri camerati inizia un’ avventura politica economica e spirituale che stravolgerà le regole della politica e darà l’ incipit alla più entusiasmante rimonta umana di un uomo e di un mondo politico. Braccati, calunniati, perseguitati, i camerati londinesi gettano i semi per una vera e propria riconquista economica politica e spirituale i cui frutti nel tempo saranno vastissimi. Formidabili quegli anni. Per gli esuli italiani in terra albionica, la mera cronaca si trasforma presto in uno spumeggiante romanzo criminale. Da sguatteri squattrinati e tassisti part-time, Fiore e i suoi fedelissimi vengono coinvolti dalla meglio gioventù dell’estrema destra britannica in una serie di iniziative imprenditoriali. La prima in ordine di tempo si chiama “Grifucci”: una società che si occupa di importare prodotti alimentari dall’Italia e che avrà vita breve. Quindi vi è la fondazione della Heritage tours, che organizza visite guidate al centro di Londra mettendo a disposizione dei turisti stranieri guide in francese, italiano e tedesco. Portano avanti la baracca due giovani promesse della destra britannica, Nick Griffin e Michael Walker. Il loro appartamento è un crocevia di incontri; oltre agli inseparabili Fiore e Morsello vi transitano nei primi anni ’80 personaggi come Robin Davies, assistente dello storico revisionista David Irving, e Gareth Light, all’epoca astro nascente dei giovani tories. Destra di governo e destra antagonista, quindi. Forse più di governo che antagonista, visto che al piano di sotto abitava Nicholas Ridley, a quei tempi ministro del tesoro nel governo conservatore di Margaret Thatcher. I camerati lavorano per campare, ma campano per fare politica. Con l’appoggio logistico e finanziario di una “grande vecchia” dell’antisemitismo e del cattolicesimo oltranzista, Rosine de Bounevialle, organizzano campi di addestramento paramilitare a Liss, nell’Inghilterra meridionale, sfornano riviste ed opuscoli a getto continuo e danno la scalata ai vertici del National Front, il principale movimento dell’estrema destra. Era stata proprio la League of Saint George, l’organizzazione di cui faceva parte anche la de Bounevialle, ad organizzare l’espatrio e il soggiorno oltremanica dei neofascisti italiani, quando la rete gettata dai magistrati che indagavano sulla strage di Bologna aveva preso pesci grandi e pesci piccoli. Fra quelli scampati alla cattura, non vi è dubbio che i più fortunati siano stati i londinesi. Così fortunati da indurre anche camerati che avevano scelto altre mete per la latitanza a raggiungere l’accogliente e tollerante capitale del Regno Unito. E’ il caso di Luciano Petrone, l’autore di quella che la stampa spagnola definì “la rapina del secolo”, trenta miliardi di lire dell’epoca trafugati dal caveau di una banca a Marbella negli ultimi giorni del 1982. Una vita consumata lungo la sottile linea di confine fra eversione nera e criminalità comune, quella di Petrone, con un mandato di cattura per l’omicidio di due poliziotti ed un’agiata latitanza al sole delle Baleari, sotto l’ala protettiva di Stefano Delle Chiaie. E’ solo per amore che si trasferisce a Londra: a Marbella ha conosciuto Imogen Lucas-Box, un’avvenente starlet inglese, ed ha fatto valere le sue credenziali di latin lover. Per amore si farà anche arrestare, nel gennaio del 1983, tornando ingenuamente nel lussuoso appartamento della sua fiamma presidiato dalla squadra antiterrorismo. Fra amori e amorazzi, Petrone aveva trovato il tempo di rivedere i vecchi camerati, gli stessi che proteggeranno la sua fidanzata dall’assalto dei fotografi il giorno del processo; con Roberto Fiore, poi, aveva fatto coppia fissa, presentandogli anche la donna che avrebbe dato all’ex leader di Terza Posizione il primo figlio: una ragazza inglese impiegata presso la Lucas-Box come bambinaia.
Intanto, però, solo una parte del bottino era stata recuperata, quella in possesso di alcuni esponenti di secondo piano della banda di rapinatori. Che fine hanno fatto tutti gli altri soldi?
Il Corriere della Sera aveva adombrato già nel 1983 la possibilità che la “rapina del secolo” fosse stata organizzata per finanziare il circuito internazionale dell’eversione nera. Forse ci sono altre ragioni dietro il trasferimento a Londra di Luciano Petrone. I camerati lasciano calmare le acque, poi si gettano a capofitto nel mercato immobiliare. In pochi anni tirano su un impero. Eppure, a sentir loro, avevano le tasche vuote al momento del loro arrivo in Inghilterra. Fiore, inoltre, ha sempre respinto con fermezza l’accusa di essere fuggito con la cassa di Terza Posizione. Fatto sta che i camerati italiani conquistano l’elegante West End londinese, acquistando e ristrutturando palazzi e prendendo in gestione diverse proprietà immobiliari.
Tutto potrebbe andare per il meglio, se gli esuli italiani non avessero alle calcagna i segugi della rivista antifascista Searchlight. Sono state proprio le inchieste di Searchlight a rivelare, nel corso degli anni, le vicende di Fiore e soci. La più oscura riguarda il sostegno ricevuto dall’MI6, il braccio militare dei servizi segreti britannici; le barbe finte di sua maestà avrebbero prima scongiurato l’estradizione dei nostri, poi tollerato il loro business. Un’eco sinistra giunge anche in Italia, quando, il nove gennaio del 2001, l’onorevole Fragalà ,di Alleanza Nazionale, dichiara davanti alla commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo di essere in possesso di un documento che attesta il coinvolgimento di Fiore nell’MI6 sin dall’inizio degli ’80. Non c’è, tuttavia, solo l’intelligence a supportare le imprese della cricca. La chiesa cattolica londinese, infatti, vede di buon occhio l’intraprendenza dei devoti e laboriosi giovanotti italiani, al punto da entrare in affari con loro. Viene così creata una catena di charity shop (negozi di beneficenza) in nome di San Michele Arcangelo, con la benedizione del reverendo Michael Crowdy, . I negozi non vendono solo paccottiglia: diffondono pubblicazioni antisemite e pubblicizzano il progetto di ristrutturazione di un villaggio abbandonato nella Spagna rurale. Il villaggio in questione è Los Pedriches, nei pressi di Valencia; nelle intenzioni dei promotori avrebbe dovuto rappresentare “un faro di speranza per i nazionalisti di tutta Europa”. I luogotenenti di Fiore in terra spagnola, tuttavia, vengono coinvolti in alcune vicende tragicomiche e l’avventura si conclude ingloriosamente, con un camerata inglese che prende a sassate la finestra del sindaco. Il risalto dato alla vicenda dalla stampa britannica spingerà le autorità ad intervenire, congelando per un breve periodo i fondi delle società coinvolte nel progetto. Come svuotare la Manica con un cucchiaino. Gli affari, negli anni ’90, vanno benissimo: dopo il crollo del comunismo si è aperto un immenso mercato ad est, e nelle residenze gestite da Meeting Point iniziano ad essere ospitati anche polacchi e croati. L’agenzia di collocamento per estremisti neri funziona a pieno regime: i più presentabili fra i camerati lavorano nell’amministrazione, gli altri vanno ad ingrossare le fila del servizio d’ordine. Allo stesso tempo Massimo Morsello porta avanti la sua vecchia passione per la musica, organizzando, fra le altre cose, il concerto di Romano Mussolini (famoso più come figlio del duce che come jazzista) nel ’96 e la tournee inglese di Enrico Ruggeri nello stesso anno. Anche la comunità italiana di più antica emigrazione si lascia conquistare da Fiore e Morsello: in occasione degli europei di calcio del ’96 i due entrano in affari con Wolfgang Bucci, direttore del periodico “L’italiano”, per la vendita di pacchetti turistici ai tifosi italiani in trasferta a Londra.
Durante tutti gli anni ’90 gli investimenti del gruppo si concentrano prevalentemente nei quartieri di Maida Vale, Paddington e Kensington, ma il cuore dell’organizzazione batte a Lambeth, sull’altra sponda del Tamigi, dove ha sede la scuola di inglese e dove la fantomatica “Siddons university” organizza nel ’97 un seminario di formazione politica che annovera, fra i relatori, alcuni noti intellettuali neofascisti come Piero Vassallo ed Agostino Sanfratello e la discussa antropologa Cecilia Gatto Trocchi..
L’espansione è inarrestabile, ma lascia una scia di sangue. Nel ’98 un camerata inglese sospettato di essere la gola profonda che aveva rivelato ai giornali i legami fra l’estrema destra e le attività dei charity shop è picchiato a morte su un autobus da individui sinistramente simili a quelli che Meeting Point impiega nelle sue strutture. L’anno successivo muore la madre putativa del gruppo, Rosine de Bounevialle, e, in base ad un patto precedentemente stipulato, le sue proprietà terriere e immobiliari a Liss passano sotto il controllo di una serie di società guidate da Roberto Fiore. Mentre alcuni eredi denunciano l’illegittimità dell’atto, Searchlight dichiara di avere accesso a una fonte che parla della possibilità che Rosine de Bounevialle, poco prima di morire, avesse avuto l’intenzione di revocare il patto, destando grandi preoccupazioni presso i beneficiari.
Oggi, dopo la morte di Morsello ed il trionfale ritorno in patria di Fiore, è il circondario di Maida Vale l’emblema di quella “little (black) Italy” costruita pezzo per pezzo in un quarto di secolo. Le strade intorno a Shirland Road parlano italiano: paninoteche, negozi di prodotti alimentari, caffetterie, negozi di arredamento ed una gran quantità di inquilini che vivono nelle dimore gestite da Easy London e Meeting Point. Anche il patriarca ha preso casa nei paraggi: in Lanark Road sorge l’umile dimora di Roberto Fiore, valore stimato circa due milioni di euro, a pochi passi da una scuola privata cattolica. Curiosando fra gli scaffali dei negozi, fra grissini, crema di capperi e tutto ciò che fa “made in Italy”, è possibile fare alcune scoperte interessanti: la merce esposta non appartiene ai più noti marchi nazionali, ma proviene da piccole aziende agro-alimentari della Puglia e della Sicilia. Queste imprese non hanno mercato in Gran Bretagna: i loro prodotti vengono acquistati direttamente dai punti vendita londinesi, con esorbitanti costi di trasporto. Si tratta, probabilmente, di aziende selezionate: l’attenzione rivolta al mondo rurale è una delle costanti dell’azione politica di Roberto Fiore, in Inghilterra come in Italia. Forza Nuova, d’altra parte, si dichiara “da sempre al fianco degli agricoltori italiani” e recentemente ha dato vita alla Lega della Terra, che organizza alcune decine di piccoli agricoltori del frusinate.
Da quando c’è anche il partito da mandare avanti, Fiore è costretto a dedicare meno tempo alle sue creature imprenditoriali, lasciando spazio ad una schiera di giovani alter ego. Fra questi, uno che sta facendo carriera è Davide Olla, che ha avuto fra l’altro l’onore di rappresentare la comunità alle elezioni politiche del 2006: candidato nella circoscrizione Europa per Alternativa Sociale, ha raggranellato 551 voti a Londra e 804 nel Regno Unito.
Sono dunque diversi gli elementi che attestano l’esistenza di un legame fra Forza Nuova e le attività imprenditoriali di Fiore in Gran Bretagna, e parecchi sono anche i misteri che aleggiano su questa vicenda. Fare una stima del giro d’affari è pressoché impossibile. Euro o sterline non fa differenza: si tratta di diversi milioni all’anno.
Ricordate la profezia? I frutti nel tempo saranno vastissimi.RF
Questo articolo è stato pubblicato sul mensile “La voce delle voci” di febbraio 2008.
da Coscienzasporca







Easy London, l'impero finanziario di Fiore
Da quasi quattro decenni la GB e in particolare Londra sono diventate un posto sicuro in Europa per ex terroristi neri e neo fascisti da ogni parte del mondo, dove possono trovare indisturbati rifugio dopo aver commesso le peggiori infamità.
Molti sono gli esempi ,dal dopo guerra a oggi, cui si potrebbe far riferimento:dalla lunga latitanza in terra inglese di James Earl Ray ,l'assassino di Martin Luter King, all' accoglienza che l'estrema destra locale offri per un bel periodo a George Parisey terrorista algerino, arrestato poi (grazie al lavoro degli antifascisti) in compagnia di un comandante dell' "OSWALD MOSLEY'S UNION MOVMENT",vecchio gruppo ultra conservatore britannico.
I legami tra la destra internazionale e la GB sono ,come ribadito, molto saldi; ma la connessione con l'Italia e' sicuramente la più forte, sono italiani infatti i referenti dell' organizzazione meglio conosciuta come "INTERNATIONAL THIRD POSITON" e sempre gli stessi italiani sono riusciti a costruire ,con l'appoggio di vari strutture locali, un enorme apparato finanziario capace di sostenere economicamente (in maniera più o meno nascosta) molte organizzazioni neo-fasciste in Europa ma, come ovvio, concentrando i maggiori sforzi e le maggiori sovvenzioni qui in Italia dove il referente politico-militante si chiama FORZA NUOVA.
Se a qualcuno non fosse ancora chiaro i nostri manager in camicia nera rispondono ai nomi di Roberto Fiore e Massimo Morsello (il primo e' anche segretario di F.N.)
Cerchiamo ora di ricostruire la storia che ha portato due luridi fascisti dalla semplice latitanza alla costituzione di quel macro-apparto finanziario che trova la sua direzione nella società "MEETING POINT".
Nel 1980 Fiore e Morsello insieme ad altri 15 fascisti fuggono a Londra subito dopo la strage alla stazione di Bologna ; da allora sfruttando i già saldi agganci con Nick Griffin (leader del BRITISH NATIONAL PARTY oltre che coofondatore ,con F. e M. di I.T.P.) e costruendo nuove alleanze, i due riescono, nel 1986 a inaugurare M.P..
M.P. e' una finanziaria che ha come maggior patrimonio una vastissima e molto mobile proprietà immobiliare (1300 appartamenti) abitati esclusivamente da giovani che, per svariati motivi decidono di andare in Inghilterra a lavorare, studiare o piu' semplicemente per imparare la lingua. La struttura che in Europa si occupa di reclutare i giovani che dovranno poi lavorare tramite società di collocamento direttamente collegate a M.P. si chiama EASY LONDON (15 sedi in Italia), E.L. propone a coloro che ,ignari, si vi rivolgono chiedendo possibilità di lavorare e mantenersi a L. un pacchetto pronto che offre viaggio,lavoro e alloggio ad un prezzo "interessante".Non viene detto però ai malaugurati che alloro arrivo in G.B. il lavoro che li aspetta e' nelle cucine del West End dove parte delle già magre paghe andrà ad ingrassare le casse di F. e soci ,non viene nemmeno detto che le confortevoli camere illustrate nei depliants non esistono e al loro posto ci sono micro-alloggi super affollati ,letti nei corridoi e bagni in comune per 15 persone, il tutto gestito (in clima militaresco) da decine di nazi skin non solo italiani,e' infatti del quotidiano "Mail" del 20/9/99 la notizia che fiore avrebbe fatto arrivare dalla Polonia un "esercito" di boneheads per meglio gestire i quasi seimila giovani europei che annualmente entrano in contatto con la società. Molti sono i racconti (alcuni di esperienze dirette) che parlano di pestaggi notturni ad affittuari in ritardo o semplicemente non in linea con la gestione.
Ma le grosse rendite per la M.P. non si esauriscono nella percentuale sottratta agli stipendi e dalla riscossione degli affitti molto alti, nonostante il mercato immobiliare londinese sia già caro di per sé; infatti tra le molteplici attività della holding troviamo una catena di ristoranti, negozi alimentari di prodotti italiani, una casa discografica e alcune scuole di lingua, come quella di Westminster Bridge Road dove secondo la magistratura italiana si tengono periodicamente congressi di organizzazioni fasciste di tutta Europa e il cui contratto d'affitto e' intestato direttamente a nome di M.
Tutto questo, dal reclutamento di nazi all' enorme impero finanziario potrebbe per certi versi sembrare fantascienza, ma non lo e'. Se teniamo soprattutto conto che dei maggiori sostenitori della coppia non abbiamo ancora parlato ed e' giunto il momento di farlo. Si tratta di due organizzazioni ultra cattoliche (come potevano mancare) che fin dagli inizi della latitanza hanno offerto a F. e M. protezione ma soprattutto danaro, si chiamano St.George's Educational Trust e St.Michal's the Arcangel Trust.
Della prima F. ne e' l'amministratore ed e' direttamente collegata alla St.George League ,un piccolo quanto ricchissimo gruppo nazista in contatto con personaggi e i fondi delle ex SS; la seconda ,al pari della prima in quanto a ricchezza prende il nome dall'Arcangelo Michele santo patrono dei miliziani della guardia di ferro del leader fascista rumeno Corneliu Codreanu. Le due organizzazioni sono proprietarie di una fitta rete di charity shop (letteralmente "negozi della carità "),la cui funzione principale e' quella di fornire la migliore copertura possibile a I.T.P. contribuendo comunque, in maniera determinante, a riempirne le casse.
Lo scopo ufficiale delle charity (la cui fitta rete conta 8 negozi solo a L.) e' quello di promuovere la diffusione della religione cattolica in un paese a maggioranza protestante, anche se il Vaticano ha sempre negato il proprio appoggio a questo tipo di forme caritatevoli; nonostante ciò migliaia di cattolici inglesi, per lo più ignari riguardo la reale attività, continuano a frequentare le charity dove tra immagini di madonne, abiti usati e dischi possono trovare testi revisionisti e varie pubblicazioni fasciste. Se la presenza di tali libri non fosse abbastanza esplicita riguardo l' ispirazione politica ,da cui traggono origine queste organizzazioni, basta spingersi a visitare i rispettivi siti internet dove e' possibile acquistare poster di Hitler e Mussolini ,libri di propaganda nazista, pubblicazioni antisemite e sulla superiorità della razza bianca.
Non c'e' da stupirsi quindi se proprio la St.Michael's trust ha deciso di "donare" 21 milioni di lire per la costruzione della chiesa che dovrà sorgere nel nuovo villaggio fascista nel nord della Spagna (progetto di F. del quale ci occuperemo poi) e se la somma restante e' stata staccata da un assegno della Barclays Bank intestato a M.P., il cui patrimonio economico ,va ricordato, ammonta a più di 30 miliardi di lire.
Come ogni società che si rispetti anche M.P. necessita di reinvestire i propri utili (non potendo scaricare dalle tasse le sovvenzioni ai fasci nostrani) e parte di questi F. ha deciso di impegnarli nella ricostruzione di un villaggio a circa 80 Km da Valencia "Los Pedriches" ; nel '96 con la spesa iniziale di circa 40 milioni M.P.. acquista i primi quattro fabbricati all' interno del villaggio da allora gruppi di fascisti di mezz' Europa hanno contribuito alla costruzione di alcune abitazioni, una cappella e un ostello per famiglie. In risposta alla valanga di critiche piovutagli addosso nell' ultimo periodo(da quando la frequentazione di nazi e' nettamente aumentata) F. ha controbattuto che il loro e' un semplice progetto turistico che gode, oltretutto, dell' avvallo del ministero del turismo spagnolo che avrebbe anche offerto il proprio aiuto economico al loro progetto di rilancio della vite in quel territorio.
Ovviamente le finalità di questa impresa sono ben altre e ben piu' chiare, l' obbiettivo e' quello di creare un villaggio rifugio dove ospitare fascisti in fuga da tutto il mondo, organizzare convegni e colonie estive; d'altronde il villaggio viene reclamizzato proprio come il posto dove sperimentare l'esperienza di un "ordine nuovo" e dove verrà insegnato ai giovani europei a smetterla di "parlare, muoversi, agire come dei negri", e queste esternazioni di invito a nuove esperienze e di pubblicizzazione del villaggio da dove potevano arrivare se non dai siti ufficiali delle già citate St.George e St.Michael Trust .
Quello che e' stato trattato in queste pagine non e' altro che una panoramica ,leggermente approfondita, dell' impero finanziario che M.P. e più in generale I.T.P. e' riuscita a costruirsi attorno con l'aiuto di una fitta quanto complicata rete di contatti e collaborazioni tra le peggiori strutture di destra radicale e ortodossia cattolica presenti in Europa; ricordiamoci (in quanto fine di questa ricerca) che F.N. e' il braccio militante di questa struttura attivo in Italia e che non ci si trova di fronte a fenomeni gia' conosciuti riconducibili gruppi di boneheads tenuti insieme da una sigla, ma che oltre a questi personaggi non sono pochi coloro che, all' interno dell' organizzazione, praticano sia politica che azione da un po' di tempo e che a molti ,tra i potenti amici di F. e M., non dispiacerebbe rivedere il ritorno dello spontaneismo armato tanto amato da R.F. .
RAF MILANO







tradotto dal giornale inglese Searchlight:
A Londra, a Londra!
La presenza, a Londra, di numerosi killer di estrema destra evidenzia uno scandalo e cioè che i criminali d’area neofascista abbiano trovato un rifugio sicuro in Inghilterra da circa 40 anni. L’estrema destra ha da molto tempo contatti Oltremanica.
Nel 1960 il terrorista francese (ma nato e vissuto in Algeria) George Parisy fu catturato in un albergo di Londra insieme ad un dirigente del movimento neofascista inglese Union Movement. Parisy era uno dei sicari dell’OAS (l’organizzazione terroristica francese che voleva impedire l’indipendenza dell’Algeria) e aveva partecipato ai complotti per uccidere il presidente francese De Gaulle. Dopo la cattura, fu espulso.
James Earl Ray, incarcerato per l’omicidio di Martin Luther King (uno dei padri del movimento per i diritti civili dei neri degli Stati Uniti), venne a Londra per cercare rifugio grazie ai suoi contatti con l’estrema destra britannica (e alcuni dei suoi "collegamenti" sono ancora attivi nella galassia neofascista).
Ma il caso più clamoroso riguarda gli italiani. Sandro Saccucci, militare e deputato per il MSI, scappò in Inghilterra nel 1970 (era accusato di omicidio) e trovò protezione fra alcuni conservatori inglesi appartenenti al circolo di destra denominato Monday Club. Quando il Parlamento italiano gli tolse l’immunità, la Gran Bretagna costrinse Saccucci ad abbandonare l’isola. Le sue tracce si perdono in Spagna.
Dal 1981 Roberto Fiore e Massimo Morsello (oltre ad altri attivisti dei NAR - Nuclei armati rivoluzionari) hanno trovato rifugio a Londra e fra i latitanti troviamo anche Luciano Petrone, accusato dell’omicidio di 2 poliziotti a Roma e di una rapina in una banca spagnola (bottino stimato: 30 miliardi).
E non basta.
Vediamo a Londra anche Andrea Ghira (condannato all’ergastolo per stupro e omicidio in quella vicenda nota come delitto del Circeo): ora ha 46 anni, si fa chiamare Mirko Elise o Sergio Barzanelli e secondo la polizia cambia continuamente la sua identità.
Vive a Londra Antonio D’Inzillo (con un lungo pedigree nell’estrema destra), coinvolto nella morte di una donna nei pressi di Roma. Sul suo capo pende un mandato di cattura internazionale.
Vittorio Spadavecchia è ricercato in Italia per l’omicidio di un poliziotto e per una rapina in banca: in Inghilterra è diventato miliardario.
Secondo le fonti Interpol, dei 19 attivisti dei NAR fuggiti in Inghilterra nel 1981/82, 17 vivono permanentemente in Inghilterra.
Collegati a Forza Nuova abbiamo, infine, i camerati norvegesi Johnny Olsen, Daniel De Linde e Terje Sjolie. E tutti quanti hanno potuto vivere qui indisturbati, magari avendo anche il tempo di diventare miliardari.
Un fior Fiore di affari
Sembra inarrestabile la foga imprenditoriale di Roberto Fiore e Massimo Morsello. Agli inizi dello scorso anno acquistarono alcune vecchie case in Spagna per fondare una comunità politica. Le 12.000 sterline (circa 40 milioni) necessarie per Los Pedriches (questo il nome della località) venivano da un conto della Barclays Bank intestato, fra l’altro, ad istituzioni caritatevoli. Per il momento solo uno degli edifici è stato completato e i rapporti con la municipalità (a guida socialista) sono tutt’altro che buoni. E nonostante gli arrivi di un paio di inglesi, l’esperienza non sembra destinata a decollare. Fiore è stato in Spagna anche per celebrare l’anniversario della morte del dittatore spagnolo Francisco Franco e in quell’occasione ha parlato davanti ad una platea che, a parere degli organizzatori, comprendeva medici, avvocati e membri delle forze armate. Ma il leader di Forza Nuova non si è limitato a seguire convegni politici. Ha fondato, col nome di "Agenzia per la gioventù europea", una struttura simile alle sue società inglesi (Easy London e Meeting Point). Quando i giornali inglesi hanno cominciato ad occuparsi del suo giro d’affari miliardario, lui ha reagito con lettere alla Chiesa cattolica e alla comunità italiana, nelle quali lamentava la cattiva stampa nei suoi confronti e sottolineava le sue opere di carità. Ma l’interesse inglese nei suoi confronti non è finito. La Charity Commissioners ha congelato i conti di due istituzioni benefiche fondate da Fiore e ha annunciato ulteriori indagini. Secondo la legge inglese, quel tipo di istituzioni non devono occuparsi di politica, ma secondo un volantino distribuito dagli ambienti neofascisti a Londra, nel quartier generale di Fiore - quello che ospita le Fondazioni - si tengono incontri organizzati da Forza Nuova. Accanto all’attività politica esiste, per Roberto Fiore, la permanente attenzione verso gli affari. Uno dei suoi progetti è quello, per esempio, di ottenere biglietti scontati dalle compagnie aeree per le migliaia di giovani che si muovono in Europa grazie alle sue imprese commerciali; per alcuni osservatori, anzi, la sua Easy London è forse la più grande organizzazione europea in quel particolare segmento economico. Un nuovo settore è quello agricolo: piccole aziende vengono comprate e trasformate in comunità rurali nelle quali affari e ideologia devono andare a braccetto. Questo progetto è una realtà in Italia, Inghilterra, Spagna e Polonia. Qualche parola, infine sul socio di Fiore, Massimo Morsello. Ha cercato di costruire un piccolo impero musicale, ma ora è malato (ufficialmente è affetto da un tumore) e si parla già della ricerca di un successore. Un nome possibile è quello di Maurizio Catena, e il ruolo che Morsello ricopriva nelle imprese di Fiore dovrebbe essere ricoperto da Davide Olla, di Bologna, e Luca Mengacci. Quest’ultimo pare già attivo nei collegamenti fra l’Italia e la Germania e lo si vede con una certa regolarità anche a Londra.

editore venerdì, 11 aprile 2008

Re: ...con l'Odio e la Violenza come credo:

la prox volta pubblica un libro

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