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Un'impresa da Dio: sequel colossale

Quattro anni dopo "Una settimana da Dio", torna nelle sale italiane una commedia colossale con il grande Morgan Freeman nei panni dell'Onnipotente e Steve Carell al posto di Jim Carrey

I sequel, così come i remake, rappresentano sempre una grossa sfida e, il più delle volte, anche un’inevitabile promessa di fallimento.
C’è chi dice che questa sia la sorte condivisa anche dall’ultima commedia di Tom Shadyac, senz’altro meno esilarante ed arguta della precedente (“Una settimana da Dio”).
Certo è che per il protagonista, Steve Carell (fra i film a cui ha preso parte ricordiamo “Melinda e Melinda” di Woody Allen e “Little Miss Sunshine” di Jonathan Dayton), dev’essere stata un’impresa, se non da dio comunque non indifferente, riuscire a sostituire l’eclettico e sempre brillante Jim Carrey, unico nella sua verve camaleontica che ce lo faceva amare nel personaggio dell’irresistibile sfigato Bruce Nolan, presto trasformato in uno strampalato dio pasticcione per i sette giorni del titolo.

Ricordate il suo collega arrivista e perfettino, quello che gli fregò il ruolo di anchorman e fu per questo punito con un attacco di balbettìo continuo e indecoroso in diretta?
Ebbene, rieccolo anni dopo, neoletto al Congresso degli Stati Uniti d’America: un Carell (inquietante l’assonanza dei nomi Carrey-Carell!) a metà fra Mr. Bean e Ben Stiller, che riceve dall’Altissimo (sempre l’inconfondibile Freeman, che non sbaglia un colpo) la stessa missione che fu di Noè.
Ovvero, salvare il suo popolo dal diluvio imminente.
Il protagonista, Evan Buxter, perde di ilarità ma acquista spessore rispetto al fu Nolan, in questo sequel/newquel che si scaglia un po’ contro il governo americano (esilaranti le gag fra i colleghi onorevoli, così come la caricatura del politico corrotto per antonomasia, incarnato al meglio dal John Goodman, il caro vecchio Fred dei “Flinstones”), un po’ contro la sete di soldi e prestigio che spesso finisce per oscurare l’importanza del tepore familiare.

Questo e tanto altro capita al povero Evan, il quale, troppo preso dalle sue ambizioni, viene presto sopraffatto dalla cieca brama di carriera: potere contro famiglia, chi la spunterà?
L’impresa del titolo non è, dunque, per il protagonista solo la costruzione di un’arca con gli stessi mezzi e strumenti di allora (compresa la tunica profetico-antica, adeguatamente corredata da un look da saggio/trasandato con tanto di barba incolta e intagliabile), ma anche riuscire a rinunciare al proprio egoismo in vista di scopi più importanti, foss’anche il sorriso di un bambino.
La scenografia imponente, con un’arca di dimensioni, è il caso di dirlo, letteralmente bibliche, è popolata da animali che accorrono disperati verso lo squinternato Buxter, provenienti  da ogni parte del globo terrestre.

Con un budget epico, di ben 175 milioni di dollari (per cui c’è chi ha già conferito alla pellicola il titolo della commedia più costosa della storia del cinema), si susseguono scene degne del titanico James Cameron, che raccontano un’inondazione catastrofica sopra l’ipocrisia e la diffidenza della gente.
E mentre messaggi ecologisti multipli si diffondono, così che, se non diverte al 100%, quanto meno “Un’impresa da Dio” intrattiene e spinge alla riflessione, si assiste alla parabola tragicomica di un uomo che torna ad essere se stesso ed apprezzare la sua quotidianità solo dopo aver attraversato il valico discriminante della follia.
Soltanto allora, additato come matto e riconosciuto universalmente come “diverso”, mentre sarà intento nella sua assurda missione e al tempo stesso abbandonato da tutti (animali esclusi), Evan Buxter avrà davvero l’occasione di capire che la vera “svolta” di una vita non proviene tanto dall’ambito lavorativo, quanto da quello più caldo ed umano degli affetti familiari.

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