Portland, 2006. Gus Van Sant torna nella sua città natale per
immergersi ancora una volta nel variegato mondo degli adolescenti, prisma composto
da facce molteplici e aspetti diversi, fra cui di volta in volta sceglie quale
raccontare. Questa volta si tratta dell'universo degli skatboarders,
ragazzi spericolati, acrobati per gioco che passano giornate intere nel loro
amato "paranoid park", grigio angolo abusivo di brividi in
un quartiere malfamato. Ore e ore trascorse a girare su se stessi e roteare
su muri e pedane, avanti, indietro, su, giù, come tanti orologi a pendolo
dall'ingranaggio sconquassato. Questo, almeno, sembra essere il profilo di Alex,
riservato sedicenne poco esperto con le ragazze, poco fortunato con la famiglia
(i genitori si separano e comunque non sembrano riservargli troppe attenzioni),
poco entusiasta della vita.
Abusando di ralenti in continuazione, il regista indugia sull'interiorità
del suo protagonista, un convincente Gabe Nevins, espressivo quanto basta a
rendere la spaesatezza di chi, tutto ad un tratto, si trova suo malgrado catapultato
in una vicenda troppo più grande di lui.
Un omicidio a Paranoid Park. Sospetti dentro la scuola. Marce di studenti
indiziati verso la presidenza. Interrogatori. Silenzi e mezze verità.
Rimorsi. Ipotesi. Pensieri. Voci della coscienza che implodono in un silenzio
folgorante sotto la doccia, con un'acqua che lava via tutto tranne il senso
di colpa. Niente scorre, il ricordo è un martello pneumatico che non
smette di battere, il tempo impazzisce grazie ad un montaggio iperdinamico (opera
dell'imprevedibile Christopher Boyle, collaboratore, fra gli altri, anche di
Won Kar Wai e Shymalan) che rende al meglio un flusso di coscienza a singhiozzo,
dove tutto ciò che è accaduto ha un preciso significato, puntualmente
ripreso nel presente e riacciuffato nel futuro, in un continuo dialogo fra sfere
spazio-temporali diverse (molto alla Inarritu, ma tutto più fluido
e circolare).
Alternando momenti d'introspezione psicologica suggestivi a spezzoni girati
con uno stile asciutto e documentaristico, passando di continuo dal super8 al
35mm, Gus Van Sant spia gli svaghi quotidiani di un gruppo di compagni di classe,
senza risparmiare i momenti rosa, quegli accoppiamenti goffi e teneri dei primi
amori e delle prime esperienze. Ne esce un ritratto smaliziato, in cui ci
perdono i maschietti, poco furbi e troppo presi dallo skateboard, mentre
ragazzine smorfiose e truccatissime sanno bene come accalappiarli e rigirarseli
a dovere.
Nell'ampio spettro dei colori di genere sfiorati dal regista, che si è
dichiaratamente ispirato all'omonimo romanzo di Blake Nelson, c'è
anche il giallo, macchiato con una punta di nero per la sua mancata soluzione.
Del resto, qui non importa la vicenda giudiziaria, quanto il vortice di sensazioni,
stati d'animo, turbamenti che assale la mente di chi uccide un agente di polizia.
Azione dimostrativa o tragico incidente? Legittima difesa o caso fortuito? E
soprattutto: chi mette fine alla vita di un uomo, è già per questo
automaticamente un assassino?
Questi e tanti altri gli interrogativi che pone la visione di "Paranoid
Park", un film che si preannunciava come fuori dal normale già dalla
selezione del cast, per la quale Gus Van Sant si è rivolto ad internet.
Sui generis anche la scelta delle musiche, come lo stesso regista ha raccontato
in conferenza stampa: "Le canzoni sono state scelte tra quelle preferite
dalla troupe. In pratica ho selezionato le melodie che mi piacevano prendendole
dai computer e dagli i-pod che giravano sul set". Se sentite Nino Rota
accanto a frastuoni punk-rock, quindi, non spaventatevi
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