“Io non faccio miracoli. Io sono uno spazzino”.
Così si presenta Michael Clayton, ex pubblico ministero, che lavora presso uno studio legale con il compito di “aggiustare” la verità (da bravo “fixer”) come può far più comodo.
Se dialettica, sotterfugi, alibi e ricostruzioni artificiose dei fatti sono per lui pane quotidiano, la sua regola di vita dichiarata è: più il casino è piccolo, più è facile pulire.
Ma come si fa a lavarsi poi la coscienza, quando, ad esempio, devi difendere un uomo che ha investito con l’automobile un ragazzo in piena notte?
O quando c’è di mezzo la salute della gente, minata da prodotti chimici per l’agricoltura seriamente nocivi per l’uomo?
Clayton, acuto e sornione contraffattore di verità, non si pone tali domande, a differenza dell’attore che lo interpreta: “Nel mio paese si cerca di difendere tutti, soprattutto coloro che sono al limite. Ammiro il coraggio di chi difende gente tipo Saddam Hussein, io non lo farei, ma lo trovo degno di nota”.
Così parla George Clooney, colui che, poco prima, si era rifiutato di rispondere alla provocazione di una giornalista, la quale chiedeva come mai avesse accettato il ruolo di un avvocato pronto a schierarsi contro una multinazionale corrotta e sleale, quando lui stesso è testimonial dell’ “Nexpress”.
Resta clamorosa la non-risposta del bel George a tal proposito: “chiedo scusa, ma bisogna pur guadagnarsi da vivere!”.
Tornando al film, abuso di sostanze illecite, corruzione e falsità dilaganti sono gli elementi che compongono l’affresco dipinto dall’esordiente Tony Gilroy, dove le multinazionali sono difese da studi legali popolati da arrampicatori senza scrupoli, pronti a vendersi anche l’anima.
Ad un tratto, una scritta appare su un muro: “Pensa che non è solo follia”.
E’ Arthur, vecchio amico e collega di Michael con problemi di alcolismo e droga pesanti, che invita il collega a mettere in discussione ogni sorta di egocentrismo e spregiudicatezza, per concentrarsi su un senso di giustizia che sia anche, in un modo o nell’altro, etico.
Da qui ha inizio la lenta parabola buon(ist)a del film, che crolla in un lieto fine clamorosamente prevedibile, arrivandoci con una lentezza ed uno stile manierato dei peggiori.
Tutto visto e rivisto, purtroppo.
Addirittura il protagonista, che ci era stato presentato come incorreggibile, inizia piano piano a nutrire dubbi rilevanti sulla propria carriera e posizione, fino a intraprendere un percorso d’indagini tutto suo e valicare poi il confine che separa vittime e carnefici.
Il risultato è, nella migliore delle ipotesi, un giallo senza sbavature, ma anche senza sorprese o sprazzi d’originalità, con grandi attori sfruttati troppo (Tom Wilkinson è fantastico, ma sopra le righe) o troppo poco (il grande Sidney Pollack appare sotto tono, incastrato in un ruolo insipido e forse poco adatto).
Un cast di produttori di prim’ordine (fra cui lo stesso Sidney Pollack, oltre a Steven Soderbergh e Anthony Minghella) copre le spalle di questo filmetto ordinario, giallo modesto che punta tutto sulla figura forte (e, c’è da dire, sempre convincente) del suo protagonista, esaltato ad arte in ogni ripresa, in un abuso di primi piani degno della miglior fiction tv.
Il finale risolleva lievemente i toni della pellicola, riportandoci in un universo dominato da un’ironia feroce, dove la noiosa diatriba buoni/cattivi viene finalmente meno.
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