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Venezia 2007: il ruggito del coniglio

Sono stati assegnati i Leoni veneziani, quello d'oro lo vince di nuovo Ang Lee. Una conclusione inevitabile per un festival quest'anno attento, a quanto pare, soltanto ai grandi nomi e alla popolarità

Venezia, ultimo atto.
Le luci si spengono su quell’isolotto italiano (il Lido) che per poco più di dieci giorni ha catalizzato su di sé l’attenzione del mondo, ospitando star hollywoodiane del calibro di Woody Allen, Brad Pitt, George Clooney, Brian De Palma, Cate Blanchett, Keira Knightley – per citarne solo alcuni.
Fino allo scorso anno (ma forse prima), a tanta ricercata mondanità (puntuali quasi ogni sera fuochi d’artificio e cene lussuose in onore dei vip di turno e dei loro privilegiatissimi ospiti) corrispondeva un elevato livello di qualità cinematografica: non solo “bella gente”, insomma, ma anche e soprattutto bei film.
Questi ultimi sono ormai una razza in via d’estinzione.
Ecco il triste bilancio a seguito della 64° Mostra d’Arte (?) Cinematografica di Venezia, che non ha partorito capolavoro alcuno, benché abbia proposto film interessanti girati spesso da illustri sconosciuti, il cui impegno e spessore professionale è stato battuto dal bagliore dei flash puntati sempre sui grandi nomi.

E così Brian De Palma, che l’anno scorso tornò a bocca asciutta malgrado i pronostici e il clamore suscitato dal suo “The Black Dahlia”, si rifà quest’anno ritirando il premio come miglior regista, là dove Jiang Wen aveva firmato invece un vero gioiello di visionarietà e ricercatezza estetica, con una direzione degli attori (fra cui il famoso Anthony Wong) sorprendente.
Eppure, il suo “The sun also rises” (=“Il sole sorge ancora”) non vince neanche mezzo premio.
Stesso dicasi per Ang Lee, di nuovo trionfatore assoluto a pochissima distanza da “Brokeback mountain”, mentre la giuria si riserva il diritto, dopo discussioni di ore ed ore (così almeno racconta Ozpetek), di assegnare riconoscimenti anche al pubblicizzato “I’m not there” e al meritevole “Le grain et le mulet”, saga familiare che si scontra con il dramma dell’integrazione sociale e con il problema del lavoro e della disoccupazione (tutto il film ruota attorno alla chimera di un ristorante di cous cous che, purtroppo, non aprirà mai).

E invece Venezia dimostra di preferire una storia banale di complotti politici (“Lust, caution”, film vincitore), dove scene di sesso definite “scandalose” (ma il Premio alla Carriera di quest’anno, Bertolucci, ne ha girate di migliori) non destano che un tiepido risveglio da un’opera dall’impianto troppo classico e poco originale per sorprendere o emozionare.
Però ecco che Ang Lee (ri)vince, nonostante tutto.
Soltanto un premio per la sceneggiatura va a Ken Loach, niente invece per Paul Haggis.
Da notare che entrambi i registi erano in concorso con opere d’indubbia qualità e di ampio respiro su attuali problematiche sociopolitiche (la guerra, il precariato, lo sfruttamento, la sperequazione sociale…).

Coppe Volpi per i migliori attori meritate, benché distribuite anch’esse secondo la politica ‘premiamo il vip dell’anno’, per Cate Blanchett e Brad Pitt.
Se per la prima era a dir poco doverosa (e pazienza per  la protagonista di “The sun also rises”, in un’interpretazione folgorante della follia che non può lasciare indifferenti), per il secondo viene da sorridere.
Non perché il caro Brad non la meritasse, con il suo Jesse James dallo sguardo penetrante.  
E’ che, guarda caso, è stato premiato proprio il personaggio più popolare dell’anno, finito sui rotocalchi di tutto il mondo per le sue vicende personali, legate alla compagna Angelina Jolie.

Venezia 64 è stata, quindi, un’esplosione di nomi luccicanti, probabilmente accaparrati a tutti i costi per sottrarli alla grande rivale capitolina.
Sta di fatto che, secondo la famosa legge del fumo e dell’arrosto, la qualità è clamorosamente scesa rispetto agli anni passati.
Resta l’impressione di un festival mondano che ha snobbato le novità e puntato solo sui cavalli vincenti, senza mai osare per davvero: più da conigli che da leoni.

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