Umano,
troppo umano. Questo il Will Smith che
si aggira in un’automobile rosso fiammante, per le strade di
una New York incredibilmente deserta. Stavolta,
più che la Felicità ricerca la Salvezza.
“Il mio nome è Robert Neville. Sono sopravvissuto
e sto a New York. Se c’è qualcuno là
fuori… chiunque, vi prego: non siete soli”.
Questo il messaggio disperante che lancia ogni giorno l’unico
superstite (forse) di una strage dovuta ad un virus letale,
inizialmente impiegato con successo per debellare il cancro (la
dottoressa Emma Thompson, in un cammeo, si gongola dei risultati
ottenuti), ma successivamente scoperto responsabile di conseguenze
mortali per il genere umano.
Si tratta di riportare alla normalità creature mostruose
dall’aggressività disumana, responsabili dello
stermino feroce di milioni di persone.
I contagiati si trasformano in mostri aggressivi e fumanti, assetati
di sangue e fotofobici, sempre pronti ad uccidere. Battito
accelerato, pupille dilatate, temperatura corporea di circa 41 gradi.
Questo l’identikit della vittima infetta,
esponente di una “de-evoluzione sociale completa”,
con atteggiamenti tutt’altro che umani.
Ci vorranno tre anni (dal 2009 al 2012) allo
scienziato Robert Neville, immune al virus, per scoprirne la
cura. Il tempo a disposizione è sempre di meno, le
vittime mutanti dell’epidemia gli danno la caccia, e nel
frattempo tutto ciò con cui può convivere sono
studi medici, frustrazioni, ansie, lotte contro mostri del presente e
spettri del passato. E i ricordi fanno male, soprattutto se
si tratta dell’abbandono di una moglie (Salli
Richardson) ed una figlia (la piccola Willow Smith, al suo debutto
cinematografico con papà Will), chiamata Marley in onore del
cantante Bob.
E la
solitudine, si sa, gioca brutti scherzi. Non ridete durante i monologhi
del protagonista, costretto a parlare con manichini e cani. E
non spaventatevi se dopo 45 minuti il film, continuamente invaso da
flashbacks a singhiozzo, vi inquieta ma non riuscite a
coglierne il senso: tutto vi sarà svelato a tempo
debito – questo il messianismo a cui cede il film, nel
discutibile finale sospeso fra scienza e religione.
“Abbiamo dedicato ore a parlare del rapporto fra
scienza e spiritualità, facendo continue ricerche
e parlando con esperti”, rivela a questo proposito il
protagonista, “alla fine siamo giunti alla conclusione che
non si debbano pensare come poli opposti, ma come un cerchio: alla fine
della scienza e alla fine della religione la
verità s’incontra nello stesso punto centrale.
Non c’è una vittoria dell’uno
sull’altro”.
Terzo remake, dopo “L’ultimo uomo della
terra” (1964) e “Occhi bianchi sul pianeta
terra” (1971), “Io sono leggenda” di
Francis Lawrence, sceneggiato da Akiva Goldsman (premio Oscar per
“A Beautiful Mind”) e tratto dal romanzo di
Matheson del ’54, si rivela più un
action movie fantascientifico che un horror,
più un one man show che un’opera valida a se
stante.
Buon
prodotto commerciale per i fan del genere, il film
è tutto costruito sulle spalle di Will Smith, che
dimostra ancora una volta il suo camaleontismo, reggendo a testa alta
tutto un film e regalando, nella scena del tete-a-tete tragico con il
cane (scoprirete perché), una delle interpretazioni
drammatiche migliori della sua carriera.
Per il resto, si tratta di un blockbuster fortunato,
che dopo aver sbancato al botteghino in America si è
stanziato anche da noi sul podio del box-office. Un videogioco di quasi
due ore pilotato dall’alto:
“Ci hanno contestato in molti che il film sia molto
simile ad un videogame, ma io non sono
d’accordo”, dichiara a questo proposito il regista
Francis Lawrence, “Abbiamo cercato di seguire una direzione
completamente diversa”.
Gli fa eco Will Smith, con il solito inconfondibile umorismo:
“Non credo che si debba giocare in sala, non è
carino tirare fuori il joystick al cinema, ci sono altre persone sedute
intorno, non si fa!”.
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andate a vederlo
questo film mi ha veramente stupito, sono rimasto a bocca aperta...mi ha coinvolto in una maniera quasi totale. complimentiper l'articolo, hai tirato fuori le cose essenziali che stavano nella mia testa
ciao a tutti