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Luciano Liboni torna a far parlare di sé

Il killer di Montefalco che uccise un carabiniere a sangue freddo protagonista del film Il lupo di Stefano Calvagna. "Non vogliamo creare un martire, ma la giustizia italiana non è equa" ammette il regista


Il Lupo è approdato al cinema, trascinandosi dietro un fiume di polemiche. Non stiamo parlando di un Lupo qualsiasi, ma di un killer, così soprannominato per la sua ossessione nel dipingere e disegnare lupi e per la sua tendenza ad agire sempre solo: come un lupo appunto. Tutti o quasi ricordano la storia di Luciano Liboni, l'uomo che nel 2004 uccise il carabiniere Alessandro Giorgioni e poco tempo dopo fu freddato dalle forze dell'ordine a Roma, nei pressi del Circo massimo. Originario di Montefalco, piccolo paese dell'Umbria, l'uomo era ricercato dal 2002 con l'accusa di tentato omicidio. Nel febbraio 2002 Liboni aveva ferito gravemente un benzinaio, Fausto Gentili, reo di aver scoperto che viaggiava su un'auto rubata. Dopo due anni di latitanza, Liboni era ricomparso in un bar delle Marche e aveva ucciso a sangue freddo un appuntato che gli chiedeva i documenti. Da lì era partita una caccia all'uomo, conclusasi con una sparatoria in cui Liboni perderà la vita.

Ora il Lupo, che non si è arreso alle forze dell'ordine neppure in punto di morte, è il protagonista dell'omonimo film di Stefano Calvagna. Uscito in sala ad aprile, il film è stato oggetto di pesanti critiche per il modo in cui affronta la storia. Scattoni (alias Liboni) viene descritto come una specie di eroe che, dopo un'infanzia disastrosa, prende la strada della malavita per necessità. Il film si concentra sull'ultimo periodo della vita del killer, ponendo l'attenzione sulla caccia all'uomo e sulla volontà del Lupo di non farsi catturare, costi quello che costi. Il regista, che ha modificato alcuni particolari della vicenda e ha cambiato il nome del protagonista per evitare polemiche, è stato accusato di parteggiare per un assassino: "La conferenza stampa di presentazione è stata un processo – spiega – Con questo film non volevamo creare un martire, ma raccontare l'uomo. Sia a Roma che in tutta Italia ci sono parecchie scritte che inneggiano a Liboni e questo nel film è stato riportato. Bisognerebbe cercare di capire cosa significano quelle dimostrazioni di solidarietà, non prendersela con un film". Massimo Bonetti, attore de La squadra, interpreta il Lupo e non fa mistero di essersi appassionato al personaggio: "Giochiamo a carte scoperte – dice – questo film prende le parti di Luciano, ma è pur sempre fiction. Ci sono particolari romanzati che non corrispondono alla realtà: questo per rendere il film drammaticamente più forte".

Il Lupo, pur con qualche imprecisione e ingenuità, tratteggia bene l'atmosfera da caccia all'uomo tipica dei polizieschi e del noir. Lo stesso Stafano Calvagna ammette di essere un amante di autori come Micheal Mann. Regista e attori giustificano alcune scelte di sceneggiatura che mettono in cattiva luce Polizia e Carabinieri appellandosi al genere poliziesco, dove forze dell'ordine e pregiudicati sono costantemente messi l'uno contro l'altro: "In Italia non siamo abituati a parlare male della Polizia - continua –, ma negli U.S.A. si fa anche peggio. Inoltre all'anteprima hanno partecipato alcuni carabinieri che ci hanno fatto i complimenti. Il film è stato penalizzato in sala, ma non è stato sequestrato o censurato". Calvagna, non è nuovo a film su temi controversi e il suo prossimo progetto riguarderà una storia di usura tra due amici. Spiega che continuerà a girare film indipendenti dal sistema delle grandi case di produzione e accusa la giustizia italiana di non essere equa: "Non c'è una par condicio in Italia: la caccia all'uomo nei confronti di Liboni è iniziata solo dopo la morte del carabiniere. Se avesse ucciso un'altra persona ora sarebbe in carcere, vivo. Da mesi ci sono ragazzi rinchiusi nel carcere di Roma che non hanno fatto niente, solo perché arrestati allo stadio. Di loro chi si preoccupa?"

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