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Il petroliere: oro nero e fanatismo religioso

Daniel Day-Lewis vince l'Oscar per l'interpretazione di un personaggio pronto a tutto per il suo petrolio, tranne che ad abbassarsi, se non in apparenza, ad un fanatismo religioso inquietante

il petroliere_3“There will be blood” (= ci sarà sangue) è, insieme, un’avvertenza e il titolo originale del film scritto e diretto da Paul Thomas Anderson, che affida il suo esordio a una ventina di minuti di pura estasi cinematografica: silenzio interrotto solo da rumori, un uomo che si affanna alla ricerca del preziosissimo oro nero, rumori, azioni, e nulla più.
La voce del “Petroliere” Daniel Plainview, uomo dall’intelletto fino e dall’eloquenza a portata di mano, irrompe con il doppiaggio Francesco Pannofino, uno dei migliori talenti nostrani (doppia i più grandi, da George Clooney al Tom Hanks di “Forrest Gump”). Mentre la macchina da presa si macchia di gocce di petrolio, lo scaltro cercatore si trasferisce con il piccolo H. W. (un bravissimo Dillon Freasier) nella polverosa Little Boston.

Si tratta di un piccolo centro di periferia, dove la gente mal accetta il nuovo ed è sopraffatta da un fanatismo religioso che regala le sequenze più magniloquenti e, al tempo stesso, più assurde nella loro intensa denuncia religiosa. A guidare la comunità di fedeli, il carismatico e teatrale Eli Sunday, interpretato da quel Paul Dano che già si era fatto notare nei panni del ‘fratello difficile’ della “Little Miss Sunshine”.
Daniel cerca in ogni modo di conquistarsi il favore della piccola comunità che lo ospita, convincendoli a più riprese, e secondo abili round di retorica allo stato puro, che “Se il pozzo non produce, non può piovere oro su tutti voi”.
il petroliere_2Parlando di famiglia, istruzione, benessere, strade nuove, agricoltura, come un politico prima delle elezioni, il Petroliere dimostra grandi abilità di persuasione con quel suo “modo di parlare semplice, all’antica, come chi è abitutato a scavare nella melma”. Un uomo genuino di cui fidarsi, sembrerebbe. Eppure presto i mille problemi verranno a galla, fino ad esplodere giganti insieme al pozzo. Un’esplosione letale, che provoca danni irreversibili all’udito del piccolo H. W., da sempre costretto ai lavori forzati e abituato all’alcool.

Ma Daniel non è uomo da lasciarsi intenerire, quindi, mentre si sbarazza del piccolo mandandolo lontano, acconsente suo malgrado a sottoporsi ad un esorcismo effettuato con un “gentile bisbiglio”, eufemismo per mascherare gli urli incredibili del pavoneggiante predicatore.
Splendidi i faccia a faccia fra Daniel Day-Lewis, che si merita l’Oscar come miglior attore protagonista reggendo a testa alta tutto il film, e Paul Dano che “non solo aveva familiarità con il modo di lavorare di Daniel, ma era anche all’altezza di questo compito” rivela Anderson, che continua:il petroliere_1 “Era fiducioso di poter fronteggiare Daniel. Nonostante questo rapporto incredibilmente teso tra i loro personaggi, dovevano sentirsi assolutamente al sicuro tra loro, perché le cose potevano andare fuori controllo, come talvolta è accaduto”.
Probabilmente il regista si riferisce al finale, uno dei migliori degli ultimi anni, che gli stessi protagonisti hanno definito “molto intenso, faticoso e, a tratti, terribile”.

E’ il momento dell’ultimo saluto, dell’ultimo incontro, del tirare le somme dopo anni di conquiste e rivalità. Il momento della verità, in altre parole, quando non c’è più niente da guadagnare e nulla da perdere.
Resta solo un odio, forte e non troppo latente, covato per anni contro tutti e tutto nel nome del petrolio: “a volte io guardo le persone e non ci vedo niente di attraente: voglio guadagnare così tanto da poter stare lontano da tutti”.
E se un battesimo è funzionale alla tubazione (tutta questione di “una cannuccia e due frullati”, vedrete perché), l’impero dell’oro nero simboleggiato da Daniel e quello del fanatismo religioso, ottuso e inquietante, ostentato da Eli Sunday continuano a scavare tuttora solchi di rancore disumano, anche fuori dalla sala cinematografica. “There will be blood”, ci sarà sangue. Un titolo che esce dagli schermi e si fa triste profezia del nostro presente.

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