Sabina Guzzanti, attrice comica con una coscienza politica tanto forte da intromettersi nella sua sfera professionale fino ad inglobarla del tutto, firma sceneggiatura e regia di “Le ragioni dell’aragosta”, presentato proprio ieri alla Mostra di Venezia.
L’accoglienza è stata delle migliori: applausi lunghi e duraturi da parte di pubblico e critici, per un’opera più buonista delle precedenti, ma anche più divertente, che riunisce il gruppo storico di “Avanzi” (programma tv satirico degli anni ’90).
L’espediente della narrazione (una storia inventata, ma raccontata con uno stile tutto documentaristico) è un’impresa improbabile dai forti ideali: sostenere un gruppo di pescatori sardi con uno spettacolo di sensibilizzazione verso il loro problema.
In breve, le aragoste sono a rischio di estinzione: nell’86 se ne contavano 10-12 tonnellate, oggi appena 600 chili.
E così, per denunciare e sostenere questa piccola causa, l’irresistibile cast formato da Cinzia Leone, Franscesca Reggiani, Pierfrancesco Loche, Antonello Fassari, Stefano Masciarelli, si cimenta nella preparazione di uno show in quel di “Su Pallosu”, paesino sardo dal nome eloquente.
Fra prove, vecchi filmati di “Avanzi” rivisti per riciclare vecchi sketch, nostalgie e dubbi sempre incombenti, sfila sul grande schermo una galleria di personaggi esilaranti, dallo spessore artistico e umano notevoli.
Spicca su tutti Cinzia Leone, che in una scena madre improvvisata ricorda il suo dramma personale, una paralisi che ha segnato la sua vita e forse anche la sua carriera.
Siamo però lontani dal patetismo: ne esce, semmai, una donna umana a 360 gradi, un’attrice generosa capace di donarsi al suo pubblico.
Anche il momento culminante del suo sfogo disperato e personale, infatti, non è privo di accenni di comicità involontaria, ennesima dimostrazione di come l’arte di far ridere sia qualcosa che nasce da dentro, un talento naturale capace di riaffiorare anche nei momenti più improbabili.
Nel cast, interamente composto di attori nei panni di se stessi, troviamo anche Gianni Usai, oggi pescatore perché è “un lavoro senza padroni”, ieri (uno ieri durato quasi vent’anni) operaio della FIAT.
Farà con Masciarelli un numero sugli operai… forse.
O forse sarà proprio lui a tirarsi indietro all’ultimo, lasciando una Sabina Guzzanti in preda ai dubbi feroci che la assalgono fin dai titoli di testa.
Una serie d’interrogativi su schermata nera, alternati fra il serio e il comico, come ad esempio: “come si fa a fare satira nel centrosinistra?” – “e dove sarebbe questo centrosinistra?”
Il film se la prende principalmente con chi non ha coraggio e coerenza di portare a termine la ‘missione’ in cui crede fino in fondo.
Oltre che scagliarsi contro Ratzinger militarista, Berlusconi sparapalle, i giornalisti venduti (“La Repubblica in vacanza” in primis) e gli americani interventisti, ovviamente.
“Perché ci sia un mondo migliore, bisogna almeno immaginarselo” dice la demiurga del film, sorella di Corrado Guzzanti (anche lui con un’esperienza cinematografica di satira politica ad un festival nostrano, “Fascisti su Marte” presentato alla Festa di Roma), aggiungendo in sede di dibattito: “Serve una riforma della televisione decente, bisogna che non ci siano politici di mezzo: è l’unico modo per avere una tv libera”.
Sembra quasi che la Guzzanti non si renda conto, oppure non voglia vedere, che ormai quella degli idealisti, di coloro che credono in qualcosa tanto da rischiare in prima persona di perdere i propri, seppur piccoli, privilegi quotidiani, è una specie in via d’estinzione.
Proprio come le aragoste.
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